dicembre 29, 2015

STORIE E RACCONTI: "MI CONGEDO DA TE E TI RINGRAZIO DI AVERMI CONCESSO IL TEMPO DI RIAPPACIFICARMI CON TE".


FONDAZIONE NUOVA SPECIE ONLUS
Registro Persone giuridiche n. 429 
Prefettura di Foggia





 Paola ci dona una parte di vissuto forte e profondo:

CARA MAMMA, CON TE E GRAZIE A TE...


Cara mamma 

Con te e grazie a te, ho appena vissuto un’esperienza dolorosa, molto dolorosa - le tue sofferenze, la tua agonia, la tua morte - che però mi ha permesso di crescere, perché sono riuscita ad affrontarla in maniera adulta, matura, pacata.

Io che non accettavo la tua malattia, il tuo invecchiare, il tuo decadimento fisico, quel tuo diventare ogni giorno più fragile, più debole, più incapace di provvedere a te stessa, perfino di camminare.

Con molta fatica, con molte contraddizioni, con molto dolore, con un grande peso sul cuore, con molti sensi di colpa, ti sono stata comunque accanto, anche con quella rabbia antica che di tanto in tanto ancora e ancora affiorava in me e mi soffocava.

Durante la tua prima crisi cardiaca in ospedale, a cui ero presente, ho letteralmente perso la testa: non riuscivo a sopportare la vista della tua sofferenza, della tua difficoltà a respirare, dei tuoi violenti conati di vomito, quando ti rizzavi all’improvviso a sedere, ti aggrappavi alle sbarre del letto e gridavi: "Voglio morire!"

Proprio quella mattina, oltretutto, avevamo avuto una discussione animata, nel corso della quale non ti avevo nascosto di non condividere per niente ciò che mi stavi dicendo e lo avevo fatto in maniera piuttosto dura. Quando la crisi è passata, ti ho chiesto scusa e tu mi hai risposto: "Eh beh, era quello che pensavi!"

Da quella prima crisi di cuore - ne sono seguite altre due - ti sei ripresa ed io, quando stavi un po’ meglio e pretendevi di dare ordini a destra e a manca e di controllare tutto, come tuo solito, di nuovo sentivo salire dentro di me quel rancore sordo verso di te e stavo male, anche perchè non riuscivo a spiegarmi questa ambivalenza.

Pian piano il tuo precario stato di salute è peggiorato: un nuovo ricovero, la trombosi, la paralisi della parte destra del corpo, il coma.



Io continuavo ad essere preda di sentimenti contrastanti, che acuivano il dolore, che mi pesava sul cuore.

Il giorno successivo alla trombosi - era domenica - sono venuta in ospedale proprio per starti vicino da sola, per dirti delle cose, perché sentivo che dovevo cominciare ad accoglierti, ad accompagnarti, ma non ce l’ho fatta: ti sono stata accanto per ore senza riuscire nemmeno a stringerti la mano, mentre Gigi, di ritorno da un viaggio a Matera, ti parlava, ti accarezzava e il mio malessere cresceva.

 

Poi, il lunedì sono tornata in ospedale da te con Davide, che percependo la mia difficoltà, mi ha suggerito di abbracciarti e, finalmente, ti ho abbracciata a lungo, senza fretta, prendendomi tutto il tempo che mi occorreva, piangendo, lasciandomi andare a quel dolore profondo, antico, attraversandolo e facendomi attraversare da esso. 

E il giorno dopo, da sola, l’ho rifatto: ho chiesto agli infermieri una mascherina, perché avevo il raffreddore e volevo ugualmente abbracciarti e ti ho abbracciata. Tu hai aperto gli occhi, mi hai appoggiato la mano sinistra sui capelli, mi hai stretto a te, hai spostato la testa e il collo per sentirmi  più vicina, per ricevermi e hai versato una lacrima.

Questo è stato il nostro congedo e questo ultimo abbraccio corrisposto mi ha liberata da quel macigno, che mi premeva sul cuore.


Poi ti sei aggravata, hai ripreso a fare fatica a respirare, a tratti rantolavi e sono accorsa accanto a te per accompagnarti, ora più serenamente e pacatamente: ti ho accarezzata a lungo, tenendoti le mani sulla fronte e sulla guancia quasi a proteggerti, confortarti, coccolarti, chiamandoti “stellina”.

E tu, mia nuova stellina, ti sei spenta dolcemente, con un ultimo respiro, quasi un sospiro. 
 
Ora ero pronta a lasciarti andare con amore, con dolore, senza più rabbia, rancore, delusione.

Il giorno dopo ti ho vegliata, seduta per lo più su una panchina di pietra - la stessa di quando, da bambina o adolescente, andavo a trovare la nonna in ospedale - di fronte alla camera mortuaria e lì ho atteso e accolto coloro che venivano a darti l’estremo saluto.

Venerdì 20 novembre, giorno del funerale, sono arrivata per prima, mi sono accordata con l’autista del carro funebre perché passasse nella tua via, davanti alla tua bella villa e anche io ti ho dedicato  il mio addio:  

"Cara mia stellina, 
mi conforta molto il fatto di essere riuscita ad abbracciarti, accarezzarti come non mai. 
E tu mi hai stretta a te! 
Ti voglio bene e mi congedo da te con serenità".



