settembre 16, 2017

UN COMPLEANNO ADULTO PER RICONQUISTARE MIA MADRE

... Un compleanno diverso...

- Pillola illustrata da Graziana Angela Porcaro -

In questo agosto tutto inedito ho avuto il piacere di osare cose nuove e di iniziare a stare nella vita e nel fiume partendo più dalle mie verità e dal mio coraggio, inteso proprio come quello che il cuore desidera autorizzarsi. Ho fatto spesso su e giù, penso che è il periodo in cui più ho sentito l'onda e più mi ci sono affidata.
Proprio i giorni nei quali mi è sembrato di essere più ridotta e più incapace di agire e scegliere, come in un limbo, sono stati i giorni in cui ho maturato meglio il passo successivo e ho sentito di più i miei desideri, i miei bisogni, i miei tempi, prima di ogni mia connessione con l'esterno. 
Ho sentito che si sfibrava il circuito stimolo-risposta, afferenze-efferenze, e che iniziavo a passare di più dalle mie pre-efferenze e a riferirmi di più a queste. Ho riattraversato il tornante del non sentirmi libera, di non avere angoli di gioco, di sperimentazione, il sentirmi “appesa” a tutte le aspettative degli altri, e proprio a partire da qui invece mi sono autorizzata a sentirmi libera. 
La fides si è stesa e ho potuto sentire che se volevo fare un passaggio dovevo proprio agire facendo cose che non mi ero mai autorizzata a fare.
E così è stato per il mio compleanno.


Mentre tornavo dalle Marche pensavo a come avrei potuto festeggiare il mio compleanno.

D'istinto ho pensato che forse una delle cose che mi andava era proprio passare una giornata con mia madre. 

Da cosa penso sia partito questo desiderio?
Faccio un passo indietro.

Mentre ero in treno, il 23, tornando a casa, a un certo punto mentre rigustavo le emozioni dei giorni trascorsi fuori, ho sentito salire delle forti contrazioni, come se volessi "vomitare" qualcosa che prima mi aveva tradito e che in questo momento storico stavo tradendo io. Mi è venuto un pianto forte ma breve, come uno scroscio di pioggia che deve ripulire. Nel frattempo ho fatto mille collegamenti, come se stessi unendo, intrecciando e separando tanti pezzi dentro me. Mi tornavano alla vista tante scene. Gli abusi che ho subìto, mi sono venuti in mente quei maschi, grandi e giovani, che mi hanno invasa anche se non con rapporti sessuali ma con la loro sessualità confusa e rabbiosa, che sottometteva, poi ho pensato a mia madre, a lei e mio nonno e a lei e mio padre, al fatto che lei si lamentava ma in realtà ha accolto che dei corpi morti le stessero accanto e la invadessero o le stessero accanto senza scambiarsi nessuna emozione, senza un progetto, un sogno comune, trasformando quella morte in morte che poi si è data lei in molti modi, col cibo, negandosi la sua leggerezza, il viaggio, la voce, la danza, cose che ora, pur con modalità parziali, sta provando a re-includere nella sua vita.

Di qui ho sentito prima un grande spavento, un'angoscia che potessi anche io "accontentarmi", "fare la sua fine", e poi ho sentito forte che io non sono lei e che non ho voglia di accontentarmi, di disincludere dalla mia vita e dalle mie relazioni alcune parti importanti, alcuni codici. Proprio lì ho sentito dove è anche la mia libertà, nel non negarmi ciò che ho visto gli altri negarsi o non donarsi, abituandosi un po’ alla volta a non vivere come la rana lessa.
In quel momento mi sono riconosciuta distinta da mia madre, o meglio da come è stata per la maggior parte della sua vita, perché ora è un po’ cambiata. Distinta sono io e distinte sono le nostre storie.


Forse di qui è germogliata l'idea di trascorrere il mio compleanno con lei, anche per poter verificare ed esprimere questo che avevo sentito con la sua presenza reale, in carne ed ossa.

