settembre 19, 2015

Fragheto di Casteldelci (RN), sabato 16 e domenica 17 maggio 2015. DUEGIORNI DEL G. E. I. P. E. G.

FONDAZIONE NUOVA SPECIE ONLUS
Registro Persone giuridiche n. 429 
Prefettura di Foggia





DUEGIORNI DEL G. E. I. P. E. G.
A FRAGHETO. 
"UNA SCUOLA PER CRESCERE
A PARTIRE DALLA VITA".



Mi rendo conto che un post va fatto subito, altrimenti si perde l’immediatezza di ciò che è stato. Ma spesso tante cose si intrecciano e si dilaziona. Ciononostante penso sia importante lasciare traccia per non perdere il valore di ciò che è stato e per poi potere andare oltre.

Eccomi dunque a parlare del corso di formazione per insegnanti ed educatori che l’Ass.ne alla Salute Romagna, in collaborazione con l’Associazione culturale Il Borgo della Pace e all’interno delle iniziative del G. E. I. P. E. G., ha organizzato a Fragheto di Casteldelci (sull’Appennino romagnolo)  il 16 – 17 maggio 2015.

Un corso residenziale di due giorni nato da un mio sentire, dalla necessità che ho avvertito di intrecciare le più significative esperienze che ho vissuto come docente con le attività  del G. E. I. P. E. G. e più in generale del Metodo alla Salute ideato da Mariano Loiacono.

Ho avvertito che ne poteva scaturire un arricchimento reciproco e che poteva essere un importante stimolo per la Scuola che, come tutte le Istituzioni, sta vivendo momenti di crisi profonda. Sempre più difficile appare infatti rispondere alle istanze che vengono dalle nuove generazioni che manifestano, in modi diversi e non sempre riconoscibili, il loro disagio.

Se l’idea è partita da me devo dire che è stata subito condivisa dal gruppo G.E.I.P.E.G Romagna/ Marche e che la collaborazione è stata davvero preziosa. La Rete ha funzionato in modo naturale, a dimostrare che la Marcagna è una realtà. 

Approccio autobiografico, storia di sé e "grande storia", sperimentazione del Cerchio magico dentro le classi, alcune unità didattiche del Metodo alla Salute… tutto questo in un mix rigorosamente programmato in questi due giorni di convivenza in cui non è mancato il momento della “festa: sabato sera dopo cena, infatti, stage di danze popolari. Ecco la locandina col programma:


Abbiamo pensato a una formazione che fosse innanzitutto un’esperienza di vita, fatta non solamente di parole, una formazione che partisse dal fenomeno vivo e che in qualche modo vedesse tutti, conduttori e partecipanti,  coinvolti nella realizzazione di qualcosa di “inedito.

Sedici le iscrizioni tra docenti ed educatori, non poche dato il periodo e la lontananza del luogo, Fragheto appunto, luogo comunque “dell’anima” immerso tra natura e storia.

Ma perché questa scelta logistica?

Sono partita da una semplice constatazione: tutti abbiamo bisogno di comunicare in modo efficace, ma ciò è particolarmente necessario quando ci si trova in ambito formativo e educativo. Per questo fondamentale è l’attenzione al contesto: dare importanza a certe ritualità, alla scelta attenta delle parole, dei silenzi e dei luoghi (per questo  Fragheto), che possono rendere sensibile la differenza rispetto a un’esperienza quotidiana sempre più irriflessa, espropriata, massificata, stagnante, antiecologica.

Tutto è stato preparato con cura, dall’alimentazione (ambito in cui le donne delle associazioni Romagna-Marche  hanno dato il loro valido contributo) alle “borsette” (fatte a mano con materiale di riciclo) nelle quali sono stati inseriti i materiali  di lavoro e approfondimento per i partecipanti.

Nella consapevolezza che è necessario aver sperimentato su di sé le esperienze che si pensa poi di proporre a studenti e studentesse, sia sul piano cognitivo che su quello relazionale, la partenza, come da programma, è stata un laboratorio autobiografico.

