giugno 04, 2020

… Loro erano allegri, rumorosi, gridavano, erano diversi… loro mi facevano vivere e morire…

giugno 04, 2020 Posted by F.I. , No comments
Penso che la prima volta che sono stata male, a 22 anni, ho fatto aletheia, nel senso che, anche se col disagio, non ho più voluto "recitare la commedia", ho voluto vedere cosa c’era dietro, ero stanca di fingere che andasse tutto bene.

Avevo sempre davanti agli occhi l’immagine di un castello di sabbia, perché io sentivo una grande desolazione, un vuoto: la mia pelle si era assottigliata, avevo un nodo in gola, stavo realizzando che la mia vita era stata "bombardata" e ora osservavo le rovine.


Vivevo un silenzio che mi faceva male, mi sembrava un castigo, mi toglieva il fiato, mi spezzava le gambe, mi piegava in due, mi sentivo trafiggere. Mi sentivo un pulcino in un uovo che non si vuole schiudere, un pulcino bagnato ed infreddolito che non si ripara dalla pioggia. Ero sotto un terribile temporale, lampi e tuoni mi facevano tremare come una foglia, mi scoppiava il cuore, pensieri di morte mi assalivano, il cielo era diventato nero e funesto, avevo brutti presentimenti.

Quando feci la prima visita psichiatrica scoppiai a piangere, mi ricordo che gli dissi: Io sto morendo! perché la mia vita era diventata un puntino nero, ridotto, minuscolo, ormai era solo uno spauracchio, vedevo solo la paura, l’angoscia, la morte.
I miei occhi erano diventati grandi, si sporgevano, ero sempre in agitazione, tramortita.
Era un’esperienza indicibile, aldilà della comprensione. Non riuscivo ad urlare, la voce era intrappolata nella pancia, mi vergognavo di essere nata, ero sprofondata in un abisso immondo, era l’Apocalisse.
Quello che per anni non avevo voluto vedere, adesso si rivelava nudo e crudo, spietato, una visione spettrale.


Avevo sempre vissuto in un Limbo, mi ero sempre nascosta, in dormiveglia.

Non avevo voluto vedere i miei silenzi interminabili, il mio essere passiva, succube, complice, la mia testardaggine, la mia totale mancanza di emozioni, il mio estremo egoismo, alienamento.

Mi ero fatta scivolare addosso il fatto di non riuscire a guardare negli occhi, a commuovermi, a piangere quando ero arrabbiata, a gridare, a non tenermi tutto dentro, a saper condividere.
Avevo resistito a tutti, ero una lastra di marmo, fredda, dura, severa. 
Mai un cedimento, un segno di umanità, non mi scoprivo mai, mi difendevo con la paura, la minaccia, gli altri mi temevano, vedevo i loro sguardi interrogativi. Quando mi avvicinavo agli altri sentivo un imbarazzo in me e in loro, un silenzio pesante, un’atmosfera cupa.

Ho sempre provato solitudine, un vuoto intorno a me. Sin dai primi anni facevo fatica a comunicare, già guardavo gli altri stando in disparte, già li vivevo con diffidenza, li temevo, erano un pericolo. Già disegnavo un confine tra me e il mondo, mi tiravo fuori, dovevo stare attenta agli altri, mi potevano far del male, era meglio stare per conto mio. Mi dicevo di non fidarmi, di non dare niente di me a loro, perché non meritavano, loro erano allegri, rumorosi, gridavano, erano diversi. 
Io mi dovevo difendere, li dovevo punire, non dovevo avere niente a che fare con loro, erano cattivi. Per ripicca all’asilo, a Carnevale, mangiai un sacchetto intero di confetti per non dividerli con nessuno, perché non li sentivo amici, meglio pensare a me!
Non riuscivo a scambiare con le persone, perché non avevo il corpo, quindi ero freddissima, penso che per gli altri fosse una mortificazione continua, un insulto, sentirsi continuamente rinnegati. 


Io morivo ogni volta, battevo sempre in ritirata, ogni volta confermavo la mia inadeguatezza, il mio sentirmi respinta. Lo vivevo come un fallimento, mi caricavo di angoscia e ansia e la vita si faceva sempre più pesante e vuota.
Poi mi inorgoglivo e rivendicavo la mia superiorità, soffermandomi su aspetti marginali come la bellezza fino a farne un culto, un idolo, il centro di tutto, per rendersi più accettabili agli altri, per metterli a tacere. Allora ricercavo, in maniera ossessiva, la perfezione, curavo i minimi dettagli, dovevo continuamente migliorare per non essere superata, perché così non sarei apparsa brutta alle mie sorelle e non avrebbero avuto niente da ridire. Ero molto invidiosa delle altre, l’aspetto fisico era il primo obiettivo che ricercavo in maniera esasperata, "na malatij". Ero molto legata alla bellezza anche perché mi vedevo più bella delle mie sorelle, allora per me era un punto a mio favore, che rivendicavo.  Infatti, quando mi accorsi che mia sorella più piccola attirava più consensi di me, per me fu uno smacco, perché anche l’ultima certezza era venuta meno.

Scioccamente interpretavo male i messaggi degli altri, non capivo cosa volessero dirmi, cosa fosse il loro disappunto. Non capivo che avrei dovuto abbassarmi, io invece mi innalzavo, loro volevano che stringessi la mano, io pensavo che loro mi vedessero come un verme, invece di avvicinarmi, io mi mettevo ad un livello superiore e dal piedistallo non sono voluta più scendere.


Mi sono negata anche il pianto, non ho più pianto per non apparire debole, allora la mia pianta si è rinsecchita, il terreno è diventato arso, ho scelto di non mostrare le mie fragilità, ho respinto il negativo perché mi umiliava di fronte agli altri. Quell’emotività incontrollata poteva far ridere gli altri, gli altri potevano approfittarsi di me. Mi sentivo osservata, gli sguardi si facevano pesanti, invadenti, feroci.
E questo mi aveva sempre più intirizzita, ero sempre più inflessibile, una Sfinge, il mio volto era inespressivo, una maschera, non facevo trapelare niente, "fingevo di vivere".
Non volevo morire davanti agli altri, non mi arrendevo, fingevo imperturbabilità perché non volevo aver bisogno di loro, consegnarmi a loro, perché temevo che mi avrebbero delusa, mortificata un’altra volta.
Pensavo che, mostrandomi debole, gli altri mi avrebbero rifiutato, come era già successo, quindi era meglio mascherarsi per avere almeno uno scudo, una protezione, non essere completamente esposta, per non farmi sbranare.

Temevo di rivivere il dolore di quando, da bambina, non riuscivo a trattenere le lacrime e mi sono sentita sola, abbandonata. 

Volevo fuggire e gli altri mi hanno fatto capire che dovevo vedermela da me, non dovevo frignare, che era un problema mio. Quella mia diversità non era benvista, era qualcosa da respingere, da non accettare, quasi una vergogna, da coprire come "la cacca del cane", allora imparai a farne a meno.


