gennaio 13, 2020

26/12/2019, la gita a Matera nel racconto di Debora.

gennaio 13, 2020 Posted by elleti No comments
..." La due giorni materana non ha lasciato indifferente nessuno dei partecipanti, non foss'altro che per la bellezza e magnificenza dei luoghi.
                                                        

Il giorno di Santo Stefano siamo partiti in bus gentilmente concessoci dalla coppia Paola e Ottavio, che per l'occasione Mariano ha ribattezzato Paolotta: è stato molto rilassante scorgere fuori dal finestrino come il paesaggio sapeva mutar aspetto; incrociavo lo sguardo infatti di filari ordinati di ulivi per approdare poi man mano che il tempo scorreva in distese ininterrotte di praterie inframmezzate solo da cespugli di macchia mediterranea.
Osservavo pian piano scendere i ragazzi e le persone più anziane ed era sorprendente vedere con quale ordine ed equilibrio scendevano tutti, in fila indiana, quasi fossimo in gita scolastica.
                                                    

Dopo esserci ristorati siamo andati finalmente verso la maestosa Matera, il cui colore dominante è l'ocra, un giallo paglierino virante al beige: Matera è una città che sa e vuole rendersi promotrice di accoglienza, di un moto lento e ondeggiante che si esplica nei palazzi di epoca antica così come nelle stradine in salita e discesa.
Non andavamo veloci, ma nemmeno troppo lenti, una via mediana che consentiva al nostro variegato gruppo di osservarsi e monitorarsi senza che nessuno si perdesse nonostante il passo differente.
                                                  


Senz'altro da rimarcare ad esempio, come ragazzi quali i gemelli Dav. e Dan., entrambi assai sensibili riuscissero a non perdersi mai di vista nonostante mantenessero lontananza uno dall'altra e il padre controllasse l'andatura di Dav. per non perderlo. Oppure la modalità in cui E. ad esempio scegliesse di camminare a fianco a me sentendosi rassicurato ogni volta che fermandomi, lo guardavo negli occhi e gli sussurravo "mi fa piacere stare qui con te".

Il vento sferzante e gelido non consentiva certo grandi passeggiate ma il 1à giorno eravamo già riusciti a vedere diversi monumenti, fra cui la cattedrale.
                                                  

Dopo cena però, l'evento più eclatante e spettacolare fu l'esibizione di Fede, lei originaria proprio della città materana, con babbo M. e mamma M. facenti parte del gruppo: è stato davvero avvincente seguire i suoi passi in sala assieme a i conduttori S. e R. e quanto in modo crescente, si divertiva e sapeva emozionare in un lampo. L'esempio di Federica potrebbe creare seguaci in quanti, tra famiglie, volessero vedere lo sforzo e la continuità con la quale la famiglia sia riuscita a seguire le direzioni impresse dal Metodo.
                                               

 Anche il giorno successivo ci siamo lasciati sospingere da un vento antenato e di buonora, siamo usciti per visitare la Matera più sommersa e antica, quella dei Sassi; questa volta ho camminato accanto a Marcello, esperienza davvero coinvolgente e affettiva quanto a intensità; certo è che se la 2 giorni voleva risultare leggera, non sapeva che avremmo incontrato    tante e tali dinamiche di vita.

                                                 

Come ad esempio, un altro momento eclatante si è svolto nel dopo pranzo: una Chiara assonnata ma decisa ha voluto acquattarsi fra noi tutti ragazzi chi più addormentato chi meno, per poi adagiarsi tra Mariano ed altri affermando ad un certo punto, ..."Non vorrei mai che finisse, per la GUK!.." a testimonianza del suo benessere.
                                                    

Dopo alcuni ultimi istanti di riflessione in fine tragitto verso l'albergo, ce ne siamo andati, sicuri di trattenere per noi a lungo sensazioni di pienezza e calore.
                                                     

Ciò che più conduco nel mio cuore è la sensazione di leggerezza e gioia nel poter scorgere il viso allegro e scanzonato di mia figlia.
                                                     
Debora                               

dicembre 25, 2019

"E' la mia vita che mi dice cosa è meglio per me" - M. Loiacono

dicembre 25, 2019 Posted by elleti 2 comments

            

Dubitare è lecito e opportuno.
Quando capita a me faccio come stai facendo tu
In genere mi dico che, anche se rischio,
male che va va male.
Oggi come oggi c’è poco da perdere.
In più, nessuno obbliga a procedere o a fare delle cose;
per cui, quando lo riterrai, ti potrai anche fermare.
In genere, a me serve vedere da dove provenivo
e come sto adesso e, sinceramente,
non ho dubbi che è meglio adesso.
E’ la mia vita che mi dice cosa è meglio per me.
Per il resto, vedo con piacere che fai già molta teoria
su di te e sulla tua vita. Vedrai che, un po’ alla volta,
il senso delle cose ti sarà più chiaro e percorribile.
Comunque, procedi ancora un po’ e poi decidi cosa fare.

Mariano Loiacono
(LIMAX giugno 2009)
                                                                   

dicembre 23, 2019

Il nome che ho dato alla mia casa è SOFIA, che in greco vuole dire CONOSCENZA.

dicembre 23, 2019 Posted by elleti No comments

Domenica 15 dicembre si è svolta a Vicenza la festa/rito per il mio passaggio dal Friuli al Veneto.

È bello vedere che mentre a Troia si festeggiano i G.I.N.S. per il loro inserimento al SUD, qui al Nord si festeggia per il mio inserimento nel territorio Veneto.
Come molti di voi sanno, dal 23 settembre vivo a Vicenza, dove lavoro in neuropsichiatria infantile, assunto a tempo indeterminato.  C'ho tenuto a fare questa festa-rito per chiudere in pace e in festa con il Friuli, che mi ha accompagnato per tre anni e mezzo della mia vita, dal maggio 2016, ed aprire al meglio con questa nuova regione, il Veneto, che un po’ già conoscevo perché in questi tre anni abbiamo fatto numerosi eventi come associazione.
Per cui, ho chiesto ad Alberto e Nadia di condurre questo rito.
                                           
      
Inizialmente volevo farlo in una sala, ma poi Nadia mi ha consigliato di farlo a casa mia a Vicenza, anche per dare valore alla nuova casa dove vivo e che mi accoglie, e il cui nome è SOFIA, che in greco vuol dire conoscenza.