Sabato pomeriggio infatti, dopo l’accoglienza e la presentazione del corso, tutti i presenti (non solo i corsisti, ma anche conduttori e “aiutanti”) sono stati invitati a riannodare i fili della propria infanzia o giovinezza, a riviverne  alcune emozioni, attraverso un lavoro di scrittura autobiografica sul proprio nome.

Al termine ogni persona ha letto e condiviso col gruppo, con grande empatia, il proprio vissuto. E’ stata un’esperienza davvero significativa, un modo diverso per presentarsi ed entrare nel vivo del lavoro. Anche chi pensava di non avere niente da dire in realtà, con stupore e commozione, si è immerso e si è reso conto che ripensare al proprio passato può insegnare molto di se stessi e magari orientare verso nuovi atteggiamenti mentali  e relazionali.

Erano state preparate altre attivazioni ma non c’è stato il tempo per realizzarle. Kairòs e non Chrònos: ci si è presi il tempo necessario e poi …, dopo una cena conviviale e di scambio, spazio alla musica e alle danze. E’ stato il momento della festa.

E c’è stato anche chi alla fine ha fatto una passeggiata notturna fino al cimitero di Fragheto, luogo simbolo di un paese che ha subito durante la seconda guerra mondiale una ferita non rimarginabile. Un tragico eccidio di donne, vecchi e bambini, perpetrato dai nazifascisti, che ha dimezzato e sconvolto la popolazione.

E siamo al secondo giorno. E’ mattina …

Ognuno con i propri ritmi fa colazione e il gruppo comincia a riprendere corpo. Il tempo ci vuole bene: è uscito il sole, anche se lo spazio per fare una passeggiata dopo il pranzo, come si era ipotizzato, non ci sarà.

La mattina corre infatti via veloce e non si finisce che a ridosso delle 14. Ma andiamo con ordine. C’è bisogno di riprendere  le fila rispetto al giorno precedente ed è Sandra a farlo sollecitando le persone a esprimere pareri, stati d’animo e spiegando quale sarà il tema centrale della giornata: Metodo alla Salute e Cerchio magico.

Michele, venuto appositamente da Bergamo, si sofferma sulla valenza del luogo scelto per la due giorni, un luogo dove la storia si “respira”, Nicoletta, nel percepire quanta sofferenza si sia riversata sul paese per la strage avvenuta, vede comunque in esso una speranza per la scuola. Perché se è giusto non dimenticare quanto avvenuto e ricordare "gli antenati", è nondimeno importante andare oltre, portare avanti la speranza e la volontà di cambiamento.

Il dolore, il negativo, anche nella vita quotidiana, non devono farci sprofondare nell’abisso, vanno attraversati per arrivare poi a qualcosa di nuovo che ci spinga a continuare il viaggio della vita.

Sono quindi Cindy e Sandra che in modo chiaro e coinvolgente introducono i corsisti al Metodo alla Salute, partendo da sé e utilizzando alcune unità didattiche, in particolare la Piramide del Sarvas e il Communitometro.


Unità didattica "Piramide del Sarvas"
 
Unità didattica "Il Communitometro"

Il punto focale è comunque la Scuola, si commenta il titolo del corso e si fa notare che non si può più, oggi, non tener conto del mutamento antropologico che si è verificato.

La struttura piramidale di una società rigida, gerarchicamente organizzata, dove si partiva dal globale massimo e non da se stessi, non può più reggere.



Se oggi non c’è più la tenebra rispetto alle culture “altre” perché dal Villaggio-Mondo si è passati al Mondo-Villaggio, è però vero che c’è una grande difficoltà a capire chi si è.

"Villaggio-Mondo", opera di Stefania D'Aries
"Mondo-Villaggio", secondo S. D'Aries
 
Quindi è necessario partire da sé, capire e valorizzare la propria specificità per poter poi costruire rapporti significativi con le persone con cui si ha un legame forte, poi con i gruppi e infine arrivare al Globale massimo, ad avere cioè un proprio punto di vista sulla vita.