Ma, come si dice "nulla si crea e nulla si distrugge". Sopprimere le emozioni non mi rendeva più leggera, anzi, ero zoppicante, dovevo faticare ancora di più, mi dovevo "arrampicare sugli specchi", perché non potevo essere diretta.
Dovevo sempre fare i salti mortali, ero sempre sofferente, pesante, perché non mi esprimevo di pancia. Non potevo vivere, dovevo sempre "pensare a vivere", mettere sempre un filtro, giudicare la mia vita, farle il processo, ero sempre trattenuta, cerebrale.  

Ero il giudice più severo della mia vita, avevo dei parametri rigidissimi, scandagliavo ogni aspetto, mettevo tutto sotto accusa, ero sempre "meno", avrei sempre dovuto essere più, ero sempre alla ricerca del difetto, dell’imperfezione, della causa del mio mancato successo. 

Incontentabile, sempre in affanno, un eterno tormento.

Non c’era posto per alcun cedimento, non mi "mostravo mai", avevo completamente escluso la dolcezza, la tenerezza, l’emozione, non trasmettevo nulla di me, ero una lastra di ghiaccio, un muro di gomma. Tutto rimbalzava, ogni sguardo, ogni sorriso, ogni abbraccio lo rispedivo al mittente, come una palla avvelenata, sputavo tutti in faccia. 
Doveva essere chiaro che non mi dovevano "toccare", non si dovevano permettere, avevo relazioni "recintate", asimmetriche, io non dovevo mai scendere, sottostare, gli altri dovevano ammirare. La mia superiorità doveva essere netta e non doveva essere messa in discussione, zittivo tutti. Come un carrarmato mi abbattevo sugli altri, li buttavo giù come birilli, per difendermi aggredivo, intimorivo, li tenevo a distanza, dichiaravo guerra.


La mia sensibilità era diventata un’arma a doppio taglio, da un lato ero morbida, desiderosa di affetto, "di cristallo", ma questo era diventato un pugnale rivolto verso di me, mi rendeva oggetto di osservazione, mi caratterizzava troppo, dovevo difendermi da essa.
Sin da piccola ero sensibile all’esterno, mi piaceva andare incontro, ma dovetti scontrarmi con la realtà e quello che più desideravo si negava, si allontanava, diventava irraggiungibile, inafferrabile.

Mi sentivo punita, vedevo che il mondo diventava sempre più "sbarrato", le porte si chiudevano, io ero sempre più isolata, mi arenavo sempre più, il mio mondo interiore si faceva sempre più intricato.

Il mio cuore diventava sempre più piccolo, a volte mi sembrava che me lo prendessero a martellate, la realtà era sempre più sfocata, non definita, frantumata in mille schegge che cercavo di scansare. Mi limitavo a parare i colpi, ero sempre in difesa, in allerta.
La mia casa era sempre più "murata", non comunicava, sempre più soggetta all'incuria, al degrado, non c’era luce, aria, né erbe né fiori. C’erano crepe dappertutto, l’intonaco cadeva a pezzi, ragnatele, polvere…
Cominciava a riempirsi di mosche, larve, serpenti, pipistrelli, ratti, sembrava più una giungla. C’era umidità, muffa, nessuno voleva entrarci, perché' usciva un odore sgradevole, perché' temevano che crollasse, perché avevano paura di quello che avrebbero potuto trovare.
Tutti avevano paura di questi fantasmi, erano terrorizzati, fuggivano per non giustificare, per prendere posizione, per non essere compiacenti, complici, per correggere, raddrizzare. Tutti colpivano i muri per far uscire le bestie, davano scossoni per "pulire" la casa, renderla più sana, non accettavano che fosse abbandonata, in rovina, faceva loro rabbia.


Erano preoccupati, angosciati, non se ne facevano una ragione, si sentivano in soggezione, sotto interrogatorio, minacciati.
Io ero diventata una presenza inquietante, un’ombra, una figura sospetta, vagavo di qua e di là senza meta, un’anima in pena.
Mi distaccavo sempre più dalla realtà perché non la comprendevo, per difesa cercavo di rifuggirla, perché mi minacciava, mi respingeva.

Questo sicuramente creava disagio, tensione negli altri, perché li metteva in discussione, perché toccava dei tasti dolenti, richiamava episodi dolorosi, apriva vecchie ferite. Ero come un promemoria, mi associavano ad una morte dolorosa, un fatto atroce, dietro di me c’era sempre un’ombra, una specie di tabù.

Ero isolata anche rispetto ai miei fratelli, eravamo cinque, io ero sempre in disparte, "indietro", li inseguivo sempre.
L’ultimo posto spettava sempre a me, in automatico, dovevo sempre accontentarmi, adeguarmi, fare un passo indietro per fare spazio a loro. Soccombevo sempre, non sapevo difendermi, ero sconfitta in partenza. Non avevo voce in capitolo, non mi consideravano affatto. Se c’era da eseguire un obbligo-dovere spettava a me, non c’era dubbio, ero adatta al compito, ero l’ultima ruota del carro, quella imbranata, che non si svegliava, che doveva imparare. Ero perfetta per sottomettermi, servire gli altri, stare un gradino sotto. Mi era stata assegnata quella parte e la dovevo interpretare.
Quindi mi davano per scontata, non potevo pretendere, dire no, "serviva" che io non dessi fastidio, faceva comodo che io non mi ribellassi, non mi emancipassi, fossi "neutrale". Forse questo mio essere "brutto anatroccolo" li faceva sentire più sicuri, migliori, perché sapevano che c’ero io a calamitare, ad attirare rimproveri, facevo loro da parafulmine, perché sicuramente ero io ad aver sbagliato, quella da punire, che non imparava, da correggere, raddrizzare. Si colpiva me per dare l’esempio, per spaventare, per dare lezione, per indicare la strada.

Mi riempii così di rabbia, rancore, odio, ero satura, sempre malinconica, "musona", guardavo in cagnesco, facevo muro contro muro, sempre sul piede di guerra.


Non comunicavo, le mie parole si potevano contare, i silenzi inquietanti. Non parlare era una forma di protesta, negavo anche la voce per vendetta, per dispetto, per fare male. Li punivo perché stavo male, li provocavo per essere vista. A mia madre non rivolgevo neanche la parola, evitavo anche il contatto, la disprezzavo. La sentivo ingombrante, pesante, invadente, indifferente. Lei mi trascurava, non ero degna di attenzione, non dovevo creare problemi, dovevo tacere, mettermi da parte, rannicchiarmi, mettermi all’angolo. Mi metteva sempre in secondo piano, in panchina, ero una riserva, lei non credeva in me, io ero la seconda scelta. Mi bloccava perché non riteneva che avessi le qualità giuste per far bene, perché ero timida, insicura, non mi decidevo, ero lenta, non ero attiva, non avevo la risposta pronta. Ero difficile, non mi adattavo, la contestavo, rifiutavo quello che mi preparava da mangiare, i vestiti che comprava per me. Ma lei, con sufficienza, diceva che ero io che non sapevo accontentarmi, si spazientiva, era stizzita e allora metteva me in discussione, facendomi apparire troppo esigente, di gusti difficili, che non sa mai quello che vuole.
Tutto ciò mi ha scavato dentro, mi ha svuotata, ero completamente in subbuglio, scombussolata, disorientata, ero un mare agitato, in tempesta.
Non sapevo chi ero, ero spaurita, tramortita, non mi fidavo di nessuno. Nell’arena esistenziale finivo sempre K.O., non mi alzavo affatto. Ero come argilla, non avevo strumenti per affrontare la realtà, quindi inevitabilmente mi facevo male.


