dicembre 08, 2016

Salotto Letterario Globale sullo scritto "Lettera d'amore alla mia zoppia", del poeta contadino Francesco De Gregorio.

In questa giornata di "Immacolata Concezione", vi regaliamo la storia di un uomo che del suo "svantaggio originale" ha fatto un punto di forza, permettendosi un legame speciale con la parte più profonda dell'esistenza, quella che parte "dal basso", ovvero dal codice ontologico, e pian piano sale, "sporcando" il codice simbolico (la scrittura) di tutto ciò che solo lui è.
Siamo tutti uguali agli occhi dell'In.Di.Co., e tutti degni di nascere e crescere preservandoci dallo svantaggio originale che ci vorrebbe burattini e maschere manovrati da un esterno spesso mutilante, soprattutto dei nostri codici più vicini all'essenza di ciò che l'esistenza è.
Grazie Francesco, poeta contadino e uomo metastorico, per il tuo esempio di altissima umiltà.


Quando riesco a scrivere sto un po’ meglio. Ci provo perché con questa debolezza è un po’ difficile, ma mi sento di condividere con voi quelle "BRICIOLINE" preziose che mi hanno nutrito ieri durante il Salotto Letterario Globale dedicato al nostro "poeta contadino".
La tecnologia avrebbe fatto poco se non ci fosse stata la rete umana che ieri ha sostenuto l’evento e che mi ha permesso di essere lì tramite cellulare e immagini.
Sono state briciole preziose, grondanti di amore per me, per noi.
Ho sentito l’affetto di tante persone.

Il tuo affetto Grazia, e il miracolo metastorico che ci accompagna da un po’ e che ha trasformato uno scontro in un crossing-over di scambio, di tenerezza e di comprensione.

Ho ascoltato la bravura di Barbara che, quando lascia prevalere le sue profondità, si trasforma in una radice indispensabile che ti sa condurre al di là con la sua preziosa sensibilità ed intelligenza.

Ho apprezzato la raffinatezza culturale di Cindy, che ha sostenuto l’evento con l’audacia della sua freschezza intellettuale.


Ho goduto della presenza dei nostri cugini, parenti, concittadini, che hanno contribuito a rendere questa serata veramente speciale.
Desideravo una festa, e una festa è stata. Una festa che ha visto la presenza dei bambini e ragazzi della nostra scuola ordonese, presenza che ha cancellato, con un colpo di spugna, la mancanza della parte istituzionale legata a rigide funzioni ruolo.

C’era soprattutto il mio grande poeta, che è intervento in maniera semplice, spontanea, rassicurante. C’eri tu, tesoro mio, ho sentito che c’eri al di là delle tue paure. Ci sei stato con tutti i codici, con la tua semplicità e con tutto l’amore che hai per la vita e per le persone.


Anche io concordo con Francesca che, in un messaggio, scrive: "Volevo dare grande valore a te Francesco, perché ieri hai fatto un vero rito di transizione. So che per te non è stato affatto semplice e questo ha ancora più valore".

Ieri hai dato voce a quello che è il tuo valore di uomo metastorico, di contadino di Nuova Specie che sa resistere al fumo, all’anello diabolico che ci sta accompagnando da mesi.

Però vedi che bella è la vita! Gioca a farci uscire fuori di testa nel suo regalarci morte e vita come se fossero un tutt'uno di un bello spettacolo. È come un giocoliere che tesse le sue trame in un gioco pazzesco. Mentre io sono qui distesa su un letto d’ospedale a mantenere viva la mia fiammella, la giostra della nostra vita metastorica ha girato con allegria per te

Te lo meriti. Ti meriti tutto il bene del mondo.

L’amore per la tua zoppia me l’ha regalato mio padre che, con il suo essere orbo, mi ha trasmesso una profonda tenerezza per ogni tipo di sofferenza. La cavità del suo occhio si arrossava e io vi soffiavo dentro aliti del mio amore.

Ho apprezzato tanto la tua bravura Francesco mio. Sei un degno rappresentante di quella parte di cultura contadina che conserva dei me.me. di tenerezza e di nostalgia per la purezza di tempi duri ma essenziali per la sopravvivenza dei bisogni primari.
Ti ho sentito, mio contadino, volare in alto. Ho sentito farsi spazio dentro di te una libertà che non conoscevi. Ti sei liberato ieri dal fardello dei tuoi sensi di colpa. Sei volato verso le tue radici e ti sei avvinghiato all'humus della tua esistenza dove c’è posto solo per la tua espansione-crescita verso orizzonti sconosciuti.

Il tuo amico Mario ti è stato accanto ed ha saputo accompagnarti con spontaneità e affetto.
Tutti ti hanno apprezzato, sei uscito allo scoperto per ciò che tu veramente sei. Ti sei sentito finalmente visto da tanti accompagnatori che volevano assistere alla tua nascita di uomo più intero.
Un uomo caritatevolmente fiducioso che ieri si è inoltrato con maggiore coraggio in un progetto di speranza, quale è il Progetto Nuova Specie.

I tuoi sogni avventurosi e politici di uomo di valore convergono tutti verso il nostro sogno concreto che è la Fondazione Nuova Specie.


Grazie Mariano, perché ieri hai raccontato la storia del brutto anatroccolo che si trasforma in cigno grazie ad una metodologia semplice e profonda.

Sabrina

dicembre 05, 2016

AssociaEventi: L'Associazione Alla Salute Veneto ha fatto la "S.PE.SA."... e voi?

Nel pomeriggio di sabato 12 novembre 2016, in Veneto, si è svolto il primo Salotto Cinematografico Globale presso la sala Avis a Caerano di San Marco pensato, organizzato e condotto da Flavio Menegat che, dopo quattro anni di percorso con il Metodo Alla Salute, si è voluto sperimentare dando valore alle sua qualità di teorico globale, assimilata in questi anni di percorso grazie al Dr. Mariano Loiacono.


L’incontro, pubblicizzato e aperto a tutti, vede provenire da varie zone del Veneto e del Friuli circa 25 persone, tra le quali 5 bambini, e attraverso Skype la partecipazione anche di alcune persone delle Associazioni Alla Salute Romagna e Abruzzo.

Il pomeriggio inizia con l’attuale Presidente dell’associazione Alla Salute Veneto, Nadia, che ci accoglie e comunica alcune informazioni importanti, come la raccolta fondi per la Fondazione Nuova Specie, e il festeggiamento del compleanno di Alberto, persona significativa e molto impegnata nelle attività dell’associazione.
Nadia continua presentando Flavio, introducendolo alla presentazione del Salotto Cinematografico Globale, momento in cui, come spiega Flavio, ci permettiamo di soffermarci sulle emozioni che il film ci suscita per approfondire parti nostre nascoste, che attraverso uno “specchio” vengono a galla, e solo se le teorizziamo, cioè le guardiamo con la lente d’ingrandimento - Blow-up - e in modalità L.I.D.I.A. - acronimo di Lento, Incerto, Dubbioso, Inedito, Aperto - possono essere conosciute meglio. 

L’Epistemologia Globale, creata dal Dr. Mariano Loiacono, ci aiuta ad indagare su quali sono i meccanismi della vita e a comprenderli.
Il film che vedremo è “UP”… Il viaggio di una persona che potrebbe essere il viaggio di ognuno di noi…

Interviene Giovanni, ricordando l’anniversario della morte di Greta. Il 12 novembre 2014 Greta, una ragazza di 21 anni che aveva gridato aiuto anche attraverso il Metodo Alla Salute, si toglie la vita. Viene fatto un momento di silenzio, poi Giovanni aggiunge una riflessione su quanto anche oggi Greta ci possa interrogare rispetto allo star male che viviamo, e come il suo spirito ci possa spingere a intraprendere un viaggio - come vedremo nel film “UP” appunto - che ci faccia risalire, risvegliare.