Tutti sono interessati ma c’è anche qualche perplessità: non è così facile per chi non ha frequentato il Metodo alla Salute addentrarsi in questi concetti. Con facilità e naturalezza tra i conduttori c’è un passaparola e così interviene Martino per parlare dell’Epistemologia globale messa a punto da Mariano, un nuovo punto di vista sulla vita fatto di teoria e prassi, e del Progetto Nuova Specie ad essa legato.

Sono “assaggi” in un certo senso, degli stimoli, come puntualizza Davide, per incuriosire le persone e spingerle ad approfondire, se interessate, con altri incontri o letture (e di materiale in questo senso ce n’è tanto).
E per tornare alla scuola, dentro il Progetto Nuova Specie c’è anche il G. E. I. P. E. G.: Genitori Educatori Insegnati per un Progetto Evolutivo Globale. Probabilmente solo se le diverse componenti che hanno a che fare con l’Istituzione riusciranno a cooperare e ad assumere un nuovo punto di vista, si potrà affrontare seriamente il disagio che sempre più vivono le nuove generazioni.

E la metodologia del Cerchio magico, sperimentata a Scuola nelle Marche, dalla Puglia alla Romagna, ha dato sicuramente i suoi frutti.

Nel metodo, si fa notare, il disagio non è un sintomo, ma una fase da inserire all’interno di un “viaggio”. E sono proprio i ragazzi e le ragazze che lo manifestano che ci spingono a  metterci in ascolto per andare al di là di quell’8% che di loro vediamo, ci stimolano a  “fare spettacolo” e a cambiare il punto di vista.

 
Ogni studente è diverso da noi, generazionalmente, per appartenenza culturale, familiare, vive altrimenti i suoi contesti di senso, viene da pratiche di sapere implicito. Se riusciremo, come insegnanti o educatori a partire  prima di tutto da noi stessi, dal nostro eventuale disagio, ad attraversarlo, guarderemo con occhi diversi anche i nostri alunni.

Si sottolinea come nella relazione educativa (per questo anche l’idea del cerchio) sia  fondamentale sentirsi uguali nella diversità, recuperare la grande valenza delle emozioni mettendosi, docenti e discenti, sullo stesso piano. Non si perderà in autorevolezza se permetteremo ai ragazzi e alle ragazze di partire da sé, dalla propria storia, se li aiuteremo a condividerla con il gruppo in un processo in cui anche noi saremo coinvolti con la nostra storia.

E qui Nicoletta racconta la sua esperienza in una piccola scuola con un’unica sezione. Una classe molto problematica, con casi certificati come autismo ed elementi iperattivi. E’ stato fatto un progetto, si è sperimentato il Cerchio magico due volte al mese dentro la classe;  i genitori stessi hanno collaborato e sono intervenuti a volte anche operatori esterni come Martino e Davide.

I risultati sono stati evidenti, i ragazzi si sono trasformati perché hanno capito che gli si andava incontro, non si sono più sentiti marginali o magari troppo al centro dell’attenzione, hanno potuto essere semplicemente se stessi e esprimere le proprie emozioni. E il cosiddetto “programma” non ne ha sofferto: il progresso c’è stato anche sul piano della lettura e della scrittura. Si è applicata la pedagogia della lumaca, delle piccole cose, che poi finiscono per diventare quelle più grandi.

Brava Nicoletta, ha saputo raccontare in modo mi verrebbe da dire “scientifico” ma anche molto empatico.

Ma il tempo è volato, le domande da parte dei corsisti erano tante probabilmente e anche l’esigenza di avere delle risposte, ma si è poi dovuto chiudere anche perché nel pomeriggio ci sarebbero state altre testimonianze.

E’ stato un corso davvero denso, ricco, per cui in questa seconda giornata si è effettivamente un po’ sacrificata la parte del dibattito e del bilancio.

Così, dopo un buon pranzo ristoratore si giunge alla parte finale.

Si riprende puntuali alle tre del pomeriggio.