Ero così sminuita, svalutata, che mi sentivo sempre in difetto, in dovere, dovevo sempre conquistare gli altri, ero dipendente dagli altri, loro mi facevano vivere e morire. Ero così inesistente che ricercavo spasmodicamente lo sguardo, l’attenzione degli altri, un rituale ossessivo. Ero completamente proiettata all’esterno, fuori di me, mendicavo amore, affetto. Continuamente vivevo la frustrazione e la delusione, perché quello che pensavano gli altri per me era fondamentale, con uno sguardo potevano buttarmi giù, ferirmi.
Non mi rilassavo mai, sempre in attesa di giudizi, sotto esame. Se uscivo e passavo inosservata, ero finita, voleva dire che facevo schifo. 

Che gran fatica vivere in questo modo, ti toglie il respiro, ti sfianca, ti strazia, ti consuma.

Pesare ogni parola, ogni gesto, espressione, dover sempre dimostrare, non essere mai all'altezza, essere sempre respinta, non affacciarsi mai, non riuscire mai a stare a galla. Come fare una gara e non tagliare mai il traguardo, non riuscire mai a battere un record, fare sempre falsa partenza.

Già conoscevo la pesantezza, la stanchezza, già mi scoraggiavo, mi disperavo. Sostenevo un grande peso, facevo fatica, dovevo sempre raggiungere qualcosa, non ero libera di vivermi la mia età, di avere "pensieri piccoli", di ricevere affetto. 

Non mi è stato permesso di fare la bambina, mi dicevano che non ero una brava donnina, non ero accettata, mi facevano capire che dovevo cambiare, che il mio carattere non era un granché, non mi sopportavano. Mi guardavano con commiserazione, sospiravano, facevano silenzio, mi trasmettevano preoccupazione, ansia, mi avevano già assegnato un destino, un futuro improbabile, una " brutta sorte".


Dicevano: "Ha il carattere della mamma", ma questa espressione richiamava un’accezione negativa, lasciava intendere è più remissiva, non ha carattere, è timida. Io la vivevo come una chiusura, come a dire farà la fine della mamma, mi sovraccaricava di pessimismo. Il modo in cui gli altri parlavano nascondeva un presentimento, una premonizione, paura, angoscia, di qualcuno che sa, che afferma una realtà, come a dire: "Lo sapevo".

Ecco perché ho vissuto l’esterno, fin da subito, come ostile, non accogliente, dolce.

Avevo sempre un impatto sgradevole con la realtà, traumatico, un contrasto. Io avevo delle aspettative, ma quasi sempre erano deluse, mi sentivo mortificata.
Mi rendevo conto che in me c’era qualcosa di diverso, che cozzava con l’esterno, ero sempre una nota stonata, le cose non scorrevano, c’erano sempre sbarramenti, ostacoli, qualcosa che non convinceva gli altri, un "peccato originale".

Mi sono così rinchiusa in me da ritenermi superiore agli altri, da disprezzarli, io ero il centro e la misura di tutto. Non esisteva altro Dio all’infuori di me. Non c’era possibilità di dialogo, confronto, scambio, per me non c’erano i presupposti. Ero razzista, perché gli altri erano inferiori, dei poverini, non capivano niente, ridicoli, stupidi.
Quindi ci mettevo una bella croce sopra, li cancellavo. Combattevo sempre, avevo sempre nemici, stavo sempre in trincea, mai una tregua, sempre coi fucili puntati.

Questo mio vissuto ha contrassegnato la mia vita in maniera importante e dolorosa. 


Con il mio disagio credo di aver cercato di oppormi e dare un senso. 
Mi sono resa conto che il mio passato mi stava divorando, mi aveva ridotto ad uno scheletro, la vita era diventata invivibile. Non riuscivo più ad andare avanti. Era diventata solo obbligo-dovere, regole, ordini, non era rimasto più nulla, quindi tanto vale mettersi a letto.

Alzavo bandiera bianca perché per me era incomprensibile, inaccettabile, mi facevo schifo, non riuscivo a stare con gli altri, ero spaventata, era un non senso. Avevo rigettato, vomitato tutto.

Ma poi non è stato affatto facile, ho intrapreso una strada non sicura e molto irta. Molte volte sono caduta e rialzarmi non è stato per niente semplice, ho dovuto imparare a farmi forza anche da sola, a "morire" tante volte. Non riuscivo a prendere decisioni, rimandavo, non affrontavo i miei nodi. Poi da subito ho preso psicofarmaci, che mi hanno mantenuta in una posizione stazionaria, stagnante, mi facevano sentire "legata", costretta. Ero imbambolata, ipnotizzata, sospesa, non sentivo niente, solo la morte. Come la neve avevano coperto tutto, anestetizzato, raso al suolo, messo a tacere. 

Ero sempre più sprofondata e avevo sempre meno fiducia, credevo sempre meno, il mio cuore era addormentato, la mia vitalità spenta, sentivo sempre meno l’istinto di sopravvivenza. 

I farmaci ti fanno morire dentro, ti appiattiscono, ti danno solo una facciata, apparenza, ti rendono "presentabile" o comunque accettabile, ma piano piano ti scavano dentro, ti distanziano sempre più da te, ti uccidono, ti spengono piano piano. Ti allontanano dalla tua vita, ti fanno sprofondare in un pozzo sempre più profondo.


I farmaci non risolvono il problema, servono solo a non far agitare noi e gli altri, ma questo è un pronto soccorso, poi si rimane in coma. 

Credo sia un dovere pensare anche alla vita delle persone, non seguire solo protocolli, ma, con responsabilità, interessarsi, stimolare, risvegliare l’amore per la vita e per sé, non essere indifferenti, tecnici, burocrati. Bisognerebbe preoccuparsi e cercare di salvare vite che si stanno spegnendo, soccorrerle, rendersi conto della gravità, del pericolo, agire con coscienza.

Celeste

giugno 03, 2020

PILSUP per crescere: ballo alle prese con il diaballo. Giovanni C.

giugno 03, 2020 Posted by F.I. , No comments
Vicenza, lunedì 1 giugno 2020 ore 8,00.


Sono sveglio da poco, mi tocca andare a lavorare, ma voglio raccontare questo episodio prima di rischiare di sminuirlo e poi non raccontarlo più nei dettagli per come l’ho vissuto.