In un clima di assoluto silenzio procediamo alla visione del film: anche i bambini presenti sono molto silenziosi e interessati, riuniti davanti su un bel tappetone.


Il film parla della storia di un ragazzino, proveniente da una famiglia molto rigida, al quale piace l’avventura, che viene ispirato dalle grandi imprese di un mito del momento, ma nel cimentarsi ad imitarlo, sente di essere molto impacciato
Un bel giorno conosce l’amore della sua vita, una ragazzina avventuriera, proveniente da una famiglia rivoluzionaria, che è molto più spigliata di lui e intraprendente.
I due si accompagnano così nella crescita, e quando sono abbastanza cresciuti si sposano, personalizzano la loro casa e cercano di crearsi una famiglia, ma si accorgono che questo non potrà avvenire, e ciò compromette il loro spirito allegro e grintoso, passando un lungo periodo nella tristezza e negatività.
Ad un certo punto, per risalire da questo negativo che aveva compromesso la loro vita, si pongono come obiettivo un viaggio avventuroso che prevede come meta le Cascate del Paradiso, in America, un sogno che lei coltivava già da bambina. Iniziano così a lavorare e a risparmiare perché questo possa realizzarsi, ma la vita non va sempre come ce la immaginiamo, e nella quotidianità di questi due sposi avvengono un sacco di cose che ne ostacolano la realizzazione.
Intanto gli anni passano, i due invecchiano e quando il protagonista se ne accorge, vuole rimediare, ma ormai è troppo tardi perché lei si ammala e muore.
A questo punto lui si chiude in casa, estraniato da tutto e da tutti, cercando di proteggere il ricordo della moglie per un lungo periodo. Intanto attorno a sé e alla sua casa tutto sta cambiando, ma nonostante le continue provocazioni dell’esterno a fare un passaggio di cambiamento, lui non vuole cedere e protegge con tenacia la sua identità e i suoi affetti.
Contemporaneamente a tutto questo, arriva ad invadere la sua vita un ragazzino avventuriero, proprio come lo era lui, il quale collezionava medaglie, in quanto era per lui l’unico modo con il quale poteva vedere ed essere visto dal padre, un uomo super impegnato che consegnava le medaglie nel momento delle premiazioni. Il ragazzino era disposto a tutto pur di arrivare a quel momento, e per arrivarci questa volta doveva riuscire nell’impresa di aiutare una persona anziana, che per lui era rappresentata proprio dal protagonista. Il protagonista però non aveva nessuna voglia di essere aiutato né tanto meno invaso, perciò cerca in tutti i modi di liberarsene.
Purtroppo o per fortuna, l’esterno ad un certo punto lo invade, toccandogli una parte della casa a cui lui teneva tanto, e questo gli crea una manifestazione di forte rabbia che gli comporta la sanzione di dover lasciare casa per andare in un ospizio, ma è invece proprio questo il momento in cui lui decide definitivamente di dover seguire il sogno che giaceva da tanto tempo nel cassetto.
In maniera creativa e bizzarra parte con la sua “casa volante” per un nuovo viaggio con destinazione “Le Cascate Del Paradiso”, dove avrebbe continuato la sua vita.
Quando credeva di essere di nuovo solo e lontano da tutto si accorge che il giovanotto avventuriero, collezionista di medaglie, è con lui, disposto a rischiare la vita pur di aiutare l’anziano. A questo punto, anche se ancora con molte resistenze, l’anziano deve lasciarsi invadere e continuare il viaggio assieme.

Nel viaggio avvengono delle prove molto difficili da superare, dove i due devono collaborare se vogliono sopravvivere, ed è così che il loro rapporto inizia a crescere. I due dovranno affrontare delle prove molto dure ma riusciranno a superarle insieme, e questo alla fine permetterà all’anziano di lasciare la sua vecchia identità per ritrovare il senso della propria vita, aprendosi a nuovi orizzonti, e al giovanotto di superare una grossa prova di vita, creando così delle nuove relazioni alle quali potersi affidare nel suo viaggio di crescita.

La visione di questo film ha portato le persone presenti silenziosamente ad emozionarsi, ma soprattutto per Gloria, una bambina di 5 anni, ci sono state delle emozioni molto forti rispetto al pericolo in cui si trovavano i protagonisti del film e, aggrappata alla mamma, gridava di volersene uscire dalla stanza, ma grazie all’accompagnamento della madre e poi anche di Flavio è riuscita a rimanere fino alla fine, vedendola così rasserenarsi per il lieto finale.

Dopo una gustosissima pausa, inizia la “elaborazione” del film secondo l’Epistemologia Globale.

Flavio ci invita ad interpretare i meccanismi, sia guidati dalla sua interpretazione ma anche ognuno per sé, in quanto nella Epistemologia Globale possono esserci molteplici interpretazioni perché si basa sull’esistenza e, poiché l’esistenza è infinita, ogni interpretazione può essere vera.

Per spiegare cos’è l’esistenza, Flavio usa un assioma - dal greco “axios” - cioè qualcosa che ha senso in sé anche se non è del tutto dimostrabile.

Partendo dal titolo del film “UP”, che significa sopra, parlando del senso del viaggio, Flavio partorisce un nuovo termine: S.PE.SA., e spiega che vivere è un po’ come fare la “S.PE.SA.”: ci sono momenti in cui prendi, momenti in cui dai, momenti in cui abbandoni ciò che non va più bene per te.


Nella vita, fare la “S.PE.SA.” significa un momento in cui nel viaggio di crescita personale si deve prima Scendere PEr SAlire.

Secondo l’Epistemologia Globale, ciò che a noi è conosciuto o conoscibile è la parte storica, mentre ciò che non è conosciuto, ma esiste, si definisce Metastoria.

Storia e Metastoria sono collegate tra loro dalla “membrana placentare” che permette lo scambio tra di esse, senza mai creare confusione anzi creando così un circuito continuo, dove la storia è in continua trasformazione, e attraverso la membrana placentare rende in continua trasformazione anche la Metastoria.


Si crea così una situazione variabile e indefinibile a parole, che volendo dare un nome a quella che è la madre della nostra esistenza si possono usare degli aggettivi come: Infinita, Dinamica, Complessa e quindi l’acronimo In.Di.Co.

La storia è dunque un laboratorio dove la Metastoria si può sperimentare attraverso tre codici: Bio-organico, Analogico e Simbolico, che si sono sviluppati in maniera differente con tempistiche diverse, quindi dal più interno a noi al più esterno, e dal più antico al più recente


Questo circuito tra storia e Metastoria è il circuito vita-morte che rappresenta il senso del nostro viaggio nell’esistenza, la dinamo del nostro essere.


È questo che anche oggi nel film viene messo molto in risalto, cioè in ogni viaggio che intraprendiamo, per attuare un cambiamento, ci troveremo sempre di fronte a due forze, una positiva e una negativa che, attraverso la “membrana placentare”, creeranno un’onda tra l’avanzare e il fermarsi, e più questo cambiamento sarà profondo e radicale, più quest’onda ci travolgerà, certi che finché siamo in viaggio o lo ricerchiamo, siamo vivi, mentre quando questo procedere si ferma, allora quelle parti di noi che si fermano sono morte.