Il programma prevedeva anche un aggancio con la grande “Storia” ma in realtà lo spazio per quest’aspetto non c’è stato. Si sono forse aperte alcune “finestre” che però richiedevano tempi e contesti diversi per cui si sono lanciate delle ipotesi di approfondimento per il futuro è si giustamente privilegiato il racconto di altre esperienze attuate dentro la scuola legate al Metodo e al Cerchio magico.

Sono stati Martino, Davide e Maria Grazia a farci partecipi di quello spettacolo che già avevamo vissuto in mattinata con Sandra, Cindy e Nicoletta.

Hanno operato e operano tutti e tre nel campo dell’educazione ma in ambiti diversi: educatore domiciliare Martino, insegnante di matematica alla Scuola Media Davide, docente di Scuola Elementare e dell’Infanzia Maria Grazia.

Inizia Martino a raccontare del suo lavoro con E. (previo consenso dei genitori), certamente particolare per la situazione particolare: E. è affetto da SMA 2, non ha alcuna autonomia sul piano fisico ma adeguate capacità cognitive. Comunica solo con gli occhi e muovendo un pollice. E’ iscritto al secondo anno del Liceo delle Scienze umane. In questo caso Martino ha svolto due ruoli, quello di educatore domiciliare e educatore scolastico.

Subito sottolinea come per lui affrontare questa difficile situazione sia stata una palestra di vita in cui certamente ha dato, ma molto ha anche ricevuto. Non è possibile sintetizzare in poche parole l’intervento, ma il senso profondo sì. Perché Martino ha sottolineato che, nell’essenza, quello che vale per Eugenio può valere per tutti. Ha fatto un anno di sperimentazione partendo dal basso, dalla relazione innanzitutto, e facendosi una domanda base: “A cosa serve quello che gli si sta insegnando per la sua vita?

Questo è il punto.

E’ chiaro che il linguaggio deve essere al servizio della vita, ma non basta ovviamente. Dove si colloca il contenuto esterno? La risposta è questa: ha valore e  coinvolge nel momento in cui  aiuta a scendere nella propria vita, la illumina in qualche modo.

Ma questo è un principio che vale per tutti.


Ci vuole una didattica che sia ascendente, che parta il più possibile dal basso, una didattica che utilizzi tutti i codici, non solo quello simbolico, e quindi preveda che si possa insegnare ad esempio matematica attraverso un’attività teatrale (“mateatro”), una didattica che si incardini sulla conoscenza di chi si “pretende” di educare e che implichi la condivisione delle storie. “Tu mi doni la tua storia, io ti regalo la mia”. Uguali nella diversità.

E’ il primo passo per poter affrontare un percorso che sia ricco di significati, foriero di crescita, e non si riduca a un cumulo di contenuti privi di aggancio con la vita.

I contenuti infatti “devono valere in quanto luoghi a partire dai quali possiamo riflettere sulla cecità dei nostri saperi e cogliere così il senso della nostra esperienza, compresa quella educativa nella direzione di una formazione più complessa dei ragazzi e delle ragazze (Sini).

Di questo ha gran bisogno oggi la scuola.

E questo hanno cercato di mettere in pratica, nel loro agire, anche Davide e Maria Grazia; pur operando in realtà diverse, come la Scuola Media e la Scuola dell’Infanzia, dai loro racconti è chiaramente emerso un Fondo comune con l’esperienza di Martino.

Facciamo un altro esempio con Davide che insegna matematica: chi avrebbe mai pensato che si può affrontare questa materia spesso ostica, insegnarne le regole, attraverso una canzone rap? Invece è stato un successo!

Ma è proprio in questo modo, partendo dal basso, catturando l’interesse di ragazzi e ragazze, proponendogli qualcosa che gli piaccia, che si riesce a entrare in contatto con loro, ad accoglierli, a comunicare.

Di nuovo emerge dunque la necessità, nella pratica didattica, di utilizzare tutti i codici, di “fare spettacolo”, di ancorare la conoscenza alla relazione e all’ascolto.

E come avrebbe potuto Maria Grazia aiutare il piccolo M., nato con una grave malformazione come la labiopalatoschisi, con una successiva diagnosi di autismo, accolto solo in funzione del fatto che stava male, se non si fosse messa in ascolto della sua specificità, se non avesse, come ci ha ben illustrato, lavorato su tutti i codici comunicativi del bambino, sulla sua rabbia, sulla sua difficoltà, sulle sue stereotipie?

