maggio 30, 2015

Aula didattica globale "Gianna Stellabotte"(FG), 12-17 Maggio 2015.SETTIMANA INTENSIVA DI MAGGIO.




FONDAZIONE NUOVA SPECIE ONLUS
Registro Persone giuridiche n. 429 
Prefettura di Foggia





RESOCONTO DELLA SETTIMANA INTENSIVA DI MAGGIO 2015.




La settimana intensiva, che si è svolta al Centro di Medicina sociale dell’ospedale d’Avanzo di Foggia, rinominata “Fuck you, Mama”, è stata un grande rito di liberazione ed iniziazione collettivo. 
E’ emerso sin dalle prime battute, il bisogno da parte di ogni partecipante di ricontattare le emozioni primordiali non vissute nella quotidianità, deluse già a partire nella nostra nascita e represse nella nostra crescita.

festa della Semina 2014

In un deserto senza vita in cui spesso ci muoviamo, approdare all’oasi del Metodo alla salute è un motivo per abbeverarsi e rigenerarsi, in cui ritrovare fiducia nel prossimo e in noi stessi, felicità e tristezza nei volti delle persone che condividono il nostro stesso viaggio, in un contesto trasudante umanità, sacralità e rispetto reciproco.
Abbiamo vissuto, durante questa settimana intensiva, emozioni profonde, partecipando a dinamiche di vita vera, vissuta; condividendo e scambiando parti di noi stessi, problemi e soluzioni. 

Siamo partiti dal vissuto, dalla pratica o Prassi, per poi approdare alla Teoria, al fondo comune nel quale ci riconosciamo tutti come parte di un Unico. 

Si sono alternate molte dinamiche in questa settimana, che hanno dato modo di esprimere disagi e modi di vivere che ci hanno condizionato la vita fino ad oggi. 
E’ emersa chiaramente la rabbia verso le madri depresse e oppressive, e con il grido di vaf* mamma, si è sciolto un nodo che per tanto tempo ci stringeva la gola e non ci ha ancora permesso di avvicinarci alla figura materna in un modo vitale e creativo. 



Il rapporto tra madre e figlio è il primo rapporto che abbiamo, volenti o nolenti, con un’altra persona oltre noi. 
E’ un rapporto che nasce simbiotico, peggiorando sempre di più nel tempo se non si hanno strumenti adeguati per vederne i meccanismi e poi superarli.
 Spesso è un rapporto di odio/amore, attaccamento/repulsione, male definito nei suoi limiti. 
Come si può odiare chi ti ha donato la vita? 
Come si può respingere una creatura che tu stesso hai contribuito a creare? 
Eppure questo capita, e non in pochi casi. 

L’incapacità di accettare questo dualismo nel rapporto madre-figlio, spesso genera da entrambe le parti sensi di colpa, frustrazioni e rapporti distorti e confusi con noi stessi e con gli altri. 

E’ importante sfogare le cose che ci fanno star male (e troppo spesso non dette per paura di ferire o di perdere la controparte), cacciare un bel VAF* senza nascondersi dietro l’italico proverbio:

La mamma è sempre la mamma”. 

Sicuramente lo è, e aggiungeremmo purtroppo, a volte! 
Bisogna riuscire a separare il bene che una madre rappresenta, dai suoi meccanismi di possesso e di morte. 

Dall’altra parte, quando inaspettatamente arriva una gravidanza, spesso nelle madri si innesca una grande paura, tale da non riuscire ad accettare il proprio figlio, pensando anche all’aborto. 
Il senso di colpa e la solitudine è molto forte e viene trasmessa alla propria prole. 
Questo meccanismo è emerso in maniera molto forte, quando un bambino mostrava segni di indifferenza verso la madre e verso chi cercava di comunicare con lui. I conduttori, accortisi di questo atteggiamento, hanno spinto il bambino verso la madre, mettendo in risalto quanto anche lei stessa non desiderasse, esprimendolo con il corpo, il contatto con il proprio figlio. 
Il contatto di una madre e di un figlio è qualcosa di talmente naturale, genuino, desiderato, ma spesso dimenticato e a volte anche limitato, o visto male, nella vita quotidiana. E’ stato un momento intenso, in cui un po’ tutti si sono sentiti di nuovo bambini e madri allo stesso tempo. 

"Il Femminile di Nuova Specie". - di Michela Garbati

 La mamma rappresentava la Madre Terra che cerca di abbracciarci, di dirci che tutto va bene, che la vita forse non è poi così complicata, e noi siamo tutti un po’ come quel bambino, che vogliamo rifuggire da questa verità così semplice, ma che alla fine accettiamo, lasciandoci andare al suo dolce abbraccio.