Questo viaggio, come ci dimostra anche il film, non è semplice perché attraversare il negativo ci fa stare male proprio fisiologicamente nel codice bio-organico, e oggi l’economia finanziaria si arricchisce proprio di questo, vendendoci prodotti per non sentire quello che stiamo attraversando.
Ma se il mio star male ha una meta e io ne sono consapevole, ecco che cambierà anche la mia percezione del dolore. Se io però volessi fermare questo circuito, entrerei nel disagio, cioè mi allontanerei da me stesso, dall’essenza per cui Io Sono con un’organizzazione della vita ben precisa, che appartiene solo a me.

Flavio rappresenta questo percorso con l’immagine della “caverna di Platone”, che ci aiuta a capire quanti passaggi ognuno di noi deve affrontare prima di vedere un “nuovo sole” e soprattutto di riuscire a riconoscerlo e apprezzarlo.


Attraverso le Unità Didattiche, il Sig. Blow-up e la Signora L.I.D.I.A., e soprattutto con l’accompagnamento di Flavio, abbiamo iniziato a vedere cosa ci serve nel fare la S.PE.SA.
Ci serve lo spirito di avventura, cioè qualcosa che ci spinge alla novità, e questo anche secondo Fabio può partire sia da un elemento negativo, dove noi ci attiviamo per rimediare, sia da un elemento positivo, dove noi ci attiviamo per inseguire un desiderio.
Ci serve che ci sia un accompagnatore, come aggiungono voci anche dalla Romagna, cioè qualcuno che, dopo aver già percorso quella strada, aver già affrontato quella caverna, ci è accanto per darci la sicurezza che anche se in quel momento a noi sembra impossibile, lui sa che si può e ci stimola ad avanzare.
Ci seve lo spirito del fanciullo: Nadia ci fa notare come lo spirito leggero ma grintoso di un fanciullo può far riprendere il viaggio anche alle situazioni più stagnanti e difficili.
Ci serve l’opposizione, cioè quella forza che si contrasta alla nostra ricerca di un nuovo equilibrio, la quale ci mette alla prova o addirittura ci blocca per riportaci all’equilibrio iniziale.
Ci serve il tempo, la lentezza, la perseveranza perché un vero cambiamento delle nostre profondità ha bisogno di continue gocce d’acqua che lo nutrano e scavino anche nella roccia più dura.
Ci serve uno specchio che ci aiuti a riconoscere ciò che siamo e ciò che vorremmo essere, per selezionare così il bisogno di avanzamento, di evoluzione per iniziare ad esprimere l’arcobaleno di colori che ci appartiene.

La lista della S.PE.SA. potrebbe continuare ancora a lungo, ma il kronos ci ha limitati a questi elementi che comunque hanno già iniziato a riempire il carrello, per poi iniziare ognuno nel suo quotidiano a cucinare qualcosa per sé che lo possa nutrire e far viaggiare nella storia come un bell’arcobaleno!!!


La serata si conclude anche con un bell’applauso al nostro accompagnatore di oggi Flavio Menegat e ai bambini presenti, che hanno creato un bellissimo telo di disegni dove hanno elaborato a modo loro il film che avevano visto.


Un evento che fa nascere un “nuovo sole” nell’Associazione Alla Salute Veneto!

Maria

dicembre 04, 2016

"Caro Eliseo mio, ti riconsegno a ciò che tu vuoi".

dicembre 04, 2016 Posted by F. I. , 1 comment
Nella vocazione del profeta Osea, Dio dice a Osea: “Vai alzati e prendi in moglie una prostituta, e abbi con lei figli di prostituzione”. Osea è il profeta della Bibbia che mi piace di più. Non riuscivo a capire il significato che potesse avere il fatto che, all’interno di una società così rigida come quella di Israele, Dio ordina ad un profeta di fare ciò che con la legge è condannato e giudicato con la morte. DIN.AVV. 2004, Eliseo.


Ricordi, Eliseo mio, l'intervento che facesti e che dedicasti a me? Allora temevo l’essere considerata “donna di mali affari” da mio padre, quando decisi di andare a vivere con Francesco ad Ordona. Il senso che diedi a questo tuo sacro intervento fu che Dio spesso ci indica strade diverse da quelle che hanno una visione parziale della vita. 
L’uomo, con la sua presunzione, vuole accentrare tutti i poteri su di sé, compreso il potere di comprendere il bene e il male e di decidere ciò che è bene e ciò che è male. 
Le tue parole furono balsamo per le mie ferite… quante persone accompagnavi in quel periodo con la tua sola presenza! Hai fatto da pontefice tra le nostre vite addolorate e il tuo amore per l’ontologico. 

Domenica scorsa è iniziato l’avvento, è iniziato il mio sprofondare in questo nuovo anello diabolico profondo e altisonante. È iniziata l’attesa di qualcosa che non so, con la morte di mie piccole certezze. 
Domenica scorsa la sacra messa che abbiamo celebrato ha completamente ucciso dentro di me le ultime tracce di una religiosità tradizionale e di una spiritualità simbolica. È stato un dolore ma anche una dilatazione per scendere più in profondità e orientarmi verso una teo-fondità sempre più intera. 
Avrei voluto ricambiarti il dono che mi facesti anni fa e spingerti ad andare al di là di tante piccole paure e certezze che ci chiudono. 

Questo Corso, questa Messa doveva servire a questo. Ho imparato, però che siamo poca cosa rispetto all’In.Di.Co. 
Le aspettative fanno male e ti allontanano da esso perché vuoi far prevalere il tuo schema, invece la saggezza dell’In.Di.Co. ha spinto tanti giovani a celebrare con te, in un inedito trasgressivo, importante per la tua vita. 

Ora mi sento libera anche dal mio volerti bene e sento di doverti consegnare a ciò che tu vuoi.

Sabrina

novembre 20, 2016

AssociaEventi: l'Associazione Alla Salute Bari non si ferma! E dà il via al suo VIA.CRE.

Avendo spiegato la volta scorsa l’unità didattica dell’”Indietro tutta”, il 12 novembre l’Alsa Bari si riunisce per parlare del suo naturale seguito: l’unità didattica dell’”Avanti tutta”.



Prima, però, vengono notati i graditi ritorni di Giuseppe, con i suoi genitori, e Alessia, con sua madre, che sono qui per la seconda volta, nonché quello di Cinzia e Filippo, che mancavano da un bel po’ di tempo. 
Giuseppe parla del modo in cui viene vissuta la sessualità e il corpo oggi, soprattutto rispetto ai genitori, con cui non se ne parla mai. Viene invitato a fare una settimana intensiva per sperimentare di persona il Metodo Alla Salute e vedere i meccanismi che stanno dietro a queste situazioni. 
Graziana ringrazia Ada e Stefano, i genitori di Giuseppe, per averlo accompagnato anche oggi. Anche se per Ada è ovvio essere qui con suo figlio, Graziana spiega che non è così scontata la presenza dei genitori, tant’è che quelli di alcune persone presenti qui non hanno mai voluto accompagnarli alle attività dell’Alsa.

Alessia racconta che sua madre, Vita, corre sempre, si fa in quattro per tutti e non ha mai tempo per se stessa. Secondo Graziana, le donne della sua generazione sono state abituate a sentire fortemente il senso del dovere e la responsabilità, mentre noi figli ci saturiamo prima e sentiamo di più il peso di questa schiavitù. Vita viene invitata a prendersi un anno di aspettativa al lavoro, visto che ne ha la possibilità, per dedicarsi di più a se stessa.

