marzo 04, 2017

La X edizione del Progetto Rainbow ve la raccontiamo così...

Il 21 febbraio 2017 fanno il loro ingresso nella sala Gianna Stellabotte alcuni dei partecipanti dell’ultimo progetto Rainbow, svoltosi a Celle di San Vito dal 29 gennaio al 12 febbraio 2017.


L’Associazione alla Salute Foggia ha organizzato una serata di accoglienza per dare valore all’esperienza appena vissuta e condividerla anche con chi è rimasto legato al proprio ordinario.
I due coordinatori, Marco e Annarita, hanno preparato la sala con candele, cuscini e materassini, proprio per dare il senso dell’accoglienza e dell’utero. 
I Rainbownauti presenti sul territorio dopo l’esperienza sono: Ripalta, Angela, Giovanni, Mariella, Maria, Rocchina, Giovanna, Luigi, Lorenzo, Martino, Walter e Melissa: non tutti sono componenti dello stormo territoriale, ma la presenza di persone di altre regioni rende possibile lo scambio e il Crossing-over tra le associazioni. 
Il rito/bilancio che viene proposto dai conduttori è di raccontare la propria esperienza, per lasciare andare le “lapis” frantumate e individuare nuovi impegni e prospettive.
Per questo, ogni Rainbownauta compie il gesto simbolico di tenere una pietra durante la sua immersione e, una volta concluso il racconto, di lasciarla alla lumaca di legno, anche per ricordarsi di procedere con lentezza.


E lentamente, molto lentamente, i protagonisti della X edizione del Progetto Rainbow iniziano a raccontare ciò che hanno vissuto attraversando Vita e Conoscenza, Storia e Metastoria, Codici Antenati e Codici Simbolici, passando dal Simbolico, attraversando l’Analogico, entrando nel Bio-organico per toccare l’Ontologico e fare un passaggio più in là, verso ciò che ognuno di noi è. 

“L’emozione saliva e piano piano siamo arrivati davanti alla struttura “Viversi nei borghi”. Soprattutto per me è stato bello rivedere quel piazzale e quella casa grande perché l’avevo lasciata a luglio e adesso la ritrovavo nel periodo invernale.
Ancora un po' di neve e qualche addobbo natalizio, strade molto solitarie e silenziose, montagne innevate in lontananza che ti incantano, casette con i tetti spioventi immerse nella natura. Si sente un’atmosfera che conserva ancora il sapore del villaggio mondo, raccolto, mantenuto bene e curato dai paesani. 


È da qui che abbiamo deciso di intraprendere il nostro viaggio... man mano che ognuno di noi accettava di diventare Rainbownauta, ci veniva consegnato un quadernetto con la copertina raffigurante il logo di questa decima edizione del progetto Rainbow, ovvero una madre con il seno scoperto in posizione orizzontale al momento del parto e sulla pancia un neonato, ancora legato dal cordone ombelicale, collegato alla Placenta Esistenziale in cui trova il Graal. 


Il nutrimento che arriva al neonato proviene da tutti e quattro i codici: Ontologico, Bio-organico, Analogico e Simbolico. 

Grazie a Raffaele, che ci parla del mutamento antropologico che ci ha fatto passare dal villaggio mondo della cultura contadina al mondo villaggio in cui stiamo vivendo, partendo dal vissuto della sua famiglia di origine, è emerso come ancora oggi gli effetti di questa tradizione siano evidenti.
Siamo dei potenziali arcobaleni, ma se non riusciamo ad esprimere tutte le note della nostra Home-Life, l’armonia rimane confusa. 


L’epistemologia religiosa, le forti tradizioni della cultura contadina hanno portato a trasferire di generazione in generazione un modo di vivere il quotidiano basandosi su Obblighi-Doveri e Funzioni-Ruolo. 