Lo stesso desiderio di accoglienza verso la figura materna, è uscito verso la figura paterna
Molte dinamiche hanno attivato e nutrito questi bisogni, anche in situazioni di figli e padri adulti. Partendo dalla delusione e dal mancato soddisfacimento di questi bisogni, si scatena una forte rabbia, soprattutto dai figli verso i propri padri, e viceversa, con soluzioni molto difficili da riconoscere. 
La rabbia, questo veleno che intossica animo, corpo e pensieri, si insinua nella persona e lì vi rimane, la modifica dall’interno, ne determina scelte e strade di vita. 
Bisogna sfogarla, sputarla fuori il più presto possibile, altrimenti si autoalimenta, si ingrandisce a dismisura. 
Le dinamiche che si sono sviluppate durante la settimana, grazie alla capacità dei conduttori, hanno permesso ai figli rabbiosi di reagire, di abbandonare le parti paterne oppressive e di buttare fuori una negatività repressa da una vita. 
In questo modo l’individuo inizia a purificarsi e riavvicinarsi alla figura paterna in maniera più leggera e creativa.
I genitori spesso sono così protettivi da non permettere ai propri figli di viversi esperienze di crescita anche nelle difficoltà, negli sbagli e nel dolore, sia nella positività come nella negatività.

Lo vediamo in natura quando un albero fa cadere i semi sotto la sua chioma, proteggendoli dalle intemperie, ma la sua ombra ostacola il loro sviluppo, causandone quasi sempre la morte nei primi anni di vita.



Nel crearsi della coppia, sia la figura paterna che quella materna sono così incarnate, molte volte in maniera inconsapevole e distorta, che le aspettative di un partner verso l’altro spesso sono la proiezione del bisogno e del desiderio di essere visti e riconosciuti dai propri genitori. 

Un rapporto di coppia diventa spesso una soluzione, un tentativo di soddisfare questi bisogni profondi, creando spesso rapporti simbiotici in cui ognuno svende se stesso, perdendo parti della propria identità.

Durante lo svolgersi di una dinamica tra marito e moglie, è emerso questo meccanismo in modo chiaro. 
Liberati ognuno dalla propria responsabilità con parti genitoriali acquisite e impresse, sono riusciti a vedere il proprio rapporto di coppia con maggiore lucidità e serenità, in cui anche un distacco non è visto come negativo, ma positivo per la crescita di ognuno nella sua specificità.

Ogni evento, ogni dinamica ha bisogno, per essere sanata e capita, di una Teoria di fondo, che riesca prima di tutto a far vedere da dove nascono certi meccanismi distruttivi, di allontanamento dalla vita e da se stessi, e poi di riportare tutte le storie a riconoscersi e a ritrovarsi in un fondo comune. 


E’ emerso dalla settimana l’importanza di acquisire gli strumenti per fare una teoria partendo dalla propria vita e dalle proprie esperienze, in modo da non perdersi o fermarsi in soluzioni già viste e povere. 

Partecipare a una settimana intensiva dà la sensazione di essere presenti allo svolgimento di rituali arcaici che ci appartengono nel profondo ma che abbiamo dimenticato nel corso della storia e della nostra in-voluzione umana continua. 

Molte dinamiche ci hanno ricordato i riti purificatori della taranta, in cui le donne dei paesi del sud, a ritmo di musica, ballando e urlando, scacciavano simbolicamente il veleno della tarantola dai loro corpi, unico modo socialmente accettato per queste donne di esprimere un malessere psicologico all’interno del loro ambiente sociale. 


Come la storia di G., logorata dall’interno che aveva bisogno di tirare fuori "il veleno" per essere finalmente libera. Il gruppo presente faceva da utero, da tribù, da famiglia, pronto ad accogliere il suo malessere in modo che si liberasse e poco a poco si ridimensionasse, perché sgonfiato dal suo potere distruttivo. 

L’energia vitale scaturita da questa settimana, non si ritrova assolutamente nella nostra quotidianità, ma nel nostro animo, nel profondo di noi stessi, dove sentiamo che è quello che realmente siamo,  
che la vita è. 
Dobbiamo solo ritornare a ricordare, a risvegliarci dal lungo sonno in cui ci siamo addentrati, per ritornare finalmente alla nostra interezza, alla nostra umanità.




Isaia, Alberto, Diego e Giacomo.

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