Così il giorno prima del mio compleanno le ho fatto questo invito attivamente, dicendole che era un mio desiderio trascorrere quel giorno con lei, da sole io e lei.
Subito sono partite le sue paranoie, sentivo che si era agitata e sorpresa, che non se lo aspettava, e ha iniziato a voler includere le persone (proprio come facevo io prima, che prima di includere me includevo tutti gli altri), "ma qui c'è la nonna, come faccio", "ma può venire anche papà?", e così via.
Per un attimo ho sentito le sirene della rabbia pensando "ma vedi questa, perché non sceglie per sé che vuole mettere tutti insieme?", ma poi con piacere ho sentito che in me prevaleva di gran lunga il desiderio che questa opportunità si realizzasse al di là di quanto dovevo spendermi perché si realizzasse.
Così, dopo averle fatto l’invito a voce ho aggiunto un altro pezzo, le ho mandato un messaggio dicendole che per me era importante e che mi avrebbe fatto piacere se accettava ma anche di sentirsi libera di scegliere. Ho sentito che ho saputo usare un dolce maschile.

Così la sera tardi, alla vigilia del 30, mi ha mandato un messaggio chiedendomi a che ora passassi a prenderla il giorno dopo. Ho dovuto fidarmi nell'attesa perché non averla subito sentita contenta, o meglio sentire che si faceva prendere più dall'obbligo-dovere che dal suo piacere, che non si è sentita subito libera da vincoli simbolici, mi poteva far sfiduciare e invece ho saputo restare in attesa con fiducia ma aperta a ogni eventualità. Mi fidavo di me, anche perché sento che alcune cose pur lentamente le ho conquistate onestamente e non me le toglie più nessuno, ma infondo mi fidavo anche che mia madre sentisse che poteva essere una cosa bella anche per lei. E così è stato.


La mattina ero un po' impaurita, sentivo chiaramente in me le due parti, specchietto retrovisore e parabrezza, anche se una era piccola e l'altra era molto più grande. Ma mi sono legata al Globale Massimo di quella giornata e questo ha fatto sì che le scelte a ogni svolta, a ogni ansa del fiume, venissero più semplici.
Questo mi ha permesso anche di accoglierla nelle sue difficoltà prima di partire, di facilitarla, così quando sono passata a prenderla e prima di avviarci verso il posto di mare dove l'avrei portata, le ho proposto di prenderci un caffè con chi lasciava a casa, mia nonna e mio padre.
Sentivo che era importante preparare il terreno e che era meglio partire dilatandoci piano piano.

Poi siamo partite per il mare!

Mi piaceva che la portavo in un posto che non conosceva, mi piaceva che lei non ha fatto domande ma si è fatta portare, fidandosi e godendosi che poteva scoprire cose nuove.

Quando siamo arrivate al mare ho sentito che non dovevo starci con delle cose fisse da raggiungere, dovevo aver chiaro il senso ma creare sul campo ascoltando di volta in volta i nostri stati quiete.
Appena arrivate ci siamo fatte un selfie, mia madre rideva come una scemotta e sembrava che non aspettasse che quello. Già farci i selfie è stata una modalità per iniziare col gioco e con la leggerezza ma anche per farle sentire che era per costruire e andare oltre una storia vecchia. Poi ci siamo fatte un bagno, ci eravamo incamminate verso una caletta per scendere da lì in mare, io ero avanti, ma a un certo punto ho sentito un tuffo, era lei che aveva cambiato idea e si era tuffata di testa dalla scogliera altissima, a conferma che le mie parti spericolate le ho prese proprio da lei! Quel suo gesto, quel suo piccolo “salto precipiziale” mi ha fatto sentire che si includeva di più nella giornata, che iniziava a godersi per sé l’analogico nel quale l’avevo portata e a partire dal suo piacere di starci.

Poi ci siamo messe al sole, e abbiamo iniziato a chiacchierare.

