novembre 16, 2016

"Cara sorella Cenerentola, mi sei mancata, ma oggi la persona che mi manca di più sono io. Oggi, 16 novembre 2016, ti riconsegno all'In.Di.Co. e benedico questo nostro lasciarci andare".



Cara sorella Cenerentola,

In questi giorni ti sto portando dentro di me con molta fatica e molto dolore.
Ti sento come un pezzo di me morto, come una parte che mi continua a tenere in ombra, al buio, a togliere luce, spazio e respiro. Tu mi fai mancare l’aria, la prendi per te per sopportare le tue fatiche, il tuo movimento continuo come una maledizione.

Provo rabbia verso di te, provo rabbia verso quelli che di te hanno approfittato e continuano ad approfittarsi per tenere la torta tutta per sé.  

Perché tu non chiedi nulla e non pretendi, anche quando hai dato tanto e generosamente.
Tu, se non hai, stai zitta; tu, se non hai, chiedi anche scusa o magari dici grazie. 
Tu non urli, non scalci e non ti arrabbi. Piuttosto ti lasci morire.

Cara sorella Cenerentola, 
Io ti sento profondamente ingiusta. Sei stata ingiusta verso di me. Hai scelto di morire lasciandomi sola. Quando sei morta tu è morta anche mia madre. Il suo cuore si è congelato per non morire insieme a te. E quindi siete morte in due. E mi avete lasciata ancora più sola. 

Non ho saputo molto, non mi è stato spiegato molto, ma ti ho visto, ti ho visto su un pezzo di marmo e mi sei sembrata come una bambola... ma più scura. Poi ho visto mia madre, anche lei è diventata piccola come una bambola, così che io mi potessi occupare di lei, quando si sedeva per terra in lacrime o quando non riusciva a stare più da sola in casa, al buio, nell’ascensore.

Io sono profondamente arrabbiata con te, sei stata una stronza, una vigliacca, mi hai lasciata da sola.           
Io mi aspettavo una compagna, un’alleata, qualcuno che con me avrebbe giocato, sognato e lottato.           
Mi sento profondamente tradita.

Una parte di me è morta insieme a te, ma non potendo morire come te fisicamente è morta dentro di me. 
Così è nata mia sorella Cenerentola. 

Mia sorella Cenerentola per me era un modo per non sentirmi sola, era un modo anche per non farti sentire sola. Perché una parte di me quando tu sei morta si è sentita anche in colpa di continuare a vivere. 
Hai capito, cara Cenerentola? 
Io mi sono anche vergognata di vivere perché tu eri morta, anche se il parto era stato difficile anche per me. 

Così ho iniziato a provare imbarazzo per tutte le mie espressioni più vitali, più spontanee, più gioiose e vivaci, come io sono in profondità. Questo non sei riuscita a portarmelo via
Questa sono io, la mia sostanza più profonda è questa, non la bambola che mi hai costretta ad essere per non risvegliare il dramma di una bambina che doveva nascere e invece è morta. 

Mi sono dannata la vita a sentire dentro un’infinità di colori e di energia che non riuscivo a tirar fuori. Oggi ancora quando posso e voglio vivere delle mie bellezze, una parte di me sente che fa un torto a qualcuno, che toglie spazio a qualcuno.
Io ce l’avevo fatta, io ero viva. Tu non ce l’avevi fatta, non eri riuscita a venir fuori viva dalla pancia di nostra madre anche se era arrivato il momento della tua nascita. 

E io mi sono sentita per una vita così. Una nascita mancata. 

Tante volte ho attraversato tante gravidanze e vissuto le doglie del parto, ma poi sono morta all’ultimo.
Altre volte ho sentito che le mie nascite non erano importanti per nessuno, che nascevo senza che nessuno se ne accorgesse o provasse gioia profonda per me. Ho sentito più che gli altri si sentivano spesso minacciati dal mio nascere e per questo hanno alimentato le mie parti Cenerentola. Per me ancora non ci sono tante “fate madrine” che vedendo la mia bellezza sentono di donarmi un bell’abito per impreziosirla.

In questa settimana appena trascorsa ho vissuto un profondo senso di morte, dentro di me niente dell’albero della vita mi faceva godere, se non gli scambi con chi sta riuscendo a vedere questa mia morte come una festa e la sta venendo a visitare con dolcezza. A tratti, anzi, l’albero della vita mi ha terrorizzata e nauseata. L’unica cosa che mi ha fatto godere profondamente è stata proprio la morte. 