Pertanto ieri eravamo più di venti persone nella cucina di casa mia e ci siamo un po’ arrangiati, ma non ci siamo fatti scoraggiare, anzi lo spirito si è sentito di più e da subito siamo entrati nella sacralità del rito, che, grazie alla conduzione leggera e profonda di Alberto e Nadia ed alla partecipazione di tutti, in primis me, è stato forte.                                               

E 'stato bello e commovente per me ricordare tutte le tappe di questi tre anni e mezzo di Friuli, la relazione con Marinella e i bambini, il lavoro, i gruppi con l'associazione, lo scambio e l'intreccio con tante persone sul territorio.
                                                 

Ora credo di essere cresciuto su diversi aspetti e di stare raggiungendo una mia adultità che va di pari passo con un mio globale massimo più ampio, che sempre più cerca di guardare avanti anche se non mancano le ricadute e i momenti di sconforto e scoraggiamento, come le difficoltà di dovermi intrecciare e scambiare con una realtà psichiatrica tradizionale e con un maschile molto forte.

Ma la rete in questo caso, come ieri, si fa sentire e mi ha aiutato ad alleggerirmi e fare teoria.
La mia famiglia ontologica si è fatta sentire con il calore di venti persone che hanno dimostrato che ci tengono alla mia vita e al mio percorso.
                                                        

Questo rito mi ha dato nuova linfa vitale per continuare al meglio questa parentesi veneta che spero duri il più a lungo possibile.
Al termine del rito abbiamo festeggiato anche Diego Stoppato che ieri ha compiuto 33 anni.

Per la GUK a tutti,

Giovanni

dicembre 20, 2019

Uno scritto di Luciano: "Non è un prete. Non è un santo. Ma per me è stato tanto, tanto, tanto."

dicembre 20, 2019 Posted by elleti No comments
                                                    
17/06/2005

Sono quasi le 24.00 e posso dire che per me oggi, dopo tanti anni passati nel vuoto, nella solitudine dei miei problemi, nel non saper comunicare come e a chi, ho ritrovato un pezzettino di me stesso.
A voi sembrerà niente, ma per me è tanto.

Dovevo!!

Avevo il bisogno di staccare la spina dalla quotidianità che mi rendeva vuoto; è stato così improvviso, è stato come trovarsi in paradiso, è vero: quella stanza dove ci troviamo così brutta e vecchia, è piena di sole, luce, soprattutto di calore, sembra veramente un angolo di paradiso. Chi entra qui, all’improvviso, ritrova la sua umanità, il suo calore.

Questo è dovuto ad una sola persona, un vero raggio di sole, che con la sua semplicità, la sua voglia di vivere chi vuol vivere, trasmette energia pura.
Io lo definirei un uomo dai poteri sovraumani, ma non è così, è piccolino coi baffetti.
Insomma, è un uomo come noi esteriormente, ma quello che ha dentro e quello che trasmette, ti fa volare, vivere ad occhi aperti.
Qui tutti lo chiamano Mariano, ma per me è sicuramente dottore, professore, o forse mi sono sbagliato, è quel padre che tutti avremmo voluto avere.
                                                  

Ma è inutile chiederglielo, non ce lo potrà mai dire.
Non è un prete.
Non è un santo.
Ma per me,
Nessuna persona in questo mondo è mai stata così tanto, tanto.

Ho frequentato il Centro di Medicina Sociale di Foggia per quasi tre mesi tutti i giorni, senza mai arrivare in ritardo. 
Sentivo dentro di me che dovevo farlo, anche se di carattere non sono espansivo. Assorbire tutte quelle parole, emozioni, stati d’animo, mi riempiva, mi faceva bene. Piano piano, lentamente, mi sentivo meglio. Ho conosciuto molte persone sincere, vere, con le quali ho instaurato un vero rapporto d’amicizia, e anche questo mi ha aiutato e mi sta aiutando anche oggi.
Il non sentirsi solo è molto importante, e anche il fatto di non essere forzato a fare le cose (ognuno ha i suoi tempi) è stato importante. Sentirsi a proprio agio, sentirsi accettato per come si è: questo è il Centro. Si crea un gruppo, una famiglia che ti avvolge, ti aiuta e ti sprona ad accettare il bello e il brutto che la vita ci regala.
Sentirmi parte di questo gruppo mi dà più sicurezza, consapevole delle mie debolezze. Le ore che si passano al Centro quotidianamente sono molte e alle volte farlo tutti i giorni può risultare pesante, anche fisicamente, ma alla fine di ogni giornata si ha la sensazione di aver acquisito quel qualcosa in più che ti gratifica dell’impegno e del lavoro fatto.

Dopo i tre mesi passati a Foggia, è arrivato il momento di ritornare a casa mia, nella mia famiglia, nel mio lavoro, nella mia quotidianità, nella routine di “prima”, e questo mi spaventa solo a pensarci. Ma era questa la prova della verità, dovevo dimostrare a me stesso che questi tre mesi passati a Foggia mi avevano insegnato qualcosa, e così ho ricominciato a lavorare, a frequentare gli amici di sempre, e già il fatto che qualcuno mi dicesse che ero cambiato, mi rendeva più sereno.

L’aver mantenuto i contatti con gli amici del Centro, anche solo telefonicamente, mi ha aiutato e lo sta facendo tuttora.
Dopo circa quattro mesi ho avuto una ricaduta nell’alcool. Sono stato male sia fisicamente che psicologicamente, ma oggi, a distanza di tanti giorni, posso dire che ricaduta mi è servita tanto per capirmi meglio, scavare dentro di me, aprire un vero contatto con la parte interna di me.