Mi sono svegliato e sono andato in bagno verso le 4,30 del mattino, complice anche una zanzara che mi ha ronzato nell’orecchio; poi ho cercato di dare la caccia alla zanzara, ma non l’ho trovata e quindi ho messo la piastrina e sono tornato a letto.

Sentivo, man mano che mi riaddormentavo, lo svolazzare della zanzara che, mano a mano, si faceva sempre più debole, vuol dire che faceva effetto il prodotto della piastrina.

Le prime luci del giorno entravano nella stanza, e questo rendeva più difficile il mio riaddormentamento, quindi mi sono voltato di lato e, lentamente, ho ripreso sonno.
Era però un sonno leggero e frammisto a dei microrisvegli, una sorta di dormiveglia insomma.

Ad un certo punto ho sognato di essere nella camera dal letto dei miei nonni materni, anche se io l’associo di più a mia nonna materna, che si chiamava Maria e che oramai non c’è più da 18 anni.
Mentre ero a letto nella stanza di mia nonna, mi specchiavo e vedevo che il mio volto cambiava forma, assumendo smorfie e sembianze strane, quasi spaventose, brutte, ma in realtà io non stavo facendo nessuna smorfia.


Questa cosa mi ha spaventato, ma è quello che ho vissuto dopo che è stato ancora più angosciante.

Ad un certo punto, infatti (sempre nel sogno), ho sentito una forza che mi sollevava dal letto fino a farmi quasi sbattere contro il soffitto in modo veemente e poi mi scaraventava di nuovo a letto, e questo è accaduto almeno 4-5 volte. La cosa era talmente forte che io l’avvertivo come se fossi nella realtà, anche se stavo dormendo.
Ad un certo punto è sbucata fuori una persona vestita di rosso, dalle sembianze un po’ bestiali, un po’ umane, ho capito che era il diavolo.
Ho capito che era lui che mi sbatteva di qua e di là e quindi ho preso a reagire, lo mandavo a quel paese, urlavo con tutta la mia forza, ma niente era più forte di me.


Ho preso ad invocare Padre Pio e, ad un certo punto, ho visto che è comparso Padre Pio che entrava nell’armadio della camera di mia nonna, poi gli chiedevo di tenermi la mano e lui me la teneva, poi ho invocato anche Gesù e, ad un certo punto, questa bestia ha cominciato a gridare infastidita, ma ero sempre in sua balia.

Fino a quando, per l’ennesima volta, l’ho vista di nuovo e mi ha detto “per oggi ho finito”, e mi ha lasciato in pace. Credo che quello che ho sognato sia legato ai retaggi della mia zona pellucida legata al simbolico della mia famiglia di origine, ancora intrisa di vecchia religiosità, che quindi mi ha fatto identificare il diaballo con il diavolo tradizionale a cui noi siamo abituati a pensare (o per lo meno eravamo).
Sfinito, ho ripreso a dormire, poi credo di essermi svegliato dopo un’oretta.


È stata un’esperienza che, in gergo medico-scientifico, si chiama ipna-gogica, cioè generata nel sonno-sogno e dal sonno-sogno, ma che io ho vissuto come reale, infatti, quando mi sono svegliato mi sentivo frastornato, quasi a pezzi ed anche fiacco fisicamente.

Ma è il significato profondo e più globale che voglio dare e che mi interessa di più e credo possa servire anche ad altri.


Intanto non è la prima volta che mi succede una cosa del genere, ma con questa intensità non era mai successa.

Dopo essermi svegliato, mi sono lavato e ho fatto colazione, e ho aperto il Pillolendario alla pillola di oggi e, udite udite, parlava proprio del Diavolo, che scolla la nostra storia. La riporto così com’è: “il diavolo scolla la storia che non serve più, elimina la storia morta. È lui il primo innamorato della vita, quello che ha il coraggio di attivare dinamiche, di attraversare il dolore! Non accetta di imbrogliarsi con una storia che non ha più senso”.

Mi ha sconvolto questa cosa, ma al contempo mi ha consolato e rasserenato, e mi ha permesso di fare teoria profonda, perché vuol dire che sto scollando parti di me, della mia storia che non mi servono più e quindi sto male per questo.

Infatti se, mentre altre volte, soprattutto da bambino, davo a questi fenomeni interpretazioni per lo più religiose in senso tradizionale, questa volta sento che è l’attraversamento dell’anello diabolico che mi porta a vivere queste cose. In questi giorni mi sento scollato nei codici profondi, e sento che sto facendo spazio per nuove parti di me.

giugno 02, 2020

Scondo appuntamento con il Corso MAESTREPOLO sull'esistenza, una bussola per navigare tra vita e conoscenza. FACCIAMO ALETHEIA PAMOJA: Nicoletta

giugno 02, 2020 Posted by elleti , No comments
disegno di Francesco De Gregorio
Ne eravamo tanti al secondo incontro Zoom Maestrepolo, tutti più accorati e con la voglia di ritrovarci.
Mariano l'ho trovato meglio con il respiro, la voce e con più energia, ma non avevo dubbi che avrebbe recuperato.
Ha il volto di un ragazzino e la dolcezza di un fanciullo e un maschile che sta trovando nuova armonia.
Non c'è niente da fare questo corso è all'insegna dell'Aletheia e dei veli squarciati ma anche da squarciare e di questo ancora voglio ringraziare Mariano perché ha spinto a non fermarsi alle catene delle vecchie Epistemologie ma a sciogliere per venir fuori, ci sta guidando affidandoci alla Teoria che ciascuno di noi già ha maturato dentro grazie al percorso, a procedere lentamente ma anche a riandare sugli atti e riascoltare i passaggi.
In questa fase sento forte la necessità di scrivere e sforzarmi anche a farlo ma anche di ritornare sugli atti o gli appunti presi, è come se allargassi e fortificassi la base del rapporto con me stessa in questa fase difficile nella quale è importante avere un punto mitotico.
Parto dalla fine perché il movimento e l'intreccio delle coppie in ballo del Progetto Quadriglia provocano un terremoto nella coppia univoca ma anche per chi non lo è.
Credo che alcune coppie, come quella di S. e. R., hanno rappresentato per molti di noi un modello, un esempio, un sacrario, un tempio dissacrato che R. attraverso le sperimentazioni nei Rainbow e l’appassionata ricerca sulle Dinamiche Metastoriche ha iniziato a terremotare, osando e spingendo anche S. a farlo.
Quando si ritrovano parti antiche bisognose e affamate bisogna abbandonarsi, viversele e per me è stato importante  la spinta di Mariano a S., anche perché penso abbia risuonato per tante parti nostre che fanno fatica a scegliere; però mi fa riflettere anche su quanto abbiamo bisogno del consenso genitoriale per decidere per noi e dar valore ai nostri desideri che sono talmente forti e bisognosi che pensiamo ancora all’esterno e non  ci diamo valore perché ancora ci sentiamo  indegni e svalutati.
Non lo scrivo perché io ho raggiunto chissà cosa, ma perché anche io, dopo gli ultimi due Progetti Rainbow, ho scavato in profondità e ho sudato sangue nell’ osare senza aspettare un ritorno, ma provarci attraversando le tante contraddizioni e fare il beta gamma altrimenti la rabbia ci divora e punisce anche chi ci sta vicino.
Non è facile per queste coppie perché è un Salto Precipiziale Oltre che porterà a fare Meiosi di tante parti che non servono più e verso dove porterà questo processo di rigenerazione bisognerà vedere. Credo che queste coppie scoppiate si dovrebbero ringraziare per ciò che è già stato e per come hanno saputo osare.
                                                     