I giovani di allora dovevano crescere seguendo il solco della famiglia di origine, in cui non c’era spazio per l’ascolto dello Stato Quiete, per coltivare sogni, attitudini ed ambire alla costruzione di un proprio progetto di vita. Molto poco comune era scoprire e coltivare le specificità di ciascuno: emerge il dolore e la rabbia legati all’educazione subita dalla famiglia e dal condizionamento esterno. 


Le prime scialuppe si formano in un ambiente devoto, che ha come antenato il delicato scorrere dell’acqua, che aiuta a liberarsi dal senso di colpa, dal dolore e dalla pesantezza.
Ma anche la lettura di una pagina di diario, in cui si fa dono di vissuti forti, può portare a dinamiche che sciolgono, come un abbraccio tra due fratelli, intorno ai quali si è formato un grande cerchio di uomini, stretti attorno come un nido-utero che li proteggeva da ogni spiraglio che potesse far entrare elementi estranei-nemici.


L'abbraccio nido-utero ci ha fatto vivere tante sensazioni diverse, come il sentire di salvaguardare e proteggere qualcuno e, pur essendo maschio, sentirsi con un'anima femminile.
Per aiutarci a fare luce su quanto abbiamo vissuto, veniamo accompagnati da una profonda e spiccante Daniela a commentare il quadro di Emanuele sulla scena primaria, e la locandina del Rainbow, che è un haggadah fatto da Barbara dello stesso quadro. 
La Teoria Globale che è emersa attraverso la lettura di questi due quadri ci ha aiutato ad immergerci nelle nostre vite e nelle nostre scene primarie, ci ha fatto vedere come la mano del padre non solo non ci abbia protetto, ma non ha facilitato l'allattamento fondamentale per il benessere del bambino in una fase di fusionalità con la madre, essenziale per il suo sviluppo di crescita positiva. 


Abbiamo visto come i limiti dei padri-bambini e delle madri con i loro PUK molto spesso non riescono a costruire un insieme madre-neonato sufficientemente buono. 
Dalla locandina capiamo anche l'importanza di mettere a dormire le proprie madri per potere mettere in piedi il nostro bambino che desidera ardentemente incarnarsi nella storia per quello che lui è in profondità.


Il rito condotto da Daniela e Carla ci conduce a lasciar morire delle parti ormai concluse, per dare vita ad un nuovo ed inedito viaggio, trovando le energie di diventare padri/madri di se stessi. I conduttori introducevano uno alla volta i componenti dell’equipaggio, accompagnandoli ad occupare uno spazio per sentirsi a proprio agio. Il sottofondo musicale provocava i silenzi e i ritmi dei popoli delle terre danzanti. 
Giovanni, con discrezione, passando tra i presenti, invitava a leggere dei pensieri antenati che toccavano il cuore, tra cui: “Se vuoi vedere l’arcobaleno devi amare la pioggia”, “L’amore è un atto di abbandono totale”.


Se acquistassimo la mentalità di essere spiriti co-creatori, allora sapremmo che l’IN.DI.CO. ha bisogno anche di noi, ecco perché la placenta, che è l’organo fondamentale che consente alla gravidanza di proseguire, è formata da una parte nostra e da una parte dell’IN.DI.CO.
Diversi Rainbownauti, prima di attraversare il “tunnel”, rivedevano le parti oscure che volevano abbandonare, per poi farsi accompagnare ed accogliere da persone a loro devote e significative.
Il fondo comune a molte dinamiche è stato il tradimento, inteso come un rimandare a se stessi, a situazioni per noi croniche dalle quali non riusciamo ancora a staccarci poiché da soli non si riesce a vedere. 


E siamo al 4 febbraio. Oggi abbiamo delle ospiti d’eccezione: Francesca, Sandra, Cindy e Adriana sono arrivate ieri sera per farci dono di una prima sperimentazione di Realtea, ovvero rappresentare con il teatro e semplici elementi di scena, storie di vita reale ovvero le nostre scene primarie. 