Oggi, dopo quattordici mesi che ho conosciuto questo Metodo, mi chiedo: “cosa è cambiato?”. In fondo, le mie giornate sono più o meno quelle di prima: lavoro e giro di amici, è vero, non faccio più uso di alcool e farmaci per gli stati d’ansia, già questo è tanto, essere lucidi della propria persona è sicuramente una crescita, ma non basterebbe da sola.
Sento dentro che qualcos’altro è cambiato, riesco ad accettare anche il negativo e questo è, secondo me, molto importante. Accettare la parte negativa di se stessi non vuol dire subire, vuol dire essere consapevole dei propri limiti e accettarsi, cercando sempre di migliorarsi.
Insomma, ogni giorno che passa ci regala qualcosa di bello o di brutto, ma è pur sempre un’esperienza di vita che ci serve se riusciamo a ragionarci sopra, cercando di migliorare ognuno coi propri limiti.
                                                  

Voglio scusarmi se non sono stato molto chiaro nell’esporre la mia esperienza al Centro di Medicina Sociale di Foggia, ma chi mi conosce sa che ho delle difficoltà nell’esprimermi con le parole. In fondo, nessuno è perfetto, ed è anche questo che ogni persona è diversa dalle altre.
Io purtroppo non sono riuscito a trovare dei difetti a questo Metodo e mi sarebbe piaciuto farlo perché tutte le cose sicuramente si possono migliorare, e questo vale anche per il Metodo alla Salute.
Se proprio ne devo trovare uno, il Metodo dovrebbe avere cinque o sei dr Mariano. Ogni tanto, con i vari viaggi itineranti, si sposta da Foggia e arricchisce anche noi che abitiamo lontano dal Centro.
Insomma, volevo dire e augurarmi per il bene di tutti che possano nascere nuove realtà come quella di Foggia ad Ancona, Urbania, Trieste.

Questo è l’augurio più bello che posso fare a tutti noi, il Metodo alla Salute deve essere presente in ogni regione d’Italia.

Un ringraziamento particolare al dr Mariano sento di farlo come dottore, ma soprattutto come uomo, amico e padre per la sua professionalità, semplicità e disponibilità.

Grazie Mariano, averti conosciuto lo ritengo un bel dono che la vita mi ha dato. Ti abbraccio.
Un altro grazie a tutte le persone (che non elenco), che anche a distanza mi fanno sentire il loro calore e la loro amicizia.
                                                 
      
Luciano 

dicembre 15, 2019

Giusi: dal diario dei ricordi del Rainbow.

dicembre 15, 2019 Posted by F.I. No comments
Sono in ufficio, ho appena finito di mangiare e sono in attesa di incontrare mia cugina che è appena tornata da un viaggio di 15 giorni in India.
Sapesse il viaggio che ho fatto io in questi giorni, un viaggio inedito e profondo che mi ha fatto vivere un holding dai sapori nuovi ma certamente da me desiderati nella mia storia antica ma anche contemporanea.


Per immergermi, non che ne avessi bisogno, ho messo su una playlist delle musiche che ossessivamente abbiamo ascoltato al progetto e che per me sono diventate anche queste accompagnatrici in questa ricerca di un fusionale che spesso disperdo pur sentendone il bisogno.

La musica è stata una modalità per accogliermi e accoglierci, ci ha aiutato ad immergerci in una dimensione metastorica, una sorta di colonna sonora che ha facilitato lo spingersi verso nuovi angoli pi-greco, ad attraversare seppur con dubbi e paure una nuova ipotesi di Quadrangolare.

Un mese fa di certo non ci pensavo di partecipare al progetto Rainbow perché sentivo che il mio ordinario già era pieno di tante cose da fare, da emergenze lavorative e non da risolvere, da questa forma di stanchezza che mi porto dietro da un anno circa causa tutta la fatica dell’albero della vita.


Eppure, fermarsi è sempre così difficile, penso sempre che non me lo merito e che non posso lasciare l’ordinario sennò chissà che succede qua. È stato parlando con R. un mese fa circa che ho selezionato, grazie al suo avermi spinto dolcemente, di partecipare al progetto Rainbow. In realtà è un anno che gli promettevo di partecipare al Rainbow come coordinatrice e puntualmente ogni volta a scadenza, rimandavo.

Insomma, ho sempre trovato un motivo-scusa per non partecipare a questo progetto che secondo me ha davvero delle caratteristiche che aiutano ad immergersi nella propria storia e a vedere come attivare degli spin, dei cambiamenti per provare a transitare o comunque a vivere meglio un po’ su tutti i piani della piramide.
Una volta però selezionato di parteciparvi, il lunedì ho parlato con mio padre che mi ha dato il via libera, rendendomi come spesso fa le cose più semplici di come io me le rappresento. A volte mi dispiace vederlo che ancora lavora tanto e che magari avrebbe più lui bisogno di riposo e di rigenerarsi rispetto a me ma fintanto che non lo seleziona perché non devo farlo io per me?

Mi riconosco che sono comunque una persona responsabile che non ama lasciare gli altri nei casini, mi riferisco al lavoro in particolare. Anche G. si è offerto di aiutarmi per farmi partire più leggera e questo l’ho apprezzato anche perché una delle cose che mi appesantiva era una scadenza di rendicontazione di un progetto che scade a fine novembre.
L’ultimo anno trascorso è stato davvero troppo pieno di Vita… troppe emergenze, traslochi, lavori, scazzi… insomma tanto “cesso”, tanto negativo e sempre poca “cucina” per me che poi mi ritrovo a consolarmi con il cibo che per fortuna non delude mai ed è sempre lì a mia disposizione, a curare i miei dolori, le mie tristezze e a ricaricarmi.
Tra settembre e ottobre, dopo una serie di scontri verbali avvenuti con persone per me significative, mi sentivo davvero piena di merda ma anche svuotata, senza prospettive rispetto proprio a come relazionarmi rispetto agli altri, non riuscivo a capire proprio come muovermi, mi sembrava che tutto quello che facessi fosse sbagliato o comunque male interpretato.
Pensavo che dismettere i panni di quella che fa da “utero” per gli altri fosse più semplice e che quindi anche mostrare agli altri un’altra parte di me, cosa che tra l’altro in tanti mi hanno sempre spinto a fare, sarebbe stato più semplice e avrebbe portato frutti a me e alle mie relazioni.
Così non è stato. Anche perché probabilmente prima di arrivare a mettere insieme femminile e maschile in un nuovo equilibrio, avrei dovuto capire io dove ero collocata, fermarmi, ascoltare il mio stato quiete, provare a leggere, facendo un “blow up” approfondito del mio stato.

In questo sento che questi giorni trascorsi al progetto sono stati fondamentali; in realtà già da quando ho deciso di partire in me è nato spontanea questa spinta a puntare i riflettori su di me e non su altro.