particolare del "MURO PSI"
Io credo che andare verso una Comunità Globale significhi anche non attendere così tanto, ma uscire fuori con delle verità che spesso, non solo la coppia, ma tutti noi, teniamo nascoste e che riguardano anche la sessualità e come ce la viviamo.
In questo Mariano ci stai liberando tutti portando fuori i tabù che si tengono ben nascosti.
Sono aspetti semplici ma poi, cosa andiamo a ricercare, proprio aspetti semplici che ci portino al Biorganico e a viverci le emozioni, a sentire il diritto e la libertà di poterceli vivere.
La timidezza nasconde la difficoltà a viversi i Codici più profondi, nasconde grandi desideri, nasconde la paura del giudizio, nasconde il desiderio che qualcuno ci liberi anche dalla stessa.
Nella mia adolescenza la  timidezza aveva preso il possesso di me e io per non farla emergere mi dovevo eclissare, la timidezza ti fa rinunciare, farla emergere mi faceva diventare rossa come un pomodoro e le mani iniziavano a sudare perché sono gli occhi esterni che ti giudicano e possono vedere la parte più fragile che ci è stata tagliata, quindi diventa una lotta continua per non fare emergere e così  ci siamo dovuti eclissare rispetto al nostro C.E.U. per essere orbite nei C.E.U.  degli altri.
“La timidezza è un esito del fatto che uno non ha avuto un Holding profondo e noi non ci costruiamo”.
Questa teoria in una semplice frase mi emoziona tanto e racchiude un mondo che potrebbe sembrare scontato ma non è così.
Un Holding profondo è, io ti cerco e ci tengo a te e resto e mi metto in ascolto.
Molte volte si usa la parola amore o ti amo come abitudine, ma le parole hanno un peso e le nostre profondità le riconoscono perché anche in queste parole c’è un Holding.

Ad ogni zoom si aggiunge un mattone verso qualcosa di nuovo, bisogna allargare lo sguardo, farsi un check up, prepararsi alla fase fetogenetica, sospendere i giudizi e anche le cose che non si comprendono, saper attendere prima di avere delle risposte.

Nicoletta

maggio 31, 2020

Secondo appuntamento con il Corso MAESTREPOLO sull'esistenza, una bussola per navigare tra vita e conoscenza. FACCIAMO ALETHEIA PAMOJA: Grazia

maggio 31, 2020 Posted by elleti , , No comments
disegno di Francesco De Gregorio
Il secondo incontro del corso MAESTREPOLO sull'esistenza è stato intenso e ricco di spunti. In un solo pomeriggio Mariano ci ha condotti in tante dinamiche, a partire dal festeggiare il 44° anniversario del matrimonio suo con Giovanna, la quale gli ha dedicato una lettera bellissima in cui riconosce tutto il loro percorso, non solo nel matrimonio ma e soprattutto nel Progetto Nuova Specie. 
Dopo le altre comunicazioni è cominciato il corso vero e proprio con la rubrica dedicata alla ricerca dei Me.Me. in cui si è commentato un proverbio romagnolo. Aldilà del significato e degli spunti teorici che un proverbio può dare, mi ha fatto molto piacere che Adalberto, anche grazie al fatto che lo aveva proposto lui, si è potuto raccontare per alcune sue parti che ancora fa difficoltà a sanare. Pertanto il corso può essere anche un’opportunità di conoscerci meglio e attraverso la teoria di avere spinte alla crescita di ognuno. Anche con Celeste Mariano è entrato per accompagnarla, dopo che le avevo proposto di leggere il suo post relativo all’incontro precedente. 

Certo, per noi corsisti sarebbe più bello avere Mariano di persona e non solo attraverso uno schermo, ma credo che, come ci ricorda spesso lui, le dinamiche le sappiamo fare anche noi, abbiamo l’opportunità dei progetti, delle settimane intensive e anche delle relazioni più strette per stimolare il fenomeno vivo. Il corso sarà per ognuno occasione di crescita nell’albero della conoscenza.
Il momento che per me è stato più emozionante, è stato quello in cui, accompagnando Sandra, Mariano ci ha fatto vedere come ci vuole spingere a cambiare il nostro modo di rapportarci alla vita; dobbiamo cominciare a dare ascolto al nostro sentire e ai nostri desideri, dobbiamo smetterla di vivere la vita come un continuo risolvere problemi, dobbiamo conciare a viverla col piacere di stare con noi stessi, nelle relazioni forti e nei gruppi con tutto il nostro Graal. Per tutto questo ci dobbiamo far guidare dal nostro globale massimo che, per chi ci crede, è la G.U.K. ma anche altro, ognuno può avere il suo, l’importante è che sia un globale massimo che ci spinge al viaggio e non ad impantanarci in angoli alfa che ci imprigionano e zone pellucide che ormai sono diventate zavorre.
                                                 
particolare del" MURO PSI"
Questo è quello che è arrivato a me. È arrivato l’amore che Mariano ha per la via di ognuno di noi, un amore che parte dalle sue profondità e non da convenienze simboliche. Questa è la grandezza di questa grande anima che è riuscita a creare tutto questo nonostante i suoi grandi limiti ereditati dalla sua storia prima che partorisse questa innovativa intuizione. Sono felice di questo corso, sono felice che tanti di noi ne stanno cogliendo il valore (venerdì ne eravamo un centinaio a seguire, considerando che in tante postazioni c’erano due o più persone).
Non smetterò mai di ringraziare Mariano per il suo esserci per ognuno di noi. Alla prossima!!

Grazia

maggio 29, 2020

Primo appuntamento con il Corso MAESTREPOLO sull'esistenza, una bussola per navigare tra vita e conoscenza. PIU' MORIAMO PIU' INIZIAMO: Annamaria T.

maggio 29, 2020 Posted by elleti No comments
disegno di Francesco De Gregorio

Cari tutti... Ciao, inizio col dire che scegliere di spingermi a dare valore al mio sentire e alle cose che l'incontro con Mariano mi ha suscitato, non è stato facile. Per diversi giorni ho scritto degli appunti ma non mi sono spinta a scrivere qualcosa che potesse farvi arrivare ciò che ho sentito io dentro, un po’ perché lo credevo troppo difficile, un po’ perché non so da dove partire. Oggi però, anche grazie alla spinta di Grazia (che ringrazio), sento di volerlo fare ugualmente, anche con il rischio di non arrivare a nessuno, o con la consapevolezza che non per forza sarà interessante quanto magari lo era nella mia testa, voglio quindi darmi valore io in primis, e il primo passo per farlo e condividere, a prescindere.