Ma questa è solo una piccola parte di quello che la loro visita ci ha portato.
Prima d’iniziare, la canzone “La forza della vita” ci introduce nella giornata. 
Le nostre teatranti ci invitano a uscire per poi rientrare singolarmente: entrando veniamo invitati a prendere delle candele, a rappresentare le nostre parti vulcano e ad accomodarci sdraiati sui tappeti in cerchio. Adriana ci conduce verso il nostro Bio-organico e le nostre scene primarie, chiedendoci di ricontattarle e capire in profondità su quale parte desideriamo concentrarci.
Ognuno è invitato a rimandare al proprio vulcano personale (la candela) le scene primarie, respirando e abbandonandoci a quella “pallina” che non scende mai. Dopo essere risaliti poco per volta, ci concentriamo sul filmato “Lava” della Pixar. 


La teoria che ci invitano ad osservare le nostre ospiti parte da una prima considerazione: ognuno di noi ha due parti vulcano che si cercano tramite il canto stimolato dalla lava, la nostra fiamma interiore. Le due parti possono essere interpretate in vario modo, ma Sandra si cimenta nella teorizzazione del video tramite l’unità didattica del C.E.U.


La parte maschile e femminile, la parte simbolica e diabolica, luce e buio, Graal e Piramide del Sarvas, sono le parti che vanno ad intrecciarsi per realizzare quei passaggi che ci portano a trovare armonia, l’integrità in tutti i nostri colori. 



Sandra crea un filo conduttore con il suo vissuto, portando la storia come testimonianza di quello che dovremmo essere accompagnati a fare nell’infanzia, com’è stato fatto con il piccolo Lorenzo, accompagnato a distinguersi dalla mamma.


Tramite i pochi oggetti di scena tra cui un martello, delle pietre, uno specchio/fiume, una candela, la tavoletta dell’unità didattica del Graal e una coperta, i protagonisti chiamati dalle conduttrici hanno potuto rappresentare le proprie scene primarie e cercare di scioglierle.


Una volta che la persona è stata chiamata, invita tra i presenti chi può impersonare i protagonisti della scena scelta. La bravura delle conduttrici è stata quella di proporre nuove forme di transizione per sciogliere i nodi legati alle situazioni, sottolineando che le dinamiche “di cesso” non sono l’unica modalità per sciogliere le scene primarie. 
Infatti, ogni oggetto ha un senso specifico: le pietre e il martello indicano la rottura delle lapis, la candela indica il collegamento con la nostra lava/fiamma interiore, lo specchio può essere riconoscente o disconoscente, la coperta ci aiuta a scaldare e a far rivivere le nostre parti congelate/addormentate e la tavoletta del Graal rappresenta la teoria interiore o la nostra teo-fondità da ricercare.
Questa forma di rappresentazione facilita l’esprimere delle proprie emozioni e le fa rivivere in profondità. Il trasporto viene condiviso anche dai partecipanti o dai semplici spettatori arrivando a toccare nodi non solo rivolti alle persone coinvolte. 
Per ogni persona, al termine della scena è stata proposta una modalità per transitare verso la leggerezza: scenette, balli e momenti di divertimento condiviso.


Il 5 febbraio è il giorno del bilancio intermedio condotto da Mariano Loiacono.
Raffaele ha spiegato il senso dell'esperienza vissuta il giorno prima e la rottura delle lapis: noi pensiamo che il fenomeno vivo basti per rompere le lapidi, ma ieri abbiamo visto che ci vuole anche l'albero della conoscenza per romperle lentamente e definitivamente.


A questo punto, Mariano fa teoria su come riprenderci il nostro Quadrato Aureo.
Ci introduce a quello che ritiene essere il senso dell'esistenza, ovvero che viviamo perché siamo co-creatori dell'universo. Come Vitonauta, veniamo immessi nell'esistenza per dare il nostro contributo, che Mariano chiama Quadrato Aureo. Esso ci viene dato durante la gravidanza, ma nel corso dell'esistenza ci sono degli eventi che possono deviare, invadere, andare dentro. 