Tutto attorno a me è diventato relativo ma non nel senso che non mi fregava dell’esterno ma che dentro di me si è accesa una lampadina che illuminava me e la mia storia specifica che non è sempre e solo in funzione dell’esterno. Ho cominciato a ridimensionare un po’ tutti i piani della piramide e a concentrarmi sul rapporto con me stessa che è quello che ancora mi manda più in crisi, perché ancora sento che a tratti dentro di me la mia linfa non scorre fluida.
Inoltre, in questo sentivo che il Rainbow mi facilitava anche perché, a parte S. e R., sentivo che non c’erano per me persone significative con cui avevo una relazione profonda quindi in questo mi sono sentita alleggerita anche rispetto alle aspettative che altri potevano avere verso di me.
Perché un altro mio limite è proprio quello di attivare e rispondere alle aspettative altrui anche quando queste non sono palesi nei miei confronti, nel senso che mi muovo verso l’altro proprio per non deludere e magari elemosinare attenzioni o sentire che gli altri mi vogliono bene.
Diciamo che questa modalità, avendola inquadrata da subito nel mio percorso, ho cercato di ridimensionarla anche perché fare cucina per gli altri non genera relazioni paritarie ma asimmetriche dove le forze che si mettono in campo non si invertono mai. Nonostante le tante rielaborazioni però sento che ancora ricado e mi faccio fregare e questo succede soprattutto quando non sono in contatto con me e la mia fusionalità che è solo mia e che mi nutre e mi fa stare bene, senza bisogno di fare, di muovermi o di mangiare.

La mattina che sono partita da Bari con il treno ero felice, emozionata perché la prima dinamica per me importante era proprio quella di prendere il treno e iniziare questo viaggio da sola, con un bagaglio ridotto ed essenziale. Ho sentito che quello che mi serviva era dentro di me e che sarebbe stato un viaggio anche nella sobrietà e essenzialità. Sì perché per stare bene davvero serve poco.
Avevo già deciso che all’arrivo al villaggio avrei spento il cellulare che è il più grande invasore della mia vita perché ti porta a renderti sempre reperibile e disponibile e non aiuta ad immergersi in altro di più profondo. Pur essendo una viaggiatrice, nel treno ero emozionata e anche con qualche paura, nonostante si trattasse di un viaggio di un’ora circa, ma mi sentivo come osservata, sentivo che la gente mi guardava come se fossi diversa da loro… Lasciare il certo per l’incerto, fare questo salto precipiziale, lanciarmi in qualcosa di inedito… avevo un grande desiderio di buttarmi nel vuoto ma ero anche agitata. La stessa sensazione mi era capitata leggendo i nomi dei partecipanti al progetto.
E’ stato bello anche prendere la corriera che da Foggia mi ha portato a Troia, appena scesa ha iniziato a piovere ma in modo cosi leggero che le gocce sembravano quasi carezze… All’ingresso del villaggio ho mandato un ultimo messaggio a C. e ho spento il cellulare. 


Ho sentito dentro di me che iniziava a farsi spazio un koilos (cielo) tutto per me, che finalmente potevo perdermi dentro di me e le mie sensazioni senza dover controllare e badare a qualcosa.
Sono salita ed entrata nella stanza dove il gruppo aveva già iniziato la mattinata.
Quando sono entrata tutti mi hanno accolto facendomi festa, io imbarazzata ho preso posto in fondo alla sala. Pur essendo il villaggio per me una seconda casa, mi sentivo spaesata e fuori posto.
E così è iniziato questo viaggio, guardandomi incontro ho sentito che la partita da giocare era la mia e che se avessi voluto rendermi protagonista avrei dovuto spingermi.
I primi due giorni sono stati complicati perché non sono riuscita a riposare quasi per niente la notte perché il mio sonno è molto leggero e ogni minimo movimento altrui mi svegliava; inoltre era già una settimana che non mangiavo la sera e quindi tra stomaco vuoto, mancanza di sonno e inquietudine sono entrata in una dimensione/sindrome che io ho chiamato da “foglio bianco”. Come quando devi scrivere un tema e non sai cosa dire e hai come un blackout nella testa.
Poi ci ho un po’ pensato e in realtà il foglio bianco era proprio necessario per fare vuoto… ed è una condizione di transizione, una sorta di salotto-SOL o più semplicemente uno STAND BY per capire quale direzione prendere.

Io l’ho proprio desiderato il foglio bianco, il vuoto e questo si è manifestato anche nel mio non dormire, non mangiare e stare, nei primi giorni, come una spettatrice.
Sono sempre presente e partecipe nella mia vita ma non riuscivo a mettermi in dinamica.
Anche le storie degli altri che ascoltavo, le dinamiche non riuscivano a scuotermi, mi sentivo distante da tutto e tutti. Una sorta di stato contemplativo riflessivo che però pur facendomi strano non mi dispiaceva. Una sorta di anestesia.
In questo ho sentito che i coordinatori mi hanno molto rispettato e accolto facendomi sentire che potevo anche stare così ma che comunque se avessi voluto ci sarebbe stato anche il posto per me.
Quindi i primi giorni sono stata un po’ cosi, come ad osservare l’esterno ma anche cercare di ascoltare il mio stato.
I giorni a venire ho sentito che lentamente il mio corpo entrava più in relazione con l’esterno e questo grazie al rito e al body painting che abbiamo fatto e che mi ha permesso in qualche modo di provare piacere e gioia nel sentire il mio corpo e percepirlo finalmente bello, armonico e questo anche grazie agli specchi riconoscenti che altri mi hanno fatto e che io ancora mi vivo come dono/regalo manco fosse una concessione che l’esterno mi fa e che io non mi riconosco.

Vedermi dipinta che un’africana, alzarmi e ballare è stato per me davvero importante perché il mio corpo da sempre l’ho più utilizzato per difendermi dall’esterno o svendermi allo stesso. E invece ho iniziato da un po’ a percepirlo come un corpo a cui voglio bene, che mi rappresenta e che non vorrei fosse diverso da come è. Certo mi piacerebbe sentirlo e vivermelo con più sobrietà perché sento che anche del cibo non ne ha più bisogno come prima, che si può concedere di godere, di farsi vedere, di essere accolto ma prima di tutto da me.