Ho provato tanta rabbia e dolore per mia sorella Cenerentola, ho sentito anche quanto era forte, quanto era disposta a combattere e trovarsi nuove strade per riprodursi pur di mantenersi in vita e di trovare conferme nella mia relazione con l’esterno, specie nel rapporto con i gruppi. Ho sentito che io ero impotente e che, per quanta forza potessi metterci, senza dubbio avrei perso e anzi, l’avrei alimentata e sostenuta, le avrei riconosciuto la sua forza. Mi ha fatto rabbia anche questo. In diversi momenti mi sono sentita maledetta, come intrappolata in una maledizione dalla quale non mi riuscivo a strappare.

Per questo ho desiderato mollare tutto, lasciarmi morire, sopraffare completamente.
Ho desiderato un padre, una madre, dei fratelli che prendessero parte di Cenerentola e ne cantassero le lodi per cantare anche le mie. 

Ma io non sono Cenerentola.  

Cenerentola è come mi hanno voluto gli altri. Cenerentola lo sono diventata per soddisfare PUK di matrigne e sorellastre-fratellastri. Cenerentola è colei che non scomoda le istanze embriogenetiche delle famiglie e dei gruppi in cui un tempo era entrata da pezzente.

La morte mi culla. È l’unica cosa che in questi giorni mi lenisce, mi dà tregua, mi dà una prospettiva.   
         
In alcuni momenti sento di voler scomparire, di voler diventare invisibile. Sento che niente dell’albero della vita mi richiama in maniera particolare. Il fare ha perso il suo fascino, come se fossi scesa da una giostra sulla quale ero da anni e neanche sento il desiderio di salirci. In alcuni istanti sento che mi scorre tutto davanti come un film e io non ne faccio parte.

So che sto facendo un salto, come mi hai detto tu, Mariano, rompendo membrane molto profonde, situate ancora più sotto di quella della mia famiglia di origine. Sento che sta mutando il modo in cui mi sono strutturata, proprio la mia trama profonda. Qui i paesaggi sono completamente diversi. E provo sensazioni mai provate prima d’ora. E spesso allo stesso tempo me ne spavento e sento un dolce e rassicurante oblio. 


Ho desiderato giustizia. Ho desiderato che qualcuno mi difendesse, che dicesse che Cenerentola è stata brava, è stata la figlia più solidale con la vita, quella che ha saputo vivere anche nell’ombra e senza riconoscimenti, quella che ha saputo anche subire ma continuare a donarsi, quella che era stata aprile mentre maggio aveva l’onore del fiore, quella che non punisce negandosi... era quella che scendeva in campo anche quando c’erano da mettere le mani nella merda e gli altri facevano gli schizzinosi, ma lei accettava, pur di preservare la gravidanza. Ho desiderato che questa parte venisse celebrata come una parte coraggiosa e non più fessa degli altri, più sfigata, meno di valore.

Questa parte è la parte che sento rappresentata dal mio cognome, quello, cara sorella, che abbiamo in comune.

Quando c’è stato il terremoto ho goduto. Non so ben spiegarlo a parole, ma è come se avessi sentito che lui sì che è un padre equo. In sua presenza il mio affannarmi era inutile, mi riportava al mio essere una piccolissima parte di un tutto che scorreva ed esisteva indipendentemente da me. Andavano in frantumi tutte le cose esteriori, perché non è su quelle che si fonda la vita, non è grazie a quelle che procede la gravidanza metastorica. 

Lo spirito però… quello rimane, resta e non è proprietà di nessuno, l’Anemos, il soffio vitale è della vita, è l’unica parte nostra che resta anche quando perdiamo tutto. E io forse ora mi sento rappresentata profondamente solo da questo.

Spirito, questo mi sento.

Come la terra, anche la mia Piramide e il mio Graal traballano tutti, ma questo non mi fa spaventare, lo sento un effetto naturale dei lavori in corso.
Dopo i giorni di rabbia ho riconsegnato questa sorella alla morte, mi sono riconsegnata alla morte, mi sono sentita come un seme che, se proprio deve rimanere nell’ombra, allora è meglio che si consegni completamente al buio, alla terra, che scompaia completamente per un po’ affidandosi proprio a quel buio dal quale proviene.

Forse questa è una possibilità per trasformare mia sorella Cenerentola.

Mi è sembrato di diventare uno zombie, con il ventre aperto e lacerato, sguarnito di ogni protezione, non mi sentivo legata a niente in maniera forte. Poi il vuoto, una sensazione di vuoto e silenzio, come se il tempo si fosse fermato. Questo non mi risucchiava completamente, non mi sentivo disperata, piuttosto svuotata e rallentata, in pace.