 

Ho chiesto poi al parroco di poter leggere all’altare con Mara il nostro contributo alla celebrazione del rito funebre.

La chiesa era gremita di parenti e amici venuti a salutarti anche da lontano: dalla Val di Susa, da Verona, da Livorno e la messa era cantata dalle suore bianche del convento dell’Immacolata, presso cui, da bambina, andavi a ricamare e la cui quiete ti aveva colpita al punto di volerti fare suora.

Il sacerdote nell’ omelia ti ha ricordata con le parole di noi tuoi figli e dei tuoi nipoti, trascritte sul quaderno, messo a disposizione dei visitatori nella camera mortuaria.

Io ero serena, in sintonia con me stessa, sentivo di essermi riconciliata con te e con me e quando il sacerdote mi ha fatto cenno, con semplicità ho letto  la tua bella poesia dal titolo
"Santarcangelo, la piccola Atene della Romagna".


Quella poesia che ti rispecchia in pieno, rispecchia il tuo amore per il tuo paese natale e la tua fede profonda e autentica:


“Santarcangelo, la piccola Atene della Romagna,
(carica di memorie è là in basso la sua verde campagna)
si schiude, sulla collina, splendido fiore,
raccolto, armonioso, ridente
racchiude con gioia la sua gente,
piccolo, grande paese, dal Cielo protetto,
vi garriscono rondini sotto ogni tetto.
Arte, musica, teatro, poesia
si respirano ovunque per la via:
“e' paeis di piteur e di poeti”, così è chiamato,
da italica gente e da stranieri onorato.
Pedretti, Baldini, Bernardi, Moroni, Nicolini, Fucci, Guerra...
tanti ne vanta questa misteriosa, benedetta terra!
So che città sei diventata ... Dolce nostalgia?
Ripenso all'antica borgata natia,
e' bourg ad sotta e' bourg ad soura,
dall'alto e' vec campanon e' suneva  l'oura.
Quasi tutti ci conosciamo
e, cordialmente, voce ci diamo:
“Ciao! A' t saleut ! Cum vala!
Quant'el can t veg! Ci sempra piò bela!
E dal piano salgo, salgo ognor,
un dubbio, un sospetto mi punge il cuor:
tutto più bello, più prezioso allor?
O era giovinezza piena d'ardor?
 A svelti passi, di nuovo mi avvio :
pace e serenità mi giunge da te e da Dio.
Ecco la Chiesa Collegiata,
il Monastero dell' Immacolata,
dei Malatesta la Rocca incantata!
Si rincorrono i ricordi ... Tutto vero?
Giovanna, tot'e pasa, anche il mistero!
Salvo ancora: a vag d'i' fre'.
Pregando, con amore, percorro la scalinata,
cento gradini, dai Francescani calpestata
e vedo la silenziosa chiesetta in cima alla collina:
bellezza intorno, quiete, musica divina.
Tante ore, belle e brutte, sono passate,
quante ancora me ne saranno assegnate?
Io, certo, tra i santi, non sono elencata,
ma a novantadue anni attendo serena la chiamata.
La notte scende col suo grigio velo,
ancora il mio pensiero si rivolge al Cielo.
Dio ringraziando, guardo l'orizzonte,
l' azzurro, il sole, il mare a me di fronte:
Deo, Deo gratias dalla marina al monte!
Ave, ave, Maria, gratia plena,
mi sussurra nel cuore una dolce cantilena!” 
 
Poi ho raccontato che, dopo la trombosi, noi figli con i nostri figli e nipoti, ti abbiamo abbracciata, accarezzata, coccolata, io come non mai e Mara, con Margherita in braccio - tua prima nipote e tua ultima pronipote - ha letto alcuni passi da "L’abbraccio" di Grossman: è un dialogo fra il piccolo Ben e sua mamma, che gli dice che è unico e speciale, ma il bimbo ribatte che non vuole essere unico, perché così è solo. La mamma lo abbraccia e lui sente che in quel momento non è più solo.


Infine, sempre dall’altare, ho concluso il mio commiato da te, precisando che regalavo quel libro a mio figlio Alessandro, a cui l'ho consegnato abbracciandolo a lungo - dei miei tre figli è quello che faccio ancora fatica ad abbracciare.

Al cimitero, ho continuato ad accompagnarti con devozione, ho gettato nella tua fossa una copia della  poesia, una zolla sminuzzata di terra, un fiore giallo e mi sono definitivamente congedata da te, mia cara mamma Giovannina.

Ora mi congedo di nuovo da te e ti ringrazio di avermi concesso il tempo di riappacificarmi con te.  

Ti auguro con tutto il cuore di riposare in pace là dove sei. Te lo meriti, perché hai sofferto molto e non solo nei tuoi ultimi giorni.
Con amore,
Paola

1 commenti:

Giovanni Chiariello ha detto...

Ti abbraccio forte Paola; Giovanni Chiarello