Cinzia e Filippo raccontano che il figlio, Edoardo, è stato in comunità per un paio di anni e ne hanno approfittato per aggiustare la loro casa. Edoardo ora è tornato a casa, ma si sta chiudendo sempre più in se stesso. Cinzia, che si è concessa poco di essere fragile, stamattina ha confessato a Filippo la sua voglia di mollare. È bello che lei comunichi sinceramente al marito che non ce la fa a reggere tutto il peso da sola e che ha bisogno di essere alleggerita, perciò Filippo è disposto a portarsi via il figlio per un po’ di tempo. Entrambi vengono invitati a iniziare una nuova fase perché, man mano che si va avanti, servono strumenti diversi.

Ci viene ricordato che ieri era San Martino, che era un giovane soldato francese. Un giorno esce a cavallo e incontra un vecchio nudo e infreddolito, ma lui ha un mantello di lana. Sfodera la spada e taglia una metà del suo mantello per regalarla al vecchio. Si leva il sole, la giornata si riscalda e San Martino si rende conto che, pur togliendosi una parte di mantello, sta comunque bene e non patisce il freddo. Quella notte, Gesù gli viene in sogno e gli restituisce la metà di mantello che gli mancava. 

In questa unità didattica impariamo che dobbiamo essere un po’ come San Martino: spogliarci di qualcosa che ci portiamo addosso, per ricevere poi qualcos’altro di nuovo.

L’”Avanti tutta” e l’”Indietro tutta” sono due unità didattiche collegate, ma la prima è più difficile e meno automatica della seconda. 
Il Via.Sco. è un viaggio scontato perché siamo risucchiati dal vortice della morte. Ma quel vortice può essere anche un utero che ci spinge ad andare fuori. 
Infatti, l’”Avanti tutta” è il viaggio di risalita, quindi è un Via.Cre., ovvero un VIAggio di CREazione/CREscita. 
Come dice Francesca, ha anche un nome ufficioso: Via.Cul., perché ci si fa un culo così! 
Riprendiamo quindi la metafora del viaggio in treno, ma qui non si conoscono prima le stazioni, è un viaggio incerto, dove la strada può diventare a volte larga, a volte stretta. Talvolta può anche sembrare che ci stiamo perdendo o che stiamo tornando indietro, ma man mano che si procede, si intravedono meglio i cambiamenti che stiamo facendo. Non a caso, nella locandina dell’unità didattica, si vede, in fondo sopra, il sole, simbolo della luce e del calore. 
La meta di questo viaggio è la salute, la cui etimologia (sarvas, sanscrito) significa “intero”, infatti è un viaggio nello stile di vita intero.

Alessia e Giuseppe vengono nominati capistazione creativi: insieme, come femminile-maschile, sceglieranno le persone che presenteranno ciascuna stazione, esprimendo anche ciò che immagini e parole comunicano a loro.

Prima stazione
Miracolo
A diventar santi
ci stiamo provando,
per i miracoli
ci stiamo attrezzando.


La prima immagine dell’”Avanti tutta” ricorda la penultima dell’”Indietro tutta”, solo che in quest’ultima la sedia stava per essere inghiottita dalla voragine, mentre qui ne sta uscendo in un raggio di luce, come se fosse una nascita, e non più una morte. Questi versi sono ironici: tentiamo di arrivare all’intero, ma i miracoli non esistono, la sedia deve innanzitutto avere il desiderio di intraprendere quel viaggio. Dunque, non è un miracolo, bensì una grande forza di volontà di uscire dalla voragine della morte. Un “miracolo” potrebbe essere, per esempio, che Vita decida di prendersi un anno di aspettativa dal lavoro. Oppure che Filippo, persona affidabilissima, decida di farsi un viaggio in America col camper.

Seconda stazione
Ancora
È tempo che prendi
una decisione,
fermati, cambia,
binario e direzione.


La parola chiave qui è “ancora”, avverbio che dovremmo usare di più. Dovremmo dire “sto ancora male”, “sto ancora bene”, perché non è detto che duri per sempre. Anche se le cose vanno ancora bene, bisogna continuare a lavorare nel presente per preparare il futuro. Questo significa distinguerci dalla nostra situazione. Graziana ce lo spiega con una metafora: quando vado in montagna, supero il primo tornante e riesco a vedere un pezzo del paesaggio. Supero il secondo tornante e vedo un pezzo un po’ più grande di paesaggio. Più tornanti supero e più completo vedrò il panorama. Così è il viaggio dell’”Avanti tutta”: i vari pezzi ci vengono svelati poco a poco e man mano che andiamo avanti.

Terza stazione
Pazienza
Per rinascere
non basta solo dire,
almeno un po’
devi tu soffrire.


Stefania racconta di quando è andata a Foggia e Mariano la chiamava Madonna dell’Addolorata. Lei ha provato a lasciarsi dietro quell’Addolorata, ma proprio quando ci stava riuscendo ha cominciato a soffrire per davvero. Soffrire è uno step del percorso, ma non è un dolore fine a se stesso, bensì serve a scoprire parti nuove per noi. Non a caso, qui la sedia è piena di crepe, perché crepano le nostre vecchie identità, cosa che ci fa star male. Ciononostante, lo schienale comincia a definirsi meglio, ad avere più assi collegati. La parola “pazienza” deriva da patire, che vuol dire sopportare. Sopportare quella sofferenza che ci è utile al cambiamento. Tant’è che nell’immagine si inizia a intravedere un po’ di luce, cioè un senso profondo per la nostra vita.

Quarta stazione
Umiltà
Parti da quello che
sei con sincerità,
segui la terra
raccoglierai a sazietà.


Nell’immagine ci sono tanti solchi, come la terra quando viene arata per prepararla alla coltivazione. Ed è come la terra che dobbiamo diventare, cioè partire con sincerità da ciò che siamo per coltivare le diverse parti nostre. Ciò significa anche che il percorso segue i tempi lenti della terra. L’umiltà è ciò che ci permette di essere come il seme, che deve prima umiliarsi andando sotto terra per poi germogliare e far nascere una nuova pianta. Qui le parti della sedia iniziano a uniformarsi, il fondo diventa una spirale, come un percorso e la luce sullo sfondo si fa più evidente.

Quinta stazione
Solidarietà
Non aspettare
l’altrui carità
immergiti per primo
nella tua specificità.


Viene fuori la teoria dello svantaggio originario: fin dalla nascita sentiamo il bisogno di uno specchio riconoscente, cioè qualcuno che ci comunichi la nostra bellezza derivante dalla nostra specificità, che siamo belli per ciò che siamo. Ma se non abbiamo ricevuto questo, perché forse i nostri genitori erano presi dai loro nodi, vivremo sempre con quel bisogno di carità altrui. Francesca racconta che all’inizio del suo percorso, gli accompagnatori le dicevano “devi accoglierti tu”, e ciò la faceva star male perché lei non si voleva bene. Ma noi dobbiamo essere solidali con noi stessi, dato che questo è ciò che abbiamo avuto.
Solidarietà vuol dire anche fare per primo. Ora che mi sono ripreso dei miei pezzi, mi sono alleggerito e ho più voglia di fare le cose per primo, perché mi sono ripreso la mia specificità. I cosiddetti psicotici sono i più solidali perché sono i primi a muoversi, a far uscire il negativo. Lo manifestano a modo loro perché non sanno in che altro modo esprimerlo.
Nell’immagine, la leggerezza è rappresentata dalla mongolfiera, la quale ha tanti spicchi di colori diversi. A terra si vede la sua ombra perché ora ha una sua consistenza e accetta anche che l’oscurità, il nostro negativo, non è sparita.

Sesta stazione
Forza della vita
Quel che tu vedi
è solo una conchiglia,
c’è un oceano invisibile
che ti ama e che ti piglia.