Presupponendo che il tema centrale dell'incontro sia stato la "morte", iniziatica e non, si sono creati in me diversi spunti di riflessione nei confronti della teoria di Mariano, che ritrovo in delle cose della vita che già tutti noi conosciamo, e forse non ci abbiamo mai fatto caso.

Ho rivisto in particolare il concetto di morte iniziatica in diverse fasi biologiche che la natura prevede...
Vorrei iniziare con l'esempio della crisalide che diventa farfalla, utilizzando il commento che mariano stesso ha fatto alla fiaba, nel libro delle fiabe; perché questo collegamento? Perché mariano dice: "il sole sorge ad Est, (sole=energia), quindi nell'arco di destra, viviamo la felicità, l'energia, ma quando il sole cala e torna ad ovest, nell'arco di sinistra, si crea un caos, un buco, e l'energia la esauriamo e diventa anergia, e cadiamo nell'entropia "; la definizione stessa di entropia (dal greco entropie, una trasformazione che avviene dentro) , nella termodinamica classica descrive proprio il passaggio da un sistema con un equilibrio ORDINATO, ad un sistema con equilibrio DISORDINATO.


La cosa che innanzi tutto mi colpisce è che nonostante si passi da un ordine ad un disordine, di base, l'equilibrio c'è sempre, e mi ricorda un po’ il fatto che nonostante affrontiamo il negativo, dentro di noi dovremmo sempre sentirci un punto mitotico forte con l'indico, e affidarci a lui, dandogli fiducia e sapendo che presto torneremo a nuovo ordine.


La metafora della farfalla mia aiuta molto a capire questo passaggio perché da crisalide si ritrova nel bozzolo, e deve romperlo e attraversare quel piccolo buco, se vuole diventare farfalla. Cosa si prova ad attraversare un piccolo buco, questo passaggio difficile... Si prova ansia, angoscia, che infatti vengono da "angusto", che vuol dire stretto. Noi proviamo ansia, paura, facciamo difficoltà ad accogliere il negativo e tante volte le altre telecamere, come quella religiosa, tendono a fare di tutto per non farci affrontare le nostre morti, piuttosto che spingerci ad affrontarle, diventano soluzioni per non arrivare al dunque, proprio perché in principio la morte viene vista come nemica.

Penso invece che la natura (indico, vita, chiamatela come volete) in questo sia stata molto accompagnatrice dei "suoi figli" perché più collegati con il fusionale, loro non usano il simbolico, non si chiedono il perché delle cose, ma si affidano e basta. La crisalide non chiede a sua madre/padre, la natura, del perché la costringa ad affrontare quella strada stretta per diventare farfalla, l'uccellino non si chiede perché venga buttato giù dal precipizio per imparare a volare... Loro non evitano questi passaggi, anche se dolorosi, si affidano e basta, e così facendo, crescono.
"siamo espressione di una morte continua", questo è il concetto base... E lo rivedo anche in altre cose, per esempio nel nostro corpo avviene L'APOPTOSI cellulare. Ossia una morte delle cellule, programmata dal corpo, che contribuisce al mantenimento del numero di cellule del  sistema, vengono eliminate infatti le cellule considerate "non più buone" per l'organismo...questo mi colpisce perché ancora una volta rivedo come certe morti siano necessarie per la creazione di vita nuova, come dice mariano "nuova linfa che circola".




L'uomo fa più difficoltà degli animali o delle piante, dotato di razionalità, coscienza, utilizza troppo il simbolico e fa più difficoltà a scendere nel biorganico e nell'ontologico... Questo infatti mi porta ad un altro "link" che mi è venuto grazie alla teoria di entaglement che mariano ci ha mostrato...Nella fisica quantistica due particelle anche dopo essersi separate, riescono a mantenere un’interazione tra di esse. Facendo qualche ricerca ho trovato che questo fenomeno all'interno della scienza è stato difficile da accettare in quanto va oltre tutte le teorie e gli studi fatti fin ora... È un fenomeno al quale nessuno è riuscito a trovare risposta, e proprio per questo, è stato accettato come tale, per quello che è...ora, secondo il biocentrismo, (Robert Lanza), è l'uomo stesso, grazie alla coscienza, a crearsi da solo il concetto di spazio e tempo. La teoria dell'enteglement è proprio la cessazione di spazio e tempo, e quindi avviene una morte, quella del simbolico, e non a caso nella scienza questo fenomeno viene descritto anche come "morte quantistica dell’universo".

Quello che ho sentito, e capito quindi, grazie alla teoria di Mariano, e agli esempi che la vita stessa ci mette davanti, è che certe morti  è necessario attraversarle, accoglierle e affidarci all'indice che è già dentro di noi, se vogliamo arrivare ad essere farfalla, se vogliamo imparare a volare, se vogliamo conoscere le nostre più belle identità, e capire che fa tutto parte di un ciclo esistenziale dal quale non dobbiamo sfuggire, e a cui dobbiamo dare valore, nel bene e nel male.
Vi voglio bene e voglio imparare a vivere in ogni altra persona, oltre che in me stessa, sia l'arco di destra che quello di sinistra, ad accettare che oltre lo spettacolo a volte possiamo trovare anche altro, ma che non devo farmi fermare da questo, andare oltre e ringrazio infatti Mariano oltre che per la teoria, anche per la spinta di riuscire a fare della propria crescita, un aiuto verso la comunità globale.


Annamaria Tardia

maggio 28, 2020

Primo appuntamento con il Corso MAESTREPOLO sull'esistenza, una bussola per navigare tra vita e conoscenza. PIU' MORIAMO PIU' INIZIAMO: Celeste

maggio 28, 2020 Posted by elleti No comments
disegno di Francesco De Gregorio

Va be', innanzitutto mi ha fatto piacere rivedere te Mariano, un bel sospiro di sollievo, perché ero preoccupata, dato che, per come ti ho conosciuto, non ti tiravi mai indietro.

Mi ha sempre affascinato la parola maestro, perché mi dà l’idea di saggezza e pienezza. Penso alla maestra delle elementari, che era un po' una mamma, premurosa e affettuosa. Per me il maestro è stato sempre un modello irraggiungibile, penso a Gesù, cioè un prescelto, qualcuno che ha doti uniche, che si distinguono, che sono eccellenti, che sa fare qualcosa che solo lui sa fare.