Quando il nostro Quadrato Aureo viene invaso, ci difendiamo mettendo delle lapidi o trovando delle soluzioni, che diminuiscono il nostro potenziale perché non creiamo più, ma ci difendiamo dall'invasore. Il Rainbow vuole portarci a sciogliere le scene primarie per farci riprendere le nostre potenzialità, cioè ci fa sciogliere le soluzioni che noi mettiamo per coprire altro. 
Quando recuperiamo il nostro Quadrato Aureo siamo interi, mentre le scene primarie si prendono una parte che noi sacrifichiamo ai nostri genitori e diventiamo parziali. 

Viene proiettata prima l'immagine di un affresco del 1200, vista come un Giano uno-trino: ciò che sono oggi è la sintesi di ciò che sono stato ieri e ciò che sarò domani, e il Pira-Graal per spiegare lo stato in cui dovremmo trovarci alla fine della prima settimana del Rainbow. 


Mariano ci dice che all'inizio ognuno di noi è uno spettatore, ma poi dovrebbe sentirsi parte del gruppo. A seconda della capacità dei conduttori io scendo, cioè nella Piramide mi riprendo il rapporto coi gruppi, i rapporti forti, il rapporto con me stesso, arrivando al mio Quadrato Aureo.

Perché Quadrato Aureo? Perché Mariano preferisce riferirsi alla croce greca o bizantina con i bracci tutti uguali, piuttosto che alla croce romano-latina con un braccio più lungo che le consentiva di essere interrata. 


Questa croce è uno strumento di morte: anche Gesù è stato crocifisso e attraverso la sua morte ci ha salvati. La sofferenza ingiusta di Gesù ci ha dato un modello di salvezza: per salvarci bisogna soffrire nella nostra esistenza, mentre secondo Mariano la croce greca meglio rappresenta il Quadrato Aureo, cioè l'Infinito Dinamico Complesso.
La croce greca è costituita da quatto parti fisse e da una parte centrale, che è l'ambito in cui ciò che è distinto ha la possibilità di fondersi e di ritornare nella sua vita diverso, cambiato.


Il Rainbow serve a risanare le parti che sono state invase nella scena primaria, cioè io vado ad agire sulla parte centrale della croce greca, in quanto l’esperienza del Rainbow crea un utero, un ambiente devoto per far avvenire ciò. Tutto quello che succede non è la storia, sono dinamiche metastoriche che ti aiutano a sciogliere, a crescere.


Dopo il Rainbow, ognuno porta con sé competenze nel rapporto con se stesso, che creano reazioni ascensionali che migliorano i rapporti forti, i rapporti coi gruppi, cioè nel mondo reale abbiamo migliori capacità di relazionarci in tutti i piani della Piramide. Il Rainbow è un momento di PUS, di risveglio.


Mariano dice che in questo momento è la teoria che ci sta facendo andare in profondità verso la teo-fondità, dove non ci si ferma davanti a punti di vista vecchi o embriogenetici, ma si va verso un nuovo punto di vista fetogenetico.
La mia profondità è che le cose me le riesco a vivere anche con me stesso perché ho il mio Quadrato Aureo.

La SPA del giorno successivo è un rito che accompagna a scoprire e vivere il codice analogico.
Luigi ha dimostrato come, attraverso il corpo, si possano davvero vivere dinamiche metastoriche che esprimono desideri reconditi e antichi, lontani nel tempo, desideri che una volta delusi hanno portato ad una totale chiusura verso l’esterno. 
È stato davvero un momento emozionante che ci ha permesso di sentirci più uniti come gruppo. 