La sedia sta diventando un pezzo unico e sta prendendo la forma di una lumaca-conchiglia, cioè sta continuando la sua trasformazione. Davanti a sé ha un oceano con molte onde, perché la vita ha alti e bassi e anche quando arriva la bufera, non si deve perdere il senso del viaggio, sapendo che il negativo ci può stare, ma senza fermarsi. Quando siamo a riva ci sembrano onde molto grandi, ma se ci spingiamo in mare aperto non ci sono più. Se superiamo quella paura, riusciamo a cogliere altro che non vediamo ancora, non a caso nei versi l’oceano è “invisibile”.

Settima stazione
Storia
Non sei il primo
non sei l’ultimo nel fiume,
ascoltare antenati
e discendenti
è buon costume.


La lumaca si è posizionata in alto, i pomelli della ex sedia ora sono antenne, è in ascolto di ciò che la circonda. Così dobbiamo ascoltare gli antenati, cioè quello che eravamo, e i discendenti, cioè quello che siamo, che insieme fanno la storia della nostra vita. Inoltre, non siamo i primi né gli ultimi a compiere questo viaggio. Prima di noi, altri hanno sentito le stesse cose nostre, e dopo di noi, altri le sentiranno. Perciò, è importante lasciare la nostra scia, perché ciò che facciamo oggi può servire a qualcun altro domani.

Ottava stazione
Viaggio
Viver sol mangiando
son giornate amare,
viver da viandante
per creare ed
intrecciare.


La lumaca trova un senso per la sua vita: continuare a viaggiare. Questa viandante porta con sé solo un faggottello per viaggiare leggera. Più cose ci portiamo addosso, più ci complichiamo e più è difficile vederci in viaggio. L’ideale è spogliarci di queste zavorre per poter intrecciare meglio con gli altri.

Ultima stazione
Intero
È questa la salute
Che ti salva ogni volta
Cresce ogni giorno
È inedita e capovolta.


Per stare bene nell'esistenza e continuare a viaggiare, sono indispensabili tutti e quattro gli angoli del "Quadrangolare", che ci danno un angolo alfa di partenza, un piede fermo su cui poggiarci, per poi metterci in ascolto di ciò che possiamo modificare (angolo beta) e spingerci a sperimentare nuovi "viaggi inediti" (angolo gamma), per poter poi approdare ad una nuova identità (angolo pi greco). Questo percorso è Infinito, Dinamico e Complesso, così come lo è la vita stessa.
Ed è con questo "augurio" che concludiamo il pomeriggio: da sedia, diventare lumaca-conchiglia, viandante in mare aperto.

Angela T.

novembre 16, 2016

"Cara sorella Cenerentola, mi sei mancata, ma oggi la persona che mi manca di più sono io. Oggi, 16 novembre 2016, ti riconsegno all'In.Di.Co. e benedico questo nostro lasciarci andare".



Cara sorella Cenerentola,

In questi giorni ti sto portando dentro di me con molta fatica e molto dolore.
Ti sento come un pezzo di me morto, come una parte che mi continua a tenere in ombra, al buio, a togliere luce, spazio e respiro. Tu mi fai mancare l’aria, la prendi per te per sopportare le tue fatiche, il tuo movimento continuo come una maledizione.

Provo rabbia verso di te, provo rabbia verso quelli che di te hanno approfittato e continuano ad approfittarsi per tenere la torta tutta per sé.  

Perché tu non chiedi nulla e non pretendi, anche quando hai dato tanto e generosamente.
Tu, se non hai, stai zitta; tu, se non hai, chiedi anche scusa o magari dici grazie. 
Tu non urli, non scalci e non ti arrabbi. Piuttosto ti lasci morire.

Cara sorella Cenerentola, 
Io ti sento profondamente ingiusta. Sei stata ingiusta verso di me. Hai scelto di morire lasciandomi sola. Quando sei morta tu è morta anche mia madre. Il suo cuore si è congelato per non morire insieme a te. E quindi siete morte in due. E mi avete lasciata ancora più sola. 

Non ho saputo molto, non mi è stato spiegato molto, ma ti ho visto, ti ho visto su un pezzo di marmo e mi sei sembrata come una bambola... ma più scura. Poi ho visto mia madre, anche lei è diventata piccola come una bambola, così che io mi potessi occupare di lei, quando si sedeva per terra in lacrime o quando non riusciva a stare più da sola in casa, al buio, nell’ascensore.

Io sono profondamente arrabbiata con te, sei stata una stronza, una vigliacca, mi hai lasciata da sola.           
Io mi aspettavo una compagna, un’alleata, qualcuno che con me avrebbe giocato, sognato e lottato.           
Mi sento profondamente tradita.

Una parte di me è morta insieme a te, ma non potendo morire come te fisicamente è morta dentro di me. 
Così è nata mia sorella Cenerentola. 

Mia sorella Cenerentola per me era un modo per non sentirmi sola, era un modo anche per non farti sentire sola. Perché una parte di me quando tu sei morta si è sentita anche in colpa di continuare a vivere. 
Hai capito, cara Cenerentola? 
Io mi sono anche vergognata di vivere perché tu eri morta, anche se il parto era stato difficile anche per me. 

Così ho iniziato a provare imbarazzo per tutte le mie espressioni più vitali, più spontanee, più gioiose e vivaci, come io sono in profondità. Questo non sei riuscita a portarmelo via
Questa sono io, la mia sostanza più profonda è questa, non la bambola che mi hai costretta ad essere per non risvegliare il dramma di una bambina che doveva nascere e invece è morta. 

Mi sono dannata la vita a sentire dentro un’infinità di colori e di energia che non riuscivo a tirar fuori. Oggi ancora quando posso e voglio vivere delle mie bellezze, una parte di me sente che fa un torto a qualcuno, che toglie spazio a qualcuno.
Io ce l’avevo fatta, io ero viva. Tu non ce l’avevi fatta, non eri riuscita a venir fuori viva dalla pancia di nostra madre anche se era arrivato il momento della tua nascita. 

E io mi sono sentita per una vita così. Una nascita mancata. 

Tante volte ho attraversato tante gravidanze e vissuto le doglie del parto, ma poi sono morta all’ultimo.
Altre volte ho sentito che le mie nascite non erano importanti per nessuno, che nascevo senza che nessuno se ne accorgesse o provasse gioia profonda per me. Ho sentito più che gli altri si sentivano spesso minacciati dal mio nascere e per questo hanno alimentato le mie parti Cenerentola. Per me ancora non ci sono tante “fate madrine” che vedendo la mia bellezza sentono di donarmi un bell’abito per impreziosirla.

In questa settimana appena trascorsa ho vissuto un profondo senso di morte, dentro di me niente dell’albero della vita mi faceva godere, se non gli scambi con chi sta riuscendo a vedere questa mia morte come una festa e la sta venendo a visitare con dolcezza. A tratti, anzi, l’albero della vita mi ha terrorizzata e nauseata. L’unica cosa che mi ha fatto godere profondamente è stata proprio la morte. 

Ho provato tanta rabbia e dolore per mia sorella Cenerentola, ho sentito anche quanto era forte, quanto era disposta a combattere e trovarsi nuove strade per riprodursi pur di mantenersi in vita e di trovare conferme nella mia relazione con l’esterno, specie nel rapporto con i gruppi. Ho sentito che io ero impotente e che, per quanta forza potessi metterci, senza dubbio avrei perso e anzi, l’avrei alimentata e sostenuta, le avrei riconosciuto la sua forza. Mi ha fatto rabbia anche questo. In diversi momenti mi sono sentita maledetta, come intrappolata in una maledizione dalla quale non mi riuscivo a strappare.