Se non fosse partita dai codici sottostanti, che erano “stati tagliati”, quindi dal bio-organico, dalle emozioni, come avrebbe potuto pretendere delle risposte sul piano del simbolico?

Non occorre ribadire che questo non vale solo per i casi cosiddetti difficili, vale per ogni individuo, come per tutti è fondamentale la collaborazione delle famiglie, degli altri insegnanti, degli educatori, dei pari.

E siamo in dirittura d’arrivo.

Ci sarebbe voluta una pausa e uno spazio per il dibattito, ma come dicevo il tempo è a volte tiranno e così, sinteticamente, interviene Antonio Mazzoni, il “nostro” storico.

Esprime sicuramente ammirazione per i contenuti innovativi e per la ricchezza delle esperienze esposte, ma anche alcune perplessità e pone delle questioni di ordine epistemologico.

Partendo da quanto più volte era stato ribadito e cioè che è prioritario vedere e attraversare i propri disagi, anche come insegnanti, se si vogliono capire quelli degli alunni e delle alunne, ha posto fondamentalmente due quesiti (non dimentichiamo che siamo a Fragheto luogo di sofferenza per tutta una comunità):
  • se è legittimato che uno storico, che non ha vissuto, non ha sofferto per la strage,  possa indagare su di essa; 
  • quale deve essere il rapporto tra lettura emotiva dei fatti e realtà storica, tra il rigore di fondo dei fatti storici e la necessità di entrare in empatia con la classe.

Naturalmente ho riassunto, tenuto poi conto che il tempo di discussione su questi temi  è stato veramente minimale e forse esulava un po’ dal contesto più generale del corso.

Ci si danno comunque degli obiettivi anche su questo piano; interviene infatti Martino che, dopo alcune riflessioni in merito al fatto che la dimensione della ricerca storica è molto importante, ma lo è altrettanto cercare negli eventi un fondo comune con la vita, lancia l’ipotesi di un prossimo approfondimento: analizzare il rapporto tra storia e metastoria.

Spetta quindi a me tirare le fila della due giorni. Non è facile perché è stato tutto molto intenso e molto ricco, ma logicamente mi cimento.

Rinuncio, come già detto, alla parte più propriamente storica su cui avevo lavorato, ma do alcune piccole indicazioni ai docenti per come, secondo la mia esperienza, è possibile raccordare la storia personale, la micro-storia, alla grande storia.

Faccio poi alcune considerazioni conclusive su questo tema e su quello del negativo, del dolore, sia  dei singoli  e che  delle comunità.

I dolori non si possono cancellare, li dobbiamo attraversare, ne dobbiamo elaborare il lutto. E’ importante sia per gli individui che per la collettività, ma inserire poi quanto emerso e “rivissuto con la pancia” in un contesto di verità storica, di dati oggettivi è fondamentale per la comprensione e per procedere con più serenità nel proprio cammino, che così inteso, a qualsiasi età, per tutte le persone o le società, dev’essere inteso come un cammino di crescita.

Ci meritiamo tutti un grande applauso ed è quello che succede. Si chiede ai partecipanti di mandare un bilancio da poter poi condividere tra tutti, per proseguire, se si crede che valga la pena e migliorare.
 
Da parte mia mi impegno a restituire a tutti gli scritti significativi che hanno fatto rispetto al proprio nome.

Baci, abbracci, promesse di risentirci, poi noi dell’associazione sistemiamo ben bene questa bella casa che ci ha ospitato e ci ha dato la possibilità di effettuare un percorso di formazione tra storia e disagio un po’ innovativo e ricco di stimoli (io almeno spero lo sia stato).

Come per tutte le cose l’augurio è che non rimanga “una tantum”, perché spesso succede. Sarebbe un peccato, sarebbe disperdere delle belle energie… quindi vediamo di fare tutti qualcosa.
Lidia

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