A un certo punto ha iniziato a parlare della sua coppia con mio padre e di lì, piuttosto che stare a sentire cose che so già, mi sono autorizzata a farle io delle domande precise, per andare un po' alle origini, a come questa coppia si è formata. Sentivo che la leggerezza andava bene ma che non dovevo perdere la possibilità di “affondare di più i denti” e di andare più in profondità.
Ho preso il registratore e ho iniziato a registrare e dopo un po' lei mi ha detto "tanto lo so che stai registrando" e io "eh beh, sono cose belle, importanti, così poi le posso far sentire ai miei figli", e lei ha sorriso, si faceva fare. Inaspettatamente mia madre è scesa in molti livelli nei quali, forse per proteggermi, non era mai scesa. Per me è stato importante ascoltare alcune verità, che anche se forti erano almeno delle cose che finalmente mi diceva chiare. Così ho scoperto questo...

Quando mio padre ha iniziato a corteggiarla lei era appena stata lasciata dal ragazzo con cui stava, il suo "grande amore", che era scappato con un'altra donna. Così all'inizio mio padre non le interessava, ma piano piano ha iniziato a essere molto presente, la accompagnava al lavoro, le faceva sorprese, le scriveva poesie. Ma lei pensava al tipo di prima. Così, quando mio padre si è dichiarato, lei, che si sentiva molto confusa, ha chiesto aiuto a mio nonno, che era un orfano di Torre del Greco poi adottato da una famiglia.
Mia madre gli aveva espresso questa sua confusione, questo suo sentirsi tra un passato che non c'era più e un presente che c'era ma che non la prendeva ancora. Mi ha raccontato che mio nonno le disse con un detto napoletano qualcosa del genere "Ma tu vuoi un anello o Aniello?", cioè vuoi una vita sicura, un matrimonio, delle certezze, o "Aniello" cioè quello di cui sei innamorata ma che è anche un po’ farfallone?
A questo punto la domanda mi è sorta spontanea ed è stata: "Ma quindi tu hai scelto praticamente escludendo le tue emozioni?" e lei ha annuito aggiungendo che per lei che non aveva avuto una famiglia, costruirne una, in quel momento, era la cosa più importante e visto che il suo primo amore se ne era andato tanto valeva accogliere questa opportunità... 

Mi ha colpito come in quel momento non aveva creduto possibile di partire più da lei, a prescindere da questi uomini che andavano o arrivavano ma soprattutto che non si era concessa di scegliere con calma, quasi sentisse una urgenza, ma perché questi due uomini erano i soli che poteva incontrare nella sua vita?!? L'urgenza evidente era andare via di casa, ma sotto c'erano tante urgenze invisibili, tante istanze di svalutazione e di sfiducia in se stessa, di incapacità e paura di stare nella vita a partire da sé.
Poi mi ha raccontato della mia nascita, di quando si erano rotte le acque e lei non aveva capito che era il momento del parto ma pensava si fosse fatta la pipì addosso, di mia nonna, sua suocera, che oltre a deriderla perché non lo aveva capito ha portato via mio padre e di mio padre che non c'era e di lei che, per quanto era agitata e confusa, non è riuscita neanche a chiedergli di restare.

E quindi mentre nascevo lei bestemmiava, bestemmiava di brutto ha detto!

A un certo punto ha iniziato da sola a parlare di sessualità, quasi si volesse liberare lei per prima.
Con estrema onestà mi ha raccontato come per lei la sessualità fosse stata, dopo che il famoso primo amore le diceva che era essenzialmente un obbligo-dovere e che solo tardi, verso i quarant'anni, ha iniziato a sentire di più il suo corpo. Credo che per lei le tante gravidanze, spesso finite con aborti, siano state un modo per riconoscersi il proprio femminile e il proprio corpo, un modo per portarsi in grembo e accogliere e consolare le sue parti figlia. Probabilmente proprio per questo il suo corpo a un certo punto "abortiva" quelli che sarebbero stati i suoi figli. 
Che grande inciviltà per una donna non aver potuto fare gravidanza a cielo aperto per la sua crescita, costretta poi non solo a non poter vivere le sue parti figlia ma anche a dover vivere la mortificazione che segue a un aborto. 
A questo punto mi è piaciuto giocare con lei col corpo, le ho messo la crema, e le ho fotografato le tette dicendole che erano proprio belle, lei un po’ si vergognava, diceva che ero matta, un po’ rideva, le piaceva giocare così liberamente, vedevo che non faceva resistenza, anzi! 
In quella complicità che si era creata ho sentito che era arrivato il momento di dirle io alcune cose.