A volte quando mi accarezzo o lo guardo mi emoziono, in particolare quando guardo le mie mani che sento sono cambiate tanto negli ultimi dieci anni o anche le mie gambe che nel tempo ho imparato ad amare perché mi hanno trasportato sino qui e che mi concedono tante cose belle tra cui ballare.
In questo progetto mi sono tanto concessa di ballare, di danzare senza vergogna, senza paura del giudizio ma proprio con la gioia di esprimere anche con il movimento la linfa che ho dentro e la sentivo fluire, fluire…
In questo è stata per me molto importante la dinamica del tango argentino ovvero che una sera, mi pare fosse giovedì della prima settimana, abbiamo improvvisato una lezione di tango tenuta da P.
È una cosa che è nata spontanea e dopo i primi minuti siamo rimasti a tentare il tango solo io e M. che conoscevo solo di vista e P. che pazientemente ci ha condotti in questa lezione che è durata tutta la serata.
Per me è stato importante quindi entrare nell’analogico (corpo) ma questa volta in dinamica con altri corpi. Ho sentito che di fronte a me c’era prima di tutto una persona alla pari che non doveva né condurmi né che io dovevo condurre ma che entrambi eravamo parte della dinamica e che per procedere le forze dovevano muoversi insieme. Pur non avendo confidenza con M. mi è sembrato naturale ballare con lui forse anche perché ho sentito che era una presenza positiva, una persona dolce che voleva sperimentarsi. Sicuramente il tango mi ha accompagnato in questi giorni, appena avevamo un attimo di tempo ballavamo, anche nel corridoio e improvvisando la musica mettendola sul cellulare, con la gente che ci guardava stranita. 


Ballare mi ha aiutato anche a scendere rispetto al rapporto con i gruppi, a decidere che, pur non essendoci persone per me significative, avrei potuto trovare un holding per me, uno spazio per me dove poter prendere delle cose anche per me. Cosa ancora non mi era chiaro ma ho sentito, anche relazionandomi con M. e P. che c’era anche posto per me.

Rispetto al mio analogico e al mio corpo sicuramente i giorni trascorsi al Rainbow mi hanno anche spinto dolcemente a sentire quanto io abbia davvero poco bisogno di mangiare e che questa soluzione storica che a tratti si ripresenta è proprio il segnale di troppo exposing che faccio per qualcosa che è fuori di me.
È proprio il sintomo che qualcosa non gira nel verso giusto. Solo che siamo bravi a vedere i sintomi e soluzioni degli altri ma quando si tratta dei nostri, siamo bravissimi a giustificarci.
Durante queste due settimane non avevo proprio appetito, mangiavo a mala pena a pranzo quello che mi andava ma senza mai eccedere. E per me questo è stato davvero uno sballo. Certamente mi sono nutrita di altro, di me, di un tempo fatto di relazioni simmetriche, di ascolto, di emozioni, di livelli di cui sento la necessità anche nell’ordinario ma spesso non riesco a vivermi come vorrei.

Mi sono davvero svuotata di tutto e tutti e ci ho messo giorni prima di capire di cosa avessi desiderio e bisogno.
E qui anche ho visto tutte le mie difficoltà quando si tratta di prendermi delle cose per me, dei desideri, dei bisogni che vorrei soddisfare ma non mi autorizzo a chiedere.
Avevo ad esempio desiderio di vivermi qualcosa di adolescenziale, perché nonostante tutto, la mia adolescenza è stata anche spensierata, le amicizie seppur parziali mi hanno tanto aiutato a transitare in quegli anni anche difficili per la mia famiglia ma di qui a dirlo proprio non riuscivo.
Sentivo che mi avrebbe fatto bene anche provare ad alleggerirmi un po’ dei pesi che sentivo di aver portato negli ultimi tempi ma non sapevo da dove cominciare.
In realtà in questo mi sono stati tanto utili e complici sia M. che M. con i quali pur non avendo una relazione storica, mi sono trovata molto bene e insieme penso ci siamo accompagnati anche a godere di questa parte di spensieratezza che anche deve essere presente nell’arena esistenziale altrimenti che vita è? Solo fatta di doveri, impegni, problemi?

Con loro due ho proprio vissuto una parte che anche da un po’ mi mancava e che riguardava la relazione con i maschi ma in una dimensione amicale, di stare insieme così, per il piacere di raccontarsi, conoscersi e viversi senza troppo razionale, lo spettacolo dello stare insieme, facendo cose semplici.
In realtà questo livello l’ho vissuto anche con altre persone e anche con tante donne che erano presenti al progetto.

In questo sento che in questa fase della mia vita, le donne, forse anche per il rapporto che ho avuto con mia madre, non le sento necessarie, anche perché hanno tanto caratterizzato la mia storia; ho sempre avuto tante, troppe amiche che mi hanno sicuramente aiutato a vivermi una dinamica metastorica alla ricerca di mia madre e anche del mio femminile ma oggi sento che sto rielaborando forse il rapporto con i maschi della mia famiglia d’origine e lo scambio con altri maschi mi sta aiutando a rimarginare alcune ferite/limiti che mi porto dietro e a sentire una nuova prospettiva anche rispetto ai maschi della mia famiglia.

E in questo per me sono state molto importanti le scialuppe che ho fatto, dove ho potuto sia dedicarmi ad altre persone (M.) portandomi ed esprimendomi su codici e livelli che sento un po’ fermi e bloccati nel mio ordinario e che si riferiscono in particolare all’imbarazzo che sento ancora nell’incontrare i corpi di mio padre e mio fratello. In questo sento che in particolare con M. e M. ma anche con R., P., A. ed altri mi sono autorizzata tanto ad abbracciare, incontrare con naturalezza corpi di uomini per il piacere dello scambio fine a se stesso senza confusioni o altro. Questo per me è stato davvero una dinamica importante che ancora di più mi ha fatto sentire il mio valore come donna che accoglie ma anche che si sa far accogliere, che sa mettere a disposizione delle vite il suo femminile ma anche che può trovare un femminile per sé anche in maschi che incontra nel suo percorso. 
 
Questa cosa di potermi sentire al centro di me e quindi in contatto anche con la mia parte più fusionale ancora forse ha bisogno dell’aiuto dell’esterno, certo un esterno devoto come è successo anche nella scialuppa dedicata a me, dove ho sentito che veramente le persone che erano presenti tenevano alla mia vita e per questo sento che, ciascuno in maniera specifica, ha fatto la sua parte.
È stato bellissimo, nonostante l’imbarazzo iniziale dello stare al centro, vivermi la mia scialuppa in cui centrale è stato iniziare a vivermi l’analogico, quindi il mio corpo, la mia voce, il calore che emano ma anche il mio imbarazzo e la vergogna… sento che è stato un inizio e che probabilmente è un livello che vorrei ancora approfondire, che trattiene tante parti mie che negli anni sono state congelate. Potrà non sembrare all’esterno che è cosi ma vorrei vivermi il mio corpo con ancora più naturalezza sentendomi degna e orgogliosa per quello che già è.

