febbraio 05, 2016

Sasso di Castalda (PZ), martedì 26 gennaio 2016. VIII° PROGETTO "RAINBOW". Terzo giorno.

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 TERZO GIORNO

IL RITO NEL BOSCO DEI FAGGI

 
Si parte la mattina in macchina per arrivare in un bosco di faggi.
Giuseppina, una delle conduttrici, spiega la scelta del contesto del bosco per vivere il rito.


Il faggio ha radici profonde, si sviluppa verso l’alto e segue le stagioni; non permette a nessuno di crescere ai suoi piedi, tranne alle piante spinose del fruscio, che sono anche scaccia topi. 

I faggi sono alberi che seguono la loro strada e si incontrano solo nei loro frutti, ossia verso la luce, la parte più alta, che rappresenta il globale massimo, che è un po' la visione che ciascuno di noi ha della vita.



Ci troviamo in presenza di tanti elementi naturali: neve, alberi, terra...

Ci affidiamo  alle indicazioni dei conduttori che sono, oltre a Giuseppina, Daniela, Sasha, Nadia, Mattia e Alberto.
Formiamo un cerchio e, con il contributo di tutti, accendiamo un fuoco, davanti al quale ognuno di noi esprime un proprio pensiero. Uno dei conduttori legge un pensiero antenato lasciatogli dal padre, che rappresenta un inno all’inizio di una vita da uomo




Una donna del gruppo, con solidarietà, fa una sua immersione dolorosa: concretamente si abbandona a madre terra, per ringraziarla di averla accompagnata nel suo viaggio fuori da se stessa, ma anche di averla accolta quando, l’estate scorsa, finalmente si è arresa, iniziando il viaggio di ritorno verso sé
Si è poi rialzata dalla terra fangosa, più intera e consapevolmente rinnovata. 


Questo suo gesto spinge anche altre donne ad un contatto vero e nudo con la terra che tutto accoglie.   

I conduttori ci chiedono poi di dare le spalle al fuoco e di cambiare prospettiva, per trovare una nostra direzione in libertà, da vivere come momento in solitudine, e dopo questa breve esperienza preparatoria di isolamento, siamo ritornati di nuovo in cerchio, e i conduttori ci hanno introdotto ad una nuova fase del rito.

Dopo essere stati bendati con una benda bianca, che rappresenta la luce e la possibilità di racchiudere tutti i colori dell’arcobaleno e della vita, siamo stati accompagnati in modo sparso in diverse zone del bosco, e ciascuno è stato a contatto con un faggio, in attesa di ascoltare un richiamo guida, l’ululato dei lupi e l’accompagnamento musicale.




In questa fase ognuno ha dovuto sfidare se stesso: paure, limiti, ansie, legate al non poter vedere per ritrovare il focolare del gruppo e il ritrovo del branco. 
In quella fase in solitaria e di avvicinamento, ognuno ha potuto sperimentare emozioni contrastanti e/o ambivalenti: paura, smarrimento, desiderio di ritrovare il gruppo ma anche paura del caos che le relazioni generano quando non si sta bene con se stessi.    

Ognuno è stato accompagnato a passare da una posizione di isolamento a rientrare in relazione, a reinserirsi nel caos dell’altro. Rientrati nel gruppo, i conduttori ci hanno tolto la benda e sporcato il viso con la terra, a simboleggiare il ritrovarsi dopo la fatica.  Abbiamo condiviso i vissuti e sono emerse le paure legate alle proprie radici, mentre per alcuni è stato un riconciliarsi con gli antenati




La natura diventa a volte anche un rifugio per paura delle relazioni e delle delusioni umanoidi ed è legata al desiderio di liberarsi da pesi e catene ereditate
Tutto il gruppo, guidato da alcuni più solidali accompagnati dai conduttori, ha potuto osservare in dinamica la "morte" di una madre, coperta da foglie, ai piedi di uno dei faggi.
E' emersa la difficoltà di distinguersi e separarsi dalle parti morte dei genitori, dalle loro pesantezze che non liberano i figli, ma ne alimentano a loro volta il desiderio di morte




E' necessario, per crescere, saper prendere una propria strada per non vivere una vita da bambini addolorati e frantumati
Il rischio che emerge è di perdersi nelle parole e non trasformarle in azioni concrete, rischiando di far abortire possibili cambiamenti.
Questa dinamica suscita reazioni e fa riflettere sul significato del rito e sulla difficoltà di sapersi abbandonare.


Dopo c’è stato il rientro nel cerchio e ad ogni partecipante è stato dato un seme da lanciare o piantare sottoterra, con il quale simbolicamente si voleva far marcire qualcosa nella nostra vita, qualcosa che ci fa morire, per poi rinascere con leggerezza
Ci sono state anche alcune immersioni, in cui è emersa la tristezza rispetto anche a vissuti di perdita o di legami che soffocano e che lasciano aperti dei bisogni
La presenza di due giovani anticamente abili ci ha riportato in questa fase all’umiltà vera che ci serve per vivere una  vita  piena, per godersi le diverse sfumature delle emozioni attraverso i codici profondi senza perderci in ragionamenti inutili, dipendenti dall’esterno.



Dopo una pausa pranzo con panini preparati dal gruppo, sono state consegnate delle tuniche bianche: il bianco, colore originario che racchiude di tutti i colori dell’arcobaleno, diventa simbolo di rinascita dalle sofferenza. In quel bianco possiamo riscrivere la nostra vita, colorarla o sporcarla di ciò che per noi è importante e ci rappresenta in questo progetto.

Dopo momenti di leggerezza e scherzo, verso le 17 si riparte per ritornare nella struttura per rilassarsi e poter fare dei bilanci.
Il rito ci accomuna nelle nostre diversità, ci dà una prospettiva per cogliere il legame con ciò che è il mondo antenato, fa crescere un senso di appartenenza, ci avvicina, ci fa diventare più branco.

Si finisce la serata in allegria, scatenandosi in balli, ripartendo dai nostri corpi, non solo corpi che soffrono, ma  che condividono, vivono, intrecciano.




Gian Felice ed Elisabetta




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