Ho voluto riconoscerle le parti belle che mi ha trasmesso e ringraziarla per questo. Pochi giorni prima avevo fatto un sogno nel quale lei si preoccupava di mille cose mie mettendomi un sacco di ansia e paure e io le davo uno schiaffetto giocoso sulla testa dicendole “basta!” con un fare deciso. Non ci arrabbiavamo ma avevo chiaro il senso distinto di me e di lei, avevo chiaro soprattutto di non voler partire dalle paure. Ho voluto raccontarle questo sogno che lei ha accolto confermando che questo è stato il suo vissuto rispetto a me dopo che ho rotto la relazione lavorativa pezzente con mio padre. Le ho riconosciuto che quello che poteva fare l’ha fatto, anche sacrificando tante cose sue che non aveva avuto, specie facilitandomi ad andare via di casa, e che ora può sentirsi “licenziata” dal ruolo di madre che ha svolto ma che ora non è più utile al mio viaggio ma neanche al suo che ha bisogno di alleggerirsi dai ruoli per concentrarsi su di se. Ci ho tenuto a dirle come per me è stato importante in tutti questi anni che anche se mi ha spesso contraddetta sul mio percorso e non ci si è messa attivamente, ho sempre sentito che lei ne coglieva il buono per me. 

Tenendoci per mano ho voluto salutarla come madre e benedirla, ci siamo commosse e abbiamo riso insieme, era come chiudere qualcosa di grande, lasciar cadere per terra un fardello grande. Proprio in quel momento mi sono accorta che stava tramontando il sole, l’ho colto come un segno e l’ho invitata a farci un altro bagno. Ci siamo tuffate insieme e ci siamo godute la luce del tramonto oltrepassando il confine della caletta e andando in mare aperto a nuoto. È stato proprio un piccolo rito di passaggio al mare aperto!


Lentamente e gustandoci la passeggiata sugli scogli ci siamo incamminate verso il ritorno.
Passare dal beta al gamma di questo desiderio per me è stato un passaggio importante. In questi mesi passati spesso ho sentito che stavo continuando a scucire delle cose in profondità con mia madre, ma era più un lavorìo che andava da solo, che si innescava per altri movimenti e per altre dinamiche che ho vissuto, che sono entrate nel mio quadrato aureo. Riuscire a stare sul campo con il mio stile, registrare, andare in profondità, mostrare le emozioni, non tacere ma dirci delle verità, è stato uno sballo, lì ho sentito che mi riferivo finalmente a me, anche in presenza di una figura significativa come mia madre. Già da subito ho sentito come essere riuscita a far questo mi aveva unita dentro e mi dava serenità, come se si relativizzasse molto l’esterno. Quando sono tornata a casa ho visto che avevo degli occhi belli e ho goduto che le emozioni che mi ero autorizzata e vissuta come una festa si esprimessero anche nell’analogico. Nei giorni dopo ho sentito che quella giornata mi ha dato il senso non solo del valore di ciò che sento ma anche di poter determinare io le cose che voglio, di poterle costruire senza spaventarmi o scoraggiarmi se in partenza non ci sono le condizioni ottimali. Per alcuni versi mi è sembrato di farmi una “poppata di maschile” e di poterla spendere su tutti gli altri livelli della mia Piramide!
È stato bello osare, suonare, e far crescere il mio Do anche attraverso questa giornata inedita! Per me è stato un bel passaggio di non-delega!

Graziana











1 commenti:

Lucia Tamburri ha detto...

cara Graziana
che tenerezza, che emozione: mi è sembrato di essere lì con voi, mentre leggevo, e non davanti ad un (im)personal computer in ufficio
per un po' terrò la foto del tramonto come sfondo del desktop

grazie, ti abbraccio
lucia tamb

p.s. per i diritti d'autore mi farai sapere................