Per questo ho desiderato mollare tutto, lasciarmi morire, sopraffare completamente.
Ho desiderato un padre, una madre, dei fratelli che prendessero parte di Cenerentola e ne cantassero le lodi per cantare anche le mie. 

Ma io non sono Cenerentola.  

Cenerentola è come mi hanno voluto gli altri. Cenerentola lo sono diventata per soddisfare PUK di matrigne e sorellastre-fratellastri. Cenerentola è colei che non scomoda le istanze embriogenetiche delle famiglie e dei gruppi in cui un tempo era entrata da pezzente.

La morte mi culla. È l’unica cosa che in questi giorni mi lenisce, mi dà tregua, mi dà una prospettiva.   
         
In alcuni momenti sento di voler scomparire, di voler diventare invisibile. Sento che niente dell’albero della vita mi richiama in maniera particolare. Il fare ha perso il suo fascino, come se fossi scesa da una giostra sulla quale ero da anni e neanche sento il desiderio di salirci. In alcuni istanti sento che mi scorre tutto davanti come un film e io non ne faccio parte.

So che sto facendo un salto, come mi hai detto tu, Mariano, rompendo membrane molto profonde, situate ancora più sotto di quella della mia famiglia di origine. Sento che sta mutando il modo in cui mi sono strutturata, proprio la mia trama profonda. Qui i paesaggi sono completamente diversi. E provo sensazioni mai provate prima d’ora. E spesso allo stesso tempo me ne spavento e sento un dolce e rassicurante oblio. 


Ho desiderato giustizia. Ho desiderato che qualcuno mi difendesse, che dicesse che Cenerentola è stata brava, è stata la figlia più solidale con la vita, quella che ha saputo vivere anche nell’ombra e senza riconoscimenti, quella che ha saputo anche subire ma continuare a donarsi, quella che era stata aprile mentre maggio aveva l’onore del fiore, quella che non punisce negandosi... era quella che scendeva in campo anche quando c’erano da mettere le mani nella merda e gli altri facevano gli schizzinosi, ma lei accettava, pur di preservare la gravidanza. Ho desiderato che questa parte venisse celebrata come una parte coraggiosa e non più fessa degli altri, più sfigata, meno di valore.

Questa parte è la parte che sento rappresentata dal mio cognome, quello, cara sorella, che abbiamo in comune.

Quando c’è stato il terremoto ho goduto. Non so ben spiegarlo a parole, ma è come se avessi sentito che lui sì che è un padre equo. In sua presenza il mio affannarmi era inutile, mi riportava al mio essere una piccolissima parte di un tutto che scorreva ed esisteva indipendentemente da me. Andavano in frantumi tutte le cose esteriori, perché non è su quelle che si fonda la vita, non è grazie a quelle che procede la gravidanza metastorica. 

Lo spirito però… quello rimane, resta e non è proprietà di nessuno, l’Anemos, il soffio vitale è della vita, è l’unica parte nostra che resta anche quando perdiamo tutto. E io forse ora mi sento rappresentata profondamente solo da questo.

Spirito, questo mi sento.

Come la terra, anche la mia Piramide e il mio Graal traballano tutti, ma questo non mi fa spaventare, lo sento un effetto naturale dei lavori in corso.
Dopo i giorni di rabbia ho riconsegnato questa sorella alla morte, mi sono riconsegnata alla morte, mi sono sentita come un seme che, se proprio deve rimanere nell’ombra, allora è meglio che si consegni completamente al buio, alla terra, che scompaia completamente per un po’ affidandosi proprio a quel buio dal quale proviene.

Forse questa è una possibilità per trasformare mia sorella Cenerentola.

Mi è sembrato di diventare uno zombie, con il ventre aperto e lacerato, sguarnito di ogni protezione, non mi sentivo legata a niente in maniera forte. Poi il vuoto, una sensazione di vuoto e silenzio, come se il tempo si fosse fermato. Questo non mi risucchiava completamente, non mi sentivo disperata, piuttosto svuotata e rallentata, in pace.

Cenerentola è una sorella morta. Quando riesco a distinguermi dalle ingiustizie che ha dovuto subire, io la sento come una sorella valorosa. Come la sorella che per quanto mi ha tolto mi ha anche dato. La sua eredità è grande e io voglio imparare ad amarla, voglio innamorarmi di lei che sono anche profondamente io.

Ed è proprio dalla pace che provo, mentre sento le doglie, che voglio provare a parlarti…

Cara sorella Cenerentola, 

Oggi voglio sedermi un po’ vicina a te, guardarti senza sentirti una nemica e salutarti come desidero.

Voglio provare a raccontarti ciò che il viaggio con te mi ha insegnato e che io potrò continuare a esprimere diversamente anche quando te ne sarai andata.

Desidero che tu non sia più una parte da combattere, per cui sentirmi meno, desidero celebrare il tuo passaggio nella mia vita e lasciarci proseguire ognuna per la sua strada.

Io ti benedico perché, grazie al tuo scalfirmi quando ero solo una bambina di due anni, mi hai permesso di conoscere presto una parte importante dell’esistenza, la Morte. Ti ringrazio perché introducendola presto nella mia storia mi hai permesso di viverla con una buona dose di naturalezza, ad ogni passaggio in cui si è presentata nella mia Vita.
Ti ringrazio perché questo mi ha permesso di sentirla più familiare anche quando mi ha fatto tanta paura e tanto male.

Essendoci io e te conosciute in un evento di morte, io ho conservato sempre una buona dose di fiducia in questa parte dolorosa della vita, anche quando si è affacciata in maniera inaspettata nella mia storia portandosi via un pezzettino del mio corpo e anche l’illusione che, almeno da malata, potesse essere più visibile e credibile la mia sofferenza. Anche quando la morte era diventata un’ossessione non mi sono mai sentita malata, anche se mi pesava molto sentire che la vita o la morte degli altri dipendeva da me, da un mio comportamento, dal gesto di turno che mi imponevi di compiere come una voce a cui non potevo disobbedire sennò sarei stata punita.

Ricordo che da piccola giocavo spesso con la morte mettendo a rischio la mia vita, forse perché ero curiosa di incontrati, di conoscerti. Forse se mamma e papà avessero saputo giocare di più con questa parte ti avremmo tenuta più in vita, conservando il tuo spirito come una benedizione e una spinta per la nostra famiglia a riportare in vita le parti bambine morte in ognuno di noi.

Ti ringrazio perché mi hai insegnato ad amare e ascoltare anche le cose meno visibili, quelle che non hanno la forza di venire alla luce, proprio come te.

Ti ringrazio perché attraverso di te ho conosciuto la vita intera, che include anche la morte, cosa che i nostri genitori non hanno saputo trasmettermi. 
Ti ringrazio perché me lo hai mostrato con i fatti e non con delle rappresentazioni
Io il tuo corpo senza vita l’ho visto e ancora lo ricordo. Anni dopo ho visto i tuoi capelli neri e le tue ossicine custodite dalla terra. Lì mi sembrò che una parte di te era rimasta, ma che noi non sapevamo vederla se non in quel momento in cui ti rinvenivano così fragile dalla terra. Anche lì non ci fu nessuno a sentire se per me era troppo forte quel momento. Era una cosa da fare e ognuno doveva contribuire non aggiungendo il suo dolore o il suo bisogno di essere aiutato a comprenderne il senso per la vita.
 
Ti ringrazio perché mi hai insegnato a non spaventarmi delle parti morte nelle persone che ho incontrato.
Ti ringrazio perché mi hai insegnato a non arrendermi a vedere la morte come un evento senza prospettiva.