Per me davvero è stato importante sperimentarmi nel tempo e nello spazio del progetto e sentire che posso esistere in ogni dove, che pur avendo avuto tante soluzioni in 42 anni, io riesco a stare nell’arena esistenziale a partire da me e sto imparando a vivere prima di tutto il rapporto con me stessa. Certo ancora sento che per autorizzarmi in alcune cose faccio fatica, ancora, nonostante 10 anni di percorso, quando mi chiamano a parlare o a stare al centro dell’attenzione, mi fa fatica e mi vergogno ma sento che anche la conduzione del prossimo progetto Rainbow a febbraio mi potrà aiutare ad autorizzarmi di più. 

Sicuramente dei passi in più sono stati fatti e in questo è davvero stato importante confrontarmi con tante persone, S. con cui sento che la relazione cresce ogni volta di più e che per certi versi anche solo osservandoci ci diamo forza, S. che ho potuto conoscere meglio e che mi ha fatto tanto da specchio riconoscente rispetto al mio corpo, S. e la sua ironia che riconosco anche come una mia parte, O. che sento molto vicina anche per il suo essere una ballerina delle profondità e tanti altri, si perché in realtà in questo progetto ho sentito che camminavamo tutti insieme verso le nostre specifiche direzioni, che nessuno veniva lasciato indietro o meglio che ciascuno procedeva a partire dalla sua specifica direzione.
Non so bene come spiegare questa cosa ma io l’ho sentita cosi, anche nei momenti più di transizione, nei momenti di teoria fatti con Mariano, ogni tanto alzavo gli occhi verso la sala del Sole globale e vedevo che eravamo tutti là ad ascoltare.

Non per ultimo vorrei ringraziare il Villaggio quadrimensionale perché mi ha aiutato a sentirmi a casa… l’altro giorno che ci sono ritornata per la festa della GUK, ho sentito che il villaggio aveva davvero un sapore metastorico e che possono avvenire dei passaggi importanti per ciascuno di noi al suo interno.
Ancora grazie a tutti, ai coordinatori che sono stati davvero un bel gruppo di lavoro, ciascuno partendo dalla propria sensibilità e dalla capacità di creare e co-creare insieme, ai coordinatori del progetto sereno, ai cuochi… 

Insomma, ci rivediamo a febbraio per chi ci sarà, a me tocca coordinare e provare a sperimentarmi stando dall’altra parte. Sono certa che le competenze che ho acquisito durante il Rainbow mi aiuteranno a vivere sempre più a partire da me. Mi faccio un applauso di incoraggiamento e lo faccio a ciascuno di voi. Vi voglio tanto bene.

Giusi
 

dicembre 01, 2019

... "Ma tu ti ricordi che eri pazzo?"...

Ciao Mariano, ti scrivo per ringraziarti. 

Perché? 

Perché oggi a calcio, mentre facevo la doccia nello spogliatoio e sentivo le voci dei ragazzi che giocavano nel campo, ho sentito che era la sensazione più bella che si potesse provare. 


Era tutto perfetto: la stanchezza, l'odore dell'erba, le luci che illuminano il campo e quelle grida a monosillabi che ti collegano direttamente con il cuore del tuo compagno di squadra. Mi sono sentito fortunato di riuscire ad assaporare questo momento. Mi sono sentito fortunato di avere (grazie al percorso fatto) la crescita di dare valore alle cose quotidiane. Ti ho pensato intensamente in quel momento e pensavo che avrei dovuto scriverti per ringraziarti, perché senza di te, senza il PRO.NU.S., senza tutte le persone che hai formato e senza la tua teoria prassi e punto di vista, io oggi non sarei in grado di godermi le piccole cose che mi succedono tutti i giorni. Sarei morto preso dai vortici di una vita vorticosa. O sarei ancora vivo, in preda a tremila ossessioni. Che è peggio della morte credo.

Ho pensato che avrei dovuto ringraziare te prima di tutto perché senza di te le emozioni che sto tornando a provare sarebbero state represse, nessuno mi avrebbe aiutato, dicevano solo che ero "pazzo" pensa che ci sono ancora tanti ragazzi che non vedevo da anni, che quando mi vedono mi dicono, ma tu ti ricordi che eri pazzo?

Io gli vorrei rispondere: "Cazzo se me lo ricordo", ma sorrido e non dico niente perché so che non capirebbero quante cose ci sono state in questi ultimi anni.

Molti altri amici che quando io mostravo il disagio stavano ancora bene, oggi stanno male, hanno attacchi di panico, ansia, e allora io ti penso, e credo che tutto il lavoro che tu stai facendo, il lavoro che io oggi faccio, un giorno se vorranno e potranno potrà servire anche a loro e quindi ti ringrazio pure per questo. E poi ti ringrazio perché hai trasmesso a me e a tanti altri le competenze per aiutare il nostro amico disagiato, o il nostro parente in difficoltà. Praticamente come dici sempre tu, hai colto in anticipo quelli che erano i segni del diluvio e ti sei messo a costruire un'arca per salvare più gente possibile. 

Non so che dirti Mariano, perché tu forse meriteresti un premio Nobel per la pace per tutto quello che stai facendo, dovresti essere conosciuto in tutto il mondo per la ricerca teorico prassica che hai fatto che ha aiutato e aiuta moltissime persone.

È difficile trasmettere queste cose all'esterno perché la gente oggi ancora non si rende conto di quanto già siamo disagiati (allontanati da noi stessi), ma le cose che tu hai fatto trovano conferma e riscontro in quello che tanti di noi oggi siamo e anche se non troverà subito la strada per manifestarsi al mondo intero io sono sicuro che più in là  la troverà e con il passare degli anni il progetto nuova specie, con il metodo alla salute saranno la strada per rieducare il mondo intero, ne sono convinto. 

Per intanto io faccio il mio e godo di quella che è in me la ritrovata capacità di godere profondamente delle "piccole cose" che non sono piccole che stanno accadendo nel mio ordinario.