Cenerentola è una sorella morta. Quando riesco a distinguermi dalle ingiustizie che ha dovuto subire, io la sento come una sorella valorosa. Come la sorella che per quanto mi ha tolto mi ha anche dato. La sua eredità è grande e io voglio imparare ad amarla, voglio innamorarmi di lei che sono anche profondamente io.

Ed è proprio dalla pace che provo, mentre sento le doglie, che voglio provare a parlarti…

Cara sorella Cenerentola, 

Oggi voglio sedermi un po’ vicina a te, guardarti senza sentirti una nemica e salutarti come desidero.

Voglio provare a raccontarti ciò che il viaggio con te mi ha insegnato e che io potrò continuare a esprimere diversamente anche quando te ne sarai andata.

Desidero che tu non sia più una parte da combattere, per cui sentirmi meno, desidero celebrare il tuo passaggio nella mia vita e lasciarci proseguire ognuna per la sua strada.

Io ti benedico perché, grazie al tuo scalfirmi quando ero solo una bambina di due anni, mi hai permesso di conoscere presto una parte importante dell’esistenza, la Morte. Ti ringrazio perché introducendola presto nella mia storia mi hai permesso di viverla con una buona dose di naturalezza, ad ogni passaggio in cui si è presentata nella mia Vita.
Ti ringrazio perché questo mi ha permesso di sentirla più familiare anche quando mi ha fatto tanta paura e tanto male.

Essendoci io e te conosciute in un evento di morte, io ho conservato sempre una buona dose di fiducia in questa parte dolorosa della vita, anche quando si è affacciata in maniera inaspettata nella mia storia portandosi via un pezzettino del mio corpo e anche l’illusione che, almeno da malata, potesse essere più visibile e credibile la mia sofferenza. Anche quando la morte era diventata un’ossessione non mi sono mai sentita malata, anche se mi pesava molto sentire che la vita o la morte degli altri dipendeva da me, da un mio comportamento, dal gesto di turno che mi imponevi di compiere come una voce a cui non potevo disobbedire sennò sarei stata punita.

Ricordo che da piccola giocavo spesso con la morte mettendo a rischio la mia vita, forse perché ero curiosa di incontrati, di conoscerti. Forse se mamma e papà avessero saputo giocare di più con questa parte ti avremmo tenuta più in vita, conservando il tuo spirito come una benedizione e una spinta per la nostra famiglia a riportare in vita le parti bambine morte in ognuno di noi.

Ti ringrazio perché mi hai insegnato ad amare e ascoltare anche le cose meno visibili, quelle che non hanno la forza di venire alla luce, proprio come te.

Ti ringrazio perché attraverso di te ho conosciuto la vita intera, che include anche la morte, cosa che i nostri genitori non hanno saputo trasmettermi. 
Ti ringrazio perché me lo hai mostrato con i fatti e non con delle rappresentazioni
Io il tuo corpo senza vita l’ho visto e ancora lo ricordo. Anni dopo ho visto i tuoi capelli neri e le tue ossicine custodite dalla terra. Lì mi sembrò che una parte di te era rimasta, ma che noi non sapevamo vederla se non in quel momento in cui ti rinvenivano così fragile dalla terra. Anche lì non ci fu nessuno a sentire se per me era troppo forte quel momento. Era una cosa da fare e ognuno doveva contribuire non aggiungendo il suo dolore o il suo bisogno di essere aiutato a comprenderne il senso per la vita.
 
Ti ringrazio perché mi hai insegnato a non spaventarmi delle parti morte nelle persone che ho incontrato.
Ti ringrazio perché mi hai insegnato a non arrendermi a vedere la morte come un evento senza prospettiva.

Oggi sento che quello che sei diventata in me morendo deve trovare un senso nuovo. 

Oggi sento che la sorellanza con te deve trasformarsi in sorellanza con qualcosa che è eterno e in divenire continuo e che non mi leghi più in maniera definitiva a nessun evento di morte, per quanto doloroso possa essere.

Oggi voglio seppellirti non in una terra fredda come tanti anni fa, ma in una terra sacra che accoglie le stagioni e i cicli e nella quale anche le cose che non riescono ancora a venire alla luce possono non morire, ma prendersi altro tempo per crescere e prepararsi al parto quando sarà il momento, quando la loro gravidanza sarà matura e volta al termine. 

Ti riconsegno all’In.Di.Co., cara Francesca. 

Mi sei mancata ma oggi la persona che mi manca di più sono io.

Oggi non voglio più mancare la mia nascita.

Sia benedetto questo nostro lasciarci andare e sia custodito da chi non ha timore della nostra bellezza.

Tua sorella Graziana.

1 commenti:

filippo marroccoli ha detto...

cara sorella rinata dalle ceneri di cenerentola, ti voglio bene..Filippo