Oggi sento che quello che sei diventata in me morendo deve trovare un senso nuovo. 

Oggi sento che la sorellanza con te deve trasformarsi in sorellanza con qualcosa che è eterno e in divenire continuo e che non mi leghi più in maniera definitiva a nessun evento di morte, per quanto doloroso possa essere.

Oggi voglio seppellirti non in una terra fredda come tanti anni fa, ma in una terra sacra che accoglie le stagioni e i cicli e nella quale anche le cose che non riescono ancora a venire alla luce possono non morire, ma prendersi altro tempo per crescere e prepararsi al parto quando sarà il momento, quando la loro gravidanza sarà matura e volta al termine. 

Ti riconsegno all’In.Di.Co., cara Francesca. 

Mi sei mancata ma oggi la persona che mi manca di più sono io.

Oggi non voglio più mancare la mia nascita.

Sia benedetto questo nostro lasciarci andare e sia custodito da chi non ha timore della nostra bellezza.

Tua sorella Graziana.

novembre 15, 2016

"Messaggi in bottiglia dalla Clinica Ontologica": il momento del PUS Risveglio.

 10 novembre 2016




Eccomi qua Mariano, all'alba di un nuovo giorno... e oggi "nuovo" suona ben accordato e armonico. La nottata è stata abbastanza insonne ma non mi sento distrutta oh! E poi, tutto sommato, se così sarà anche tra qualche ora, posso sempre riposare... il positivo di essere ricoverati… obbligati ad una dinamica statica... e penso a quante volte ho portato il mio corpo allo stremo... e penso a quante volte l'hai fatto anche tu... e penso a quante volte sento Raffaele al limite… e magari il giorno dopo ci sono state o ci sono ancora altre cose che richiedevano presenza e prestanza... e che non sarebbe male in alcuni momenti per tutti sentirsi obbligati ad un ricovero... a casa propria è più bello! (gli infermieri sono più simpatici e affettuosi... 😄) 
Nel pomeriggio dopo la nostra telefonata, il dolore all'addome è peggiorato: il gonfiore era talmente tanto che sembrava potesse far scoppiare di lì a poco la pelle... ed è aumentata anche la febbre che si è presentata con tutte le vecchie conosciute caratteristiche... prima i brividi e poi il picco molto alto... la notte è stata lunga e agitata, e ieri mattina non riuscivo neanche più a camminare per raggiungere il bagno... ancora di più è aumentato il gonfiore e il dolore... nel frattempo sono state richieste le varie consulenze e una nuova TAC. 
Sempre nella mattinata, è passato il medico siciliano che nomino il "terrorista" perché puntualmente nei momenti più difficili prospetta ipotesi "in prospettiva" al negativo... una sirena potente che se poco poco ti fai ammaliare ti attrae nel vortice e non capisci più niente... ricordi!? È quello che non voleva che sospendessi la radio per i giorni del seminario, e ieri quando mi ha visitato ha cominciato ad andarci giù pesante, dicendo che questa nuova situazione era un guaio e che avrebbe portato ad una sospensione troppo lunga, e che a questo punto toccava rivalutare tutto il programma di cura, compreso il fatto di considerare il percorso di radioterapia concluso qui, a metà... e pensare ad un nuovo intervento o alla chemioterapia classica come quella che ho fatto in agosto... maaaha!

- "Sirena" di Michela Garbati -
Ho ascoltato, in pace, senza paura del vortice che mi si stava parando davanti eppure mi riguardava, stavo con tutto quel dolore e questo tizio in camice mi stava minando la possibilità di cura medica più adatta ed efficace sperimentata finora... che bella sensazione guardarlo e non perdermi...
Ho sentito puzza di tante paure sue... nel suo dire curato e preciso ho avvertito distintamente le parole dietro le parole: “Il tuo caso è troppo fuori da schemi fissi ed io non so che fare... qui tutti c'hanno il loro programma di cure ed io non vedo l'ora che finiscono così proseguono poi su altri binari ed io ho fatto la mia parte... tu mi poni troppi problemi e ogni volta devo riformulare tutto e non so da che cosa ricominciare, se non dal fatto che ci sono altri che possono fare altro con te”.
Ciò che stava dicendo in realtà, in quel momento non mi serviva, e ho sentito che la strada si sarebbe aperta continuando a camminare un passo alla volta. Che senso aveva pensare al percorso di cure se ancora non si capiva niente nell'oggi, anche di quello che lui stesso ha definito un guaio? Ma un guaio di che, se ancora non si sapeva niente, se non il fatto che probabilmente si era riformata una sacca di liquido (linfatico... pulito quindi!) come era già accaduto, e avevo i muscoli addominali molto infiammati e dolenti? 
E poi io mi sentivo, dentro, già tanto distinta anche dalla mia condizione fisica, figuriamoci quanto lo ero da tutte 'ste congetture inutili... distante dalla condizione fisica nel senso che proprio sentivo fortemente maturate certezze e forze legate al percorso ontologico e le prospettive della Clinica Ontologica.
Il corpo, per me, stava preparandosi e organizzandosi a suo modo. Io mi stupisco ancora di me quando accolgo in pace il calice amaro che mi si presenta, anche se non comprendo bene bene cosa sta accadendo, e pur attraversando anche le mie di paure... e non è più neanche un accogliere per resistere o transitare rispetto a un negativo, ma una cosa diversa, più legata alla certezza del positivo già solido in me, da continuare a costruire.  


Se chiudo gli occhi è come sentire che nella mia storia di vita "ora" posso partire da un "+" pieno a cui posso aggiungere ancora e ancora...  e non più da un "-" da riempire o risolvere.
Anche della febbre non mi sono spaventata. La tua bella teoria sulla nostra parte "fuoco" legata alla febbre, e lo scritto di Sandra al riguardo, letto nella tre-giorni, mi hanno fatto conservare un sentire mio più "poetico" che medico rispetto a quello che mi stava accadendo!
Un'altra bella metafora… è stato come se stessi cavalcando un’"onda anomala" (di quelle che si vedono nei quadri di tempeste in mare) a cui riuscivo ad affidarmi nonostante il tumulto... un’onda che, seppure paurosa, mi poteva portare lontano piuttosto che indietro... e così è stato credo... stamattina ancora mi sento in mare... le acque sono meno agitate!


Continuo il racconto di ieri perché sento che segnare questa data, 9 novembre 2016, è importante, qualunque cosa essa voglia significare o produrre o dirmi in futuro, o anche no... non importa.
Nel pomeriggio, dopo pranzo, il pulsare della zona gonfia è diventato insopportabile. Ho sentito il bisogno di lavarmi un po' e mi sono fatta aiutare da mia madre a raggiungere il bagno: nel giro di poco, al centro del pube, sotto la cicatrice chirurgica che si era di molto dilatata e assottigliata per il gonfiore, si è creato un piccolo ematoma e poi una breccia, da cui usciva velocemente un rivolo di pus... perdonami la crudezza... ma altri modi non li trovo... da lì in poi la fuoriuscita è diventata incontenibile e sempre più copiosa... ho fatto chiamare l'infermiere, ma anche lui faceva fatica a tamponare. Sono riuscita ad andare sul letto in camera. La breccia è diventata un buco, e il pus sembrava non finire mai...  c'è voluto tempo e tante tante garze, ed io ancora mi sono stupita di come riuscivo a starci. 
La vista di tutto quel materiale uscire dal mio corpo mi ha ancora una volta fatto scegliere nell'immediato, salvandomi... il Presente, Qui, Ora... vivi ciò che è per ciò che nel presente rappresenta. Mi ha fatto schifo, ne ho avuto paura, ma allo stesso tempo più guardavo e partecipavo a questa liberazione, e più mi sentivo liberata non solo dal dolore/pressione che avevo prima... ho sentito ancora di più che non era per niente un fatto vissuto nel corpo distintamente dagli altri codici... ma che avveniva attraverso il corpo... e mentre avveniva mi parlava
Ho temuto che tutte le congetture del medico "terrorista" della mattina si avverassero, ma a spegnere ogni dubbio a favore del positivo che stava accadendo sono arrivate, come un film veloce, tutte le immagini di questi mesi di febbri e di incertezze e di pantano... e questo magma più lo guardavo e più ringraziavo per essersi finalmente rivelato... e… "rivelato fuori di me".