Anche tu Mariano sei un maestro, perché sei un esempio, qualcuno da cui apprendere e cercare di imitare. Nella mia vita ho sempre cercato maestri, mi aggrappavo a loro, perché io avevo tanto bisogno di ossigeno, di essere vista. Per me erano come fari nella notte, perché ritenevo di aver bisogno di imparare, che ero mancante, avevo la bocca asciutta e avevo bisogno di dissetarmi.
Perché a casa non ero nessuno, ricercavo il riconoscimento fuori, pendevo dalle labbra di professori, preti... Li ho sempre idealizzati, pensavo che mi potessero salvare, liberare. Cercavo i maestri, perché mi ritenevo indegna, era una richiesta di attenzione, consenso, perché pensavo che non li avrei mai raggiunti, ne avrei avuto sempre bisogno. Per me erano di un livello superiore, " assunti in cielo", detentori della verità e io dovevo venerarli, respirare la loro aura per catturare un po' del loro carisma.

Io ero un’eterna discepola, che non aveva nulla da insegnare, che doveva darsi da fare per guadagnare qualcosa, che si doveva sempre meritare tutto, non avere diritti, come se quello di discepola fosse un ruolo assegnato, un destino. Non prendevo mai parola, posizione, non mi autorizzavo niente, mi doveva andare sempre tutto bene, perché' non mi potevo permettere di deludere, dovevo fare la " brava". Vivevo per accontentare gli altri, l’autorità dei miei familiari mi aveva molto ridimensionato, io potevo solo ricevere, subire, non essere attiva, proporre.

E siccome non mi sono mai allenata a fare la maestra, non facevo né la maestra, né la discepola, o al massimo facevo la " maestrina" o la " secchiona". Non ho mai accolto la morte, non ho mai voluto perdere, sono stata io il mio primo limite, ho alzato sempre di più l’asticella, mi sono prefissa traguardi irraggiungibili. Ho sempre respinto la morte, allora la mia vita era invivibile, un fuggire continuo, avevo paura di cadere, per me era pericoloso, era la fine del mondo, temevo quasi un castigo.

Io non volevo morire, le cose negative mi spaventavano, allora ero rigida, sopportavo, non riuscivo mai a sciogliermi, rimanevo sempre in superficie, ero imbalsamata, " ncantet".
Avevo anche paura di soffrire, non tolleravo la minima frustrazione, per me anche quello era un po' morire, avere la conferma che non valevo, era come mettere il dito nella piaga.

Celeste

Primo appuntamento con il Corso MAESTREPOLO sull'esistenza, una bussola per navigare tra vita e conoscenza. PIU' MORIAMO PIU' INIZIAMO: Emanuela

maggio 28, 2020 Posted by elleti No comments
disegno di Francesco De Gregorio

Carissimo Mariano,
il pomeriggio trascorso è fra quelli che ricorderò nella mia vita. 

Sei ringiovanito, forse stai davvero ritornando il ventenne che ha cominciato la grandiosa avventura che ora consegni nelle nostre mani. Sei un cigno, ora. Per me lo sei sempre stato. Il racconto della tua "morte iniziatica" è stato tanto forte quanto commovente, e ancora adesso sono molto emozionata per quanto ci hai detto: perché se è vero che più moriamo, più iniziamo (e l'ho capito proprio in questi ultimi mesi, molto duri per me), sento già tanta nostalgia della fase precedente in cui stavi in tutte le situazioni anche fisicamente. Ora siamo in una nuova fase, e con la semplicità e l'umiltà di sempre, ci hai voluto consegnare il tuo immenso lavoro di tutta una vita.

Mi dispiace di non essere arrivata prima e non aver passato più tempo nell'ascolto della tua teoria, godendo della tua presenza non solo virtuale. In questi giorni, il mio arrivo in "Nuova Specie" ha compiuto un anno.
Mi hanno colpita molto i segni che tu hai ravvisato nell'ultimo periodo, perché due di essi sono stati esattamente anche i miei, e nella stessa data. Non c'è solo questa coincidenza, ma ben altre. 
E anche se ogni vero inizio porta con sé entusiasmo, non posso negarti la malinconia di questa sera ripensando ai tuoi bilanci, registrati e ascoltati infinite volte in tutto quest'anno: la tua voce, la voce di Ruggero e la mia, i tuoi preziosissimi consigli e la forza che mi hai dato credendo in me. Te ne sarò sempre grata. 

Parteciperò con gioia al "Corso Maestrepolo sull'Esistenza", che formerà il gruppo d'avanguardia: e la mia motivazione sarà forte anche per il fatto di onorare te, facendo qualcosa in cui credo e che so che per te riveste una grande importanza.
Perdonami se stasera mi sento smarrita...credo mi ci voglia un po' di tempo per metabolizzare la tua decisione: hai ragione, non potevamo continuare ad essere figli a vita, e come tutti i grandi, hai scelto tu il momento per lasciare la scena donandoci un'eredità straordinaria.
Il tuo saluto mi ha fatta pensare a questo video di cui scrivo il link, che nella sua semplicità mi ha sempre profondamente commossa.

Ci lasci il testimone con forza e leggerezza, perché ci reputi capaci di continuare la tua opera. Non c'è motivo per cui questo non accada se avremo la volontà di realizzarlo, dal momento che la fisica quantistica, di cui parlavi oggi e di cui io ho scritto ieri sera, ci dimostra che tutti siamo uno, che uno è il tutto e che siamo tutti connessi: siamo formati dalla stessa materia delle stelle, dei monti, dei mari, e non esiste spazio o tempo che ci separi. Ognuno di noi può intervenire sugli eventi, sulla biologia, sulla vita. 

Ti abbraccio, caro "uomo che piantava gli alberi", e credo che noi tutti sostenuti dall'IN.DI.CO, con il tuo bagaglio e il nostro spirito cocreatore, diventeremo a nostra volta piantatori di alberi fino a creare una grande foresta. Impiegherò le mie energie affinché questo accada. 

Emanuela Giordana

Primo appuntamento con il Corso MAESTREPOLO sull'esistenza, una bussola per navigare tra vita e conoscenza. PIU' MORIAMO PIU' INIZIAMO: Enrico

maggio 28, 2020 Posted by elleti No comments
disegno di Francesco De Gregorio
Caro Mariano desidero darti un riscontro rispetto al primo incontro zoom sul tema del Maestrepolo

È stato bello vederti in ripresa dopo il periodo, come ci hai raccontato, successivo a una così forte esperienza di vicinanza alla morte biorganica partendo dalla dispnea e dall'annichilimento di ogni forma di interazione verso le spinte esterne, la vita ontologica provvede alla nostra esistenza e allo stesso tempo ce ne separa, un po' al giorno durante il percorso di invecchiamento e a volte in maniera più drastica.

È ancora più bello vedere che dopo questo tuo passaggio sia iniziato per te un nuovo periodo che ti distingue dal progetto Nuova Specie per andare ad attingere nuova teoria buona per te e per gli altri. A questo tuo passaggio dovrebbe corrispondere anche una spinta per chi si sente nel percorso di Maestrepolo ed hai anche definito delle linee guida importanti come struttura, a me sembra molto importante ascoltare questa tua spinta, ma non ti posso nascondere che non ho dormito bene le due notti successive all'incontro.