Io solo sette anni fa avevo perso quasi completamente le speranze che la mia vita potesse tornare ad essere bella, oggi la mia vita è anche bella. 

Grazie Mariano per la tua tenacia, la tua fiducia, la tua speranza, il tuo lavoro, la tua costanza, la tua lungimiranza ed il tuo sogno. Sei un uomo grandioso, che verrà ricordato negli anni ed io sono fortunato ad averti conosciuto e frequentato.  

Grazie!

Marco

novembre 27, 2019

Le Lumache Crossingover: verso una nuova specie... di coppia...

novembre 27, 2019 Posted by F.I. , No comments
Racconterò di un segno, apparso durante l’ultimo giorno della tre giorni svoltasi tra Bari e Altamura agli inizi di settembre. Proprio l’ultimo giorno, a Masseria Jesce, mentre ascoltavamo il commento alla pillola di Mariano, sono apparse loro: due grosse lumache attaccate l’una all’altra come se stessero facendo l’amore... e forse era proprio così, si stavano accoppiando. Mariano le prende in mano e io scatto qualche foto.


Come sapete, la lumaca è un’ermafrodita insufficiente
Cosa vuol dire? Ermafrodita è una parola composta da Ermes, Mercurio, maschio e Afrodite, Venere, femmina, quindi la lumaca ha in sé sia il maschile che il femminile. Potremmo dire che è completa, ha tutto a differenza altri animali, piante ed insetti che sono portatori solo di una delle due parti. 

Ma qual è l’altra caratteristica della lumaca? È un’ermafrodita insufficiente, cioè non le basta coniugare il suo femminile e maschile per generare altre lumache, ma ha bisogno di incontrare altre lumache, fare l’amore, entrare in fusionalità, scambiare le parti con l’altra lumaca anche se già è un intero.
Ho specificato questa bellissima caratteristica della lumaca perché tornando a casa e riguardando le foto in sequenza, mi sono accorta che volevano dire qualcosa, quasi non fossero state fatte a caso. La prima foto era quelle delle due lumache attaccate, fuse l’una all’altra. Per me hanno rappresentato la fase dello spettacolo che una coppia si vive all’inizio, quando tutto è nuovo e ci si sente arricchiti soprattutto dal sentire che si generano nuove parti se, desideri nuovi. 
Cosa sanno fare in maniera naturale le lumache che noi essere umani, Ermes o Afrodite insufficienti, non riusciamo a fare? Fanno questa cosa bella: nel momento in cui la fase morula si è sufficientemente conclusa per entrambi, cioè si è arrivati ad un pi-greco, al frutto, fanno il salto precipiziale, si staccano. Nella seconda foto ho visto proprio questo, le lumache che si staccano.


Quella in basso sembra proprio che stia cadendo. Questo è quello che noi facciamo fatica a fare, a sentire che il nostro viaggio è specifico e non dipende dall’esistenza di un’altra persona. Siamo ancora delusi dalla prima fase e vorremmo che durasse per sempre. Ma il viaggio dell’esistenza è l’insieme delle 4 fasi: Vita- salto precipiziale- morte- salto quantico, oppure estate- autunno- inverno- primavera. È difficile anche perché noi siamo governati dai FUK nati all’interno della famiglia di origine e ci aspettiamo ancora che sia un esterno ad accompagnarci, vederci, desiderarci. 
Nella terza foto si vede proprio come le lumache continuano ognuna il proprio viaggio specifico, chi più veloce chi più lento.


Una inizia subito a sperimentarsi in cose nuove, l’altra ha ancora bisogno di sedimentare e teorizzare. Nessuno ha lo stesso percorso di un altro perché ognuno è specifico.
La quarta foto è molto significativa. Mi sono chiesta: "chi è la prima persona che ha preso in mano questa tematica così complessa ma anche complicata come la coppia?". La risposta la conoscevo, ma la foto me ne ha dato conferma: Mariano Loiacono, chi sennò! 


Lui per primo, attraverso se stesso e la sua coppia con Giovanna, ha iniziato questa grande rivoluzione, partendo proprio da ciò che noi, Ermes e Afrodite, sentiamo più minaccioso, il salto precipiziale. 
Ecco! Loro, le Lumache Crossingover, sono il segno che il Gru.Ri.Co. (Gruppo di Ricerca sulla Coppia) sta procedendo nella giusta direzione.


Non è perché le cose sono difficili che non osiamo,
è perché non osiamo che sono difficili
(Seneca)

Serena

novembre 18, 2019

16 novembre 2019, ultimo giorno Progetto Rainbow: bilanci e prospettive.

Con i bilanci-prospettive si conclude la 17^ edizione del Progetto Rainbow.
Abbiamo usato questo ommatidio che ci spinge a guardare ad uno Juvenis in sintonia con i nostri bisogni e, soprattutto, con il viaggio della vita.
                                                      

La nostra vita è una gravidanza inserita nell’ utero, universo che la contiene. Mi sono sentita in questi giorni in un Progetto Co-creazionale per il nostro laboratorio nell’ Arena esistenziale.
Ci siamo sentiti parte di un tutto, ognuno con ciò che poteva dare e prendere, enzima, embrione, substrima.
Le scialuppe sono state queste ma, in ogni momento, anche la notte è stata complice delle nostre elaborazioni. Incubi avuti per anni, come quelli che ho avuto io, hanno finalmente avuto una evoluzione, probabilmente ho sciolto dei FUK antichi.
Mi sono permessa di fare holding per sentirmi accolta da me stessa nei momenti in cui mi sono sentita incapace, una nullità, di fronte alle molteplici esigenze interne.
                                                        

Una convivenza ti sbatte in faccia i tuoi limiti, le difficoltà che ancora ho nelle relazioni, il maschile mio che non è servizio della vita. È solo un irrigidimento per far prevalere i miei bisogni.
È stata una fase lunga del mio volermi difendermi, oggi ho sentito che non mi serve più. Il mio maschile e il mio del mio femminile voglio che crescano a servizio della vita.
Voglio ringraziare chi, inconsapevolmente, mi ha spinto di scrivere questi post.
Sento che la memoria storica, la teoria, fa parte della mia specificità, è un aspetto, l’ albero della conoscenza, che voglio ampliare, ho il desiderio di osare una mia specifica teoria. Ho desiderio di andare oltre la spiritualità tradizionalmente intesa, per sperimentare nuove opportunità, ho desiderio di Non aggiungere più cose prese da un esterno caotico, ma di prendermi ciò che mi serve per attingere quello che già ho e so per progredire, andare avanti. Spero si tratti di un passo verso la mia autoreferenzialità perché, come dice Mariano, riprendersi il proprio Graal è una grande gioia.
                                                   

Il maschile soddisfa bisogni superficiali, il femminile ha un vuoto per accogliere le novità così come la vita ti dona.