- "Aquila Consacrante" di Michela Garbati -
Il mio corpo... caro corpo... è stato saggio... di una saggezza profonda e piena... il mio corpo... caro corpo... ha parlato più della medicina, più delle parole, più delle paure, più di me...
È stato saggio a cogliere il passaggio, e per primo ha lavorato per creare le premesse... è stato saggio e non ha mentito a se stesso... si è lasciato invadere, infuocare, indolenzire per liberarsi e lasciare ancora una traccia.
È stato saggio a cogliere il passaggio... - vediamo se riesco a metterlo in parole! - dal cancro (dentro di me) a cui dare un senso per salvarmi, visitando la danza vita/morte… all'esistenza mia, in prospettiva, come "progetto" radicato nell'ontologico, da godere non per il tempo a disposizione ma per il messaggio che può trasmettere nella mia ed altre esistenze... 
... un giorno alla volta...
 
Tutto questo poteva avvenire senza una fase in cui espellere il pus per un vero Risveglio (PUS). Ora credo di no!
Tutto questo potevo incarnarlo in altro modo... sì, penso che ci siano tanti modi... con il Seminario il terreno era pronto e gli elementi stavano al lavoro.... ma credo anche che "il mio caro corpo" abbia voluto darmi ancora l'onore, nel concreto, di farmi vivere ciò che rischiamo di rappresentarci soltanto

È stata una visione per cui gli rendo grazie con immenso amore... anche nella crudezza del suo esprimersi... con immenso amore! 
Il momento del PUS "risveglio" - nel Graal PUT - è un momento che non avviene così tanto per... e non lo si può dare per scontato solo perché abbiamo lavorato bene e transitato nella parte PUK.
Sciogliere, srotolare le spire strette delle nostre parti kundalinizzate è una una fase difficile, laboriosa, dolosa; spesso ci mettiamo anni e lo facciamo attraverso percorsi impervi... spesso imbocchiamo labirinti in cui ci sembra di muoverci ma in realtà ci fermiamo... e poi bisogna tornarci settanta volte sette... non è che si conclude... e poi, soprattutto, se strada facendo non costruiamo la FIDES ci perdiamo.

Il PUS quando arriva... ho compreso... e arriva non così... non un giorno senza un perché... oppure come un pacco regalo inviato dal cielo - PUM - ... 


Da ciò che il corpo mi ha raccontato... ho compreso che.... (e sicuramente non è tutto... con umiltà contemplo ciò che altre specificità hanno compreso prima di me e ciò che altre specificità ed io stessa posso aggiungere strada facendo!).

Avviene se in campo si giocano già le premesse per un passaggio ad un progetto di vita/esistenza in positivo come vitonauta in mission...
Avviene se ci si prepara, se siamo sufficientemente collegati alla placenta esistenziale dell'In.Di.Co., se tutti i codici sono pronti a fare un passaggio, se già sentiamo di noi un valore in positivo... qualunque esso sia… già solo nella semplicità di essere quello che si è nel presente... oggi! 
Avviene se ci si predispone ad accogliere ciò che sarà, con fiducia che l'In.Di.Co. è con noi, senza ma e senza se...
Avviene se non ci lasciamo ammaliare dalle sirene che ci vogliono portare negli abissi delle convinzioni simboliche istituzionali razionali, che usano le nostre paure più imminenti per tagliarci la cordicella/fides legata all'In.Di.Co. e ci fanno risprofondare nelle parti PUK... facendoci credere che non è ancora tempo di risveglio...
Avviene se accettiamo che il risveglio, se vero è, deve passare necessariamente da un momento in cui si espelle il pus… ed è un momento doloroso e che fa paura. È un momento in cui ho visto, bisogna avere molto molto amore per quello che già si è, tanto amore anche per le parti schifose nostre che escono allo scoperto... e tanto amore per ciò che possiamo ancora esprimere nell'esistenza
Avviene perché il pus, che dentro di noi si è organizzato, accumulato, pulsa e cerca strade per non rimanere chiuso... per rivelarsi all'esterno liberandosi e liberandoci ha bisogno che noi "desideriamo" che questo avvenga... non solo perché ci dobbiamo liberare da un fatto in più che ci dà fastidio, ma come atto di amore che avviene in noi per fare un passaggio reale, a una parte nuova della nostra vita in cui "desideriamo" esprimerci per ciò che siamo veramente... il pus ha memoria, parla, comunica con noi... sa che la cosa migliore è uscire all'esterno, ma lo fa a patto che noi gli permettiamo di trovare la strada, oppure permettiamo ad altri di incidere (anche invadendoci) per aiutarci
Avviene se... accettiamo il rischio sapendo di poter perdere (abbracciati dall'In.Di.Co.!)


Anche questa fase può abortire in ogni momento, e il pus dal rivelarsi all'esterno per svegliarci, può essere espressione, nella danza degli estremi opposti Vita-Morte, della Morte che chiude il nostro viaggio nell'esistenza per gioiosamente trasformarci.

Io sono grata al mio caro corpo, alla vita e all'In.Di.Co. che ancora hanno DETTO SÌ... con amore... anche in questa occasione, al mio Viaggio


Caro Mariano... questo messaggio ti arriverà oggi 11 novembre perché strada facendo le cose che ho voluto fermare in parola sono vulcanicamente aumentate... io ne sono contenta e se ne hai piacere, sarei ancora più contenta di un tuo parere o se vuoi aggiungere aspetti che vedi in questo passaggio... sono contenta di aver tentato una bozza di conoscenza più ravvicinata ai vissuti... ma quando si sta dentro, molte cose si possono vedere colorate... anche in questo l'umiltà paga più del sentirsi arrivati a chissà quale verità.
Nel frattempo la ferita anche ieri ha continuato a drenare... oggi penso che il chirurgo con cui ho parlato farà una medicazione anche interna... e mi preparo accogliendo... affinché si pulisca bene, sperando che si evitino altri strascichi. 
Il buco sulla pancia mi fa tanto pensare al quadro di Michela che sta al Centro "Maschera e Sangue"... ma in modo diverso. 

- "Maschera e Sangue" di Michela Garbati -
Sento grande gratitudine per Sandra e Raffaele, che in queste due sere passate mi hanno aiutato a raccogliere, inserendo tanti spunti teorici e punti di vista diversi.
Sento grande gratitudine per te che, come spiritello scoiattolo, mi stai sempre vicino.
Sento grande gratitudine per Tonino, che ieri sera a sorpresa ho visto apparire alla porta di questa stanza come mio sposo emozionato e preoccupato... che è venuto ad accertarsi che stessi bene e ad abbracciarmi forte forte!
Non ho più febbre, la terapia antibiotica sembra andare bene e stamattina farò la TAC così si valuta meglio sia questa situazione, che anche la condizione del cancro...

 
Sono dolorantemente fiduciosa!

... E ti abbraccio piano piano… 
Gemella Ontologica