Ci dedichiamo a ricontattare le nostre profondità: alcuni hanno approfittato di questo Kairos per avventurarsi nel bosco, camminando, pregando e affidandosi all’IN.DI.CO., altri hanno preferito riposare nelle proprie stanze, leggendo o scrivendo il proprio diario di bordo, per prepararsi poi ad un momento dedicato alla teoria su storie di vita vera
Sono i conduttori Carla, Giovanni e Daniela a cimentarsi in questa esperienza.
È Carla ad iniziare, leggendo la lettera usata durante il rito sulla sua rinascita; partendo da una situazione di dolore, freddo, buio e fatica abbandona tutte le aspettative, i desideri e i sensi di colpa per iniziare ad accogliersi.
Nei suoi passaggi si respira la vita vera fatta di Anemos e Fides.
È la volta di Giovanni, che rilegge la lettera scritta alla figlia Elisa nel 2012.
La sua voce è quella di un padre che già ha attraversato profondamente il dolore di quanto accaduto ma nonostante tutto si emoziona in alcuni punti della lettera. Procede senza mai fermarsi, facendosi coraggio nel rivivere quelle scene. Giovanni è un padre che grazie alla figlia Elisa inizia realmente a mettere in discussione le sue parti figlio sanguinanti, dimostrando sul campo di essere un padre umile e in continua crescita.


Infine Daniela parte da una unità didattica creata da lei (composta dall’Icerberg e dalla Piramide del Sarvas, che vanno ad unirsi in un Rainbow) per fare teoria sulla propria vita e sul suo percorso di crescita.
Dal freddo che l’ha accompagnata fin dalla nascita, nascono lacrime di vita che scorrono sul suo viso per tutto il suo racconto. Daniela ha riscoperto il suo arcobaleno godendo dei suoi colori.


Daniela sottolinea l’importanza del gioco con il corpo e l’importanza di andare oltre i traguardi raggiunti, di stare nella vita, apprezzarne ogni parte, anche quelle che ci scomodano.
Poi si comincia a considerare questa difficoltà in maniera più globale, anche M. ha poca familiarità con la nota della festa in gruppo o addirittura di non sentirsela proprio: vorrebbe potersela vivere, ma proprio non se la sente e quindi si blocca.
Emerge quando sia importante vedere che c’è la possibilità di festeggiare, anche per aiutarsi a transitare e alleggerire.
L’obiettivo è sentirsi il valore anche nel fare schifo, ma per chi ha delle difficoltà nel sentirsi parte dell’esistenza, questo è un punto d’arrivo.
In molti intervengono, ognuno aggiungendo pezzi del proprio vissuto e cercando di dare specchi riconoscenti più ampi. L’ultimo ad intervenire è Giovanni, sottolineando un suo sentire molto forte nei confronti di M.: lo sente immerso in un sonno profondo, vede che non riesce a percepire nessun tipo d’emozione, né in positivo né in negativo”.


Il valore della giornata dedicata all’ascolto dei Rainbownauti sta soprattutto nel fatto che, pur avendo avuto la possibilità di raccontarsi durante il bilancio conclusivo dell’esperienza, possono ulteriormente sciogliere, elaborare e aggiungere dei tasselli per rendere più organici i loro passaggi.
Si susseguono le esperienze, in cui si coinvolgono anche i familiari presenti e i partecipanti al gruppo. 
Il grande femminile di Annarita e la leggerezza di Marco rendono più semplice comprendere l’importanza di quello che è stato fatto a chi non ha partecipato al progetto. 

Dopo un’esperienza uterina come quella del Rainbow, viene sottolineata l’importanza di scegliersi degli accompagnatori sul territorio, per poter rispettare gli impegni presi, incarnare i cambiamenti nel quotidiano e nella Storia.
In questo è emerso il valore della rete e quindi delle persone che si sono offerte di accompagnare i protagonisti non solo durante il racconto, ma anche nel viaggio che prosegue nell’ordinario.

Un grazie sentito,
I Rainbownauti 



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