15 novembre 2019, undicesima giornata Progetto Rainbow: verso la conclusione...

Oggi è il penultimo giorno del nostro Progetto Rainbow, in me vivono tante parti che corrispondono agli stimoli ricevuti che sono stati infiniti, dinamici, complessi, così come è la vita.
Farò prevalere in questo post soprattutto le emozioni che sto vivendo, la bellezza di nuovi spettacoli che sto vivendo anche di me stessa.
                                                        

Spettacoli che un po’ mi confondono ma, come sappiamo, daranno origine ad un nuovo Pi greco del mio PiraGraal.
Il Progetto Rainbow incoraggia i tuoi cambiamenti, spinge amorevolmente parti tue ad emergere.
                                                   
Lentamente, lentamente, vedi parti tue inedite che sentivi, ma che, difficilmente sarebbero emerse, senza un utero così potente e senza una varietà di intrecci, di stimoli, di specificità diverse.
Tra poche ore lasceremo l’utero, questo mi fa paura. Immergermi nell’ Arena esistenziale statica e ordinaria, non sarà impresa facile, perché mi occorrerà del tempo per fare Holding. In questi giorni ho vissuto una ondanza di holding ed exposing continuo. Ci sono stati momenti in cui mi sono raccolta e ascoltata molto, in altri momenti ho sostenuto, incontrato, incoraggiato, accompagnato…
Bella la vita se vissuta così... Come un’ondanza in cui includiamo i quattro elementi del DADO, includendo paure, ostacoli, non vita, gioie...
Salto precipiziale, salto quantico....
                                                    

Nel pomeriggio c’ è stata la presentazione del libro di Angelo Vita " La didattica del disagio", in cui intreccia tre piani: il personale, il disagio del figlio e il suo essere docente interessato ad aspetti, ormai evidenti a tutti, relativi alle problematiche del mondo di oggi, frutto del mutamento antropologico in atto.
                                                   

La nostra esperienza di Scholè all’ interno della Fondazione, ci sta dando la possibilità di sperimentare strade nuove, possibili tracciati che sentiamo in evoluzione verso una scuola devota.

Sabrina Cela

novembre 14, 2019

14 novembre 2019, decima giornata Progetto Rainbow: il DADO è tratto!

Condensare in un post la giornata di oggi è, per me, un’impresa molto difficile perché sono stati tanti i momenti di teoria-prassi vissuta. Dovrei ripercorrere momento dopo momento con la moviola e fare Know-How soprattutto della mattinata.
Dopo aver salutato il nuovo giorno con musica e balli, siamo partiti con l’ascolto delle scialuppe di ieri.
Abbiamo potuto dare un senso solo ad una scialuppa perché un rainbownauta ha evidenziato dei limiti che ha notato rispetto a questa esperienza. Noi, però, non ci facciamo fermare dal negativo ma cerchiamo di accoglierlo per andare oltre e osservare contemplare anche possibili mancanze.

In seguito, il gruppo stormo ha cercato di sbloccare un ragazzo la cui linfa non circolinfa più, si è fermata, bloccata per episodi avvenuti durante l’adolescenza. È stato bello vedere il coinvolgimento di tanti giovani che hanno cercato di rimettere in viaggio il viandante disperso nei sentieri tenebrosi dell’arena esistenziale. Non è facile fare un salto precipiziale, tradire la propria famiglia di origine scegliendo di pensare a se stessi. Non è facile vivere la vita come ondanza, come danza dell’onda perché siamo abituati a vivere la vita contemplando solo l’exposing.

 
Le nostre mamme ci dicevano che non si poteva stare senza fare niente e solo in vecchiaia si permettono di fare holding per andare nel sincronico.
La mattinata è finita tardi. La stanchezza si fa sentire dopo tanto navigare. Stiamo per raggiungere Itaca, le ultime ore sono le più impegnative.
La teoria di Mariano nel pomeriggio ci ha alleggeriti per i tanti meravigliosi input che ci ha dato.
Consiglio vivamente di chiedere gli atti o ascoltarla. Ci sono parecchi semi che andrebbero colti e fatti germogliare. Abbiamo delle buone competenze ma ancora la maggior parte di noi osa poco ad andare al di là di ciò che ascolta o legge.
Mariano ha spiegato le tre tentazioni che impediscono alla nostra linfa di circolinfare usando il Graal e partendo dalla lettura di brani degli evangelisti messi a confronto.

Il vero rivoluzionario è stato Giovanni Battista che convertiva, purificava attraverso il battesimo. Gesù è partito da Giovanni, lo ha rispettato nella sua metodologia. Ci vuole umiltà, ha dovuto superare le prove le tentazioni per incarnare la sua missione. Sono le tre modalità di bloccare la circolinfa.

Giovanni ha capito che doveva fare discendenza e ha dato il testimone al suo successore.
La parte del Graal dell’ontologico è rappresentata dall’ondanza, la parte più vicina all’In.Di.Co. che ci fa capire che la vita ha quattro fasi che sono un tutt’uno. 
La prima tentazione è corrispondente al codice bio-organico e rappresenta i nostri bisogni scoperti, non si può trasformare la pietra in pane perché sono due specificità diverse.
La prima tentazione è negare la specificità delle cose: “non di solo pane vive l’uomo” significa che non si ha bisogno solo di albero della vita.
La seconda tentazione corrisponde al codice analogico ed è quella di negare l’intero. 
L’ultima è negare la legge della trascendenza.
Mariano ha introdotto il DADO: Io sono via verità e vita. Come possiamo essere via, verità o vita? Seguendo la via tracciata da una lumaca, le 4 verità profonde della vita Dio Abramo Diavolo Oltre.

Ed ecco l’ultima Unità Didattica preparata da Barbara: come si fa a passare dall’etero referenzialità alla autoreferenzialità e viceversa.


La teoria della serata: Teorie Varie per il cum-aptein sinolo sinapsi ci ha illuminati tutti di luce nuova.

Sabrina Cela