Sento che avrei dei problemi a seguire il corso tramite il monitor, capendo perfettamente l'importanza di questo mezzo in alcune occasioni, non posso pensare di utilizzarlo come unico sistema, potrei non aver capito se tu ne intenda farne un uso continuativo oppure relativo alla contingenza attuale e desidero chiederlo a te piuttosto che fare domande in giro. Io desidero vederti in carne ed ossa visto che sei anche questo, desidero utilizzare la sala delle Teofondità per i tuoi seminari, desidero le tue interazioni con Tancredi e gli altri, desidero stare fisicamente con te e gli altri.

Ho ridotto nel mio percorso alcuni aspetti di cui ero succube al 100% ad una percentuale ridotta, ma ho ultimamente distinto, che la cosa che mi gravava di più è quella delle aspettative. Per quanto io non abbia seguito il modello di mio padre, l'idea che mi ero fatto sulle sue aspettative verso di me erano un gran peso, e così quelle di mamma e poi quelle di Erminia, e quelle dei gruppi ecc., a tale pesantezza ho opposto una mia pesantezza che portava e in parte ancora porta ad escludere, perché io ho altre aspettative, e mi aspetto che gli altri si allineino con queste. Sto imparando che lo sciogliere queste aspettative mi porta ad amare cose che rifuggivo ritenendole stupide, di poco peso.

Oggi mi sono incazzato perché il vento ha spaccato un alberello che avevo piantato tre anni fa, allo stesso tempo ho sentito la solidarietà di Erminia che al contrario di me a questo amore per le piante è sempre stata legata e da questa morte è nata una cosa in più per me. Mi sono agitato dopo il primo incontro zoom perché ho sentito il peso delle tue aspettative rispetto ad un passaggio che anche io /noi dovremmo fare, allo stesso modo nel tuo interloquire con Giovanna ho sentito questo tuo forte desiderio di vederla più cresciuta come forte condizionamento. 

Probabilmente questo mio sentire è più legato alla modalità con la quale tu ti sei espresso piuttosto che al tuo profondo sentire, ma nel cercare in me cosa stridesse mi sento di dirti questo.
Con grandissimo affetto ti abbraccio.

Enrico Tango


Primo appuntamento con il Corso MAESTREPOLO sull'esistenza, una bussola per navigare tra vita e conoscenza. PIU' MORIAMO PIU' INIZIAMO: Filippo

maggio 28, 2020 Posted by elleti No comments
disegno di Francesco De Gregorio

E' stato un delicato e dolce prendere respiro e quindi un intravedere lo spettacolo e la progettualità verso cui possiamo andare come Progetto Nuova Specie, dopo, almeno per me, un lungo buio e annaspare nelle sabbie mobili del rapporto con sé stessi e rapporti forti. È ovvio che continuerò anche a lavorare su questi due piani come meglio posso, ma s-tendere la mia Piramide verso altri due piani poco esplorati, e cioè gruppi e globale massimo, almeno per quello che ho potuto comprendere, mi affascina, mi piace e mi dà respiro rispetto a tutto il resto. Mi piace la Ricerca dei  me.me. dei ma.ma. e dei ma.mi. ️E ci voglio stare anch'io in questa avventura, che unisce vari ambiti che mi interessano, in maniera teorico-prassica. Insomma lo sento un bel viaggio e salto quantico verso un nuovo 'intero' nei vari piani del graal e della piramide mia, degli altri e del Progetto Nuova Specie.
Un abbraccio, a presto.

Filippo Marroccoli

Primo appuntamento con il Corso MAESTREPOLO sull'esistenza, una bussola per navigare tra vita e conoscenza. PIU' MORIAMO PIU' INIZIAMO: Grazia

maggio 28, 2020 Posted by elleti No comments
disegno di Francesco De Gregorio

Caro Mariano,
il primo incontro del corso MAESTREPOLO SULL’ESISTENZA è stato di una profondità unica, gli elementi che ci hai donato sono tantissimi e tutti di grande valore; a partire dal fatto che ci sei voluto stare nonostante non sei ancora nella tua forma ideale. È stato bello già dall’inizio quando hai parlato della PASSEGGIATA PERIPATETICA che è una modalità rilassata e leggera con cui vuoi procedere in questo corso; questo mi ha riportata alla SIA in Veneto (Settimana Intima con gli Antenati) quando, durante le lunghe passeggiate, facevamo delle soste teoriche a volte nel bosco, a volte seduti su un immenso prato di montagna, delle volte all’alba in attesa di iniziare la giornata. Durante le passeggiate i partecipanti sono più alla pari, diminuisce la distanza tra il Maestro e il Discepolo, pertanto il neologismo “MAESTREPOLO” è proprio adatto a questa tua nuova fase in cui vuoi al tuo fianco discepoli che si sentano anche maestri; che passeggiano piacevolmente insieme a te nei vari quadranti del CEU.
Hai unificato in una griglia semplice e chiara cosa vuole essere questo corso che riunirà le varie occasioni di tua presenza e le varie griglie teoriche in cui ognuno di noi si può impegnare. Sento che è arrivato il tempo che anche noi ci mettiamo al lavoro in maniera più adulta e diventiamo tuoi cum-panis per far crescere questa esperienza proiettata verso la fetogenesi.
Hai cominciato questo corso con una teoria sulla morte che ogni essere umano dovrebbe ascoltare, soprattutto in questo periodo di grande paura della morte: PIU’ MORIAMO, PIU’ INIZIAMO. Far diventare la morte l’opportunità di nascere, di iniziare qualcosa di nuovo è una teoria che diverse volte hai fatto, ma ieri è stata una teoria più profonda perché prodotta da un vero vissuto di morte. Durante l’ascolto di un file che hai mandato ai coordinatori del Progetto Quadriglia, hai detto: NON HO UN POSITIVO! Sentire da te questa frase, da te che trovi il positivo in ogni dinamica e situazione, anche la più disastrata, mi ha fatta rendere conto che davvero hai guardato in faccia la morte.
Il dono più prezioso di tutti è stato quello di renderci partecipi del tuo attraversamento di MORTE INIZIATICA che ha sfiorato la morte biorganica; il tuo racconto mi è entrato dentro e ha fatto vibrare delle mie parti molto profonde che mi hanno fatto sentire quanto è grande il bene che ti voglio. Anche aver riconosciuto che, grazie alla presenza devota e rispettosa di Barbara, tu abbia potuto fare una dinamica metastorica che ti ha liberato dal tuo primo e più profondo FUK, è stato di una bella emozione.
Ti ringrazio per i tanti spunti e per le entusiasmanti prospettive che questo corso ci dà. Anch’io, reduce da un doloroso attraversamento di arco diabolico, ci voglio essere, voglio crescere nella teoria che mi porterà a vivere più pienamente la mia vita e anche la mia morte.
Ti voglio tanto bene

Grazia