novembre 11, 2018

Vi voglio raccontare...

Tre giorni di Scholé Globale                                                  

Vi voglio raccontare una favolosa esperienza che si è svolta in un posto incantato a Troia…
“Esiste un villaggio magico, sognato molti anni fa da un folletto piccoletto. Negli anni della sua vita, il folletto MARIANO ha saputo accompagnare un intero popolo per mano, ci ha portato nei meandri della nostra vita con teorie inedite ed innovative, con amore e pazienza ha fatto scoprire ad ognuno di noi la potenza della propria essenza. Il suo sogno ora è diventato una grande realtà grazie alla sua ed alla nostra bontà.
                                                    




In questo posto magico ed inedito c’è posto per tutti, grandi e piccini, nella diversità di ognuno ci fa sentire tutti amati e vicini; mentre i grandi fanno teoria sulla propria vita, i piccolini hanno modo di stare insieme, apprendere, giocare e vivere un’esperienza a loro assai gradita. 
Grazie alla maestra SANDRA e a sua sorella CINDY che hanno creato la SCHOLE’ GLOBALE! E’ una scuola nuova, inedita ed interattiva, dove non esiste il banco in prima fila, ma tutti insieme, dal bambino più grande al più piccoletto, possiamo dormire tutti nello stesso letto.
                                                  




Si fanno giochi all’aperto molto belli che ci aiutano a sentirci tutti fratelli, ognuno racconta la sua esperienza e tutti insieme ci aiutiamo a donarci la propria essenza. Dalle dinamiche avvenute si fan teorie assai cresciute, i temi sono tanti e tutti molto importanti, dalla nascita alla morte si aprono in ognuno molte porte, dalla mamma al papà, si fanno teorie, giochi e progetti a volontà. I bimbi, più anziani di percorso, accompagnano i più piccoli ad ogni corso. Poi tutti a far merenda come un piccolo popolo sotto la stessa tenda, a cena ognuno apparecchia ed insieme si sparecchia, dalla cucina arrivano pietanze prelibate, dai nostri bravi volontari preparate.
                                                   



Alla Scholé c’è sempre posto ed a questa esperienza ognuno è preposto, se felice vuoi transitare anche tu la Scholé dovresti fare, le occasioni sono tante alle quali possiamo aderire tutti quanti. Non c’è limite di età, basta solo mostrare la propria specificità! Questa esperienza mi ha rafforzato con tutte le belle emozioni che ho vissuto. La Scholé Globale è qualcosa in più e spero che al più presto la provi anche tu.
                                                     


Un abbraccio dal più grande al più piccino con l’augurio di avervi sempre più vicino”.

Questo post ho cercato di scriverlo in rima ringraziando di persona i partecipanti.
Questo non è un sogno ma una realtà e faccio appello alla tua bontà. Di soldini c’è ancora bisogno per continuare questo sogno, non è per costruire un oggetto, ma per portare avanti questo grande progetto, è nuovo ed innovativo ed a farne parte non sarai il primo. 
Ora vi voglio salutare e spero che ognuno di voi alla prossima Scholé io possa ritrovare. 
                                                     


Teo

novembre 05, 2018

Ricomincio dal ghetto

In quest’ultimo mese sento emergere un forte calore dentro me che man mano sale e porta fuori tanto.


In positivo c’è una forza ed energia dentro me e sento che quello che ho costruito nel rapporto con me stessa adesso me lo riconosco, lo sento, lo vedo e non me lo porta via niente e nessuno.
C’è la mia capacità armonica e globale di mettere insieme ed accogliere il negativo come una spinta, ma nello stesso tempo sento il bisogno di volermi rispettare e di gridarlo, definendomi.
Dopo la settimana intensiva di settembre, che sono riuscita a coordinare con tanto amore, spirito e fermezza ho sentito riemergere anche questo dolore antico rispetto a mia madre e alle figure femminili molto maschili con un angolo alfa che non fa entrare e giudica.
Questa volta però la dinamica è cambiata perché non mi faccio schiacciare ma il bio-organico mi spinge con imponenza a non subire.
Adesso se c’è qualcuno che mi vuole dare il contentino o che non dà valore e ascolto anche al mio dire non mi fermo, anche perché con il mio stile e a modo mio ho un bell’angolo alfa che sa giocare con altre parti.
È un fuoco che parte da dentro e che porta con sé tanti bisogni, come anche quello di essere accolta o festeggiata.
Questa volta però non sono più in attesa perché il valore di me donna, madre, maestra e bambina lo sento di più.
Stanno emergendo altri angoli beta che faccio difficoltà a mettere in pratica.
È come se dovessi scalare una montagna.


In questo periodo mi è ritornato il bisogno di fumare le sigarette e qualche volta mi concedo due tiri in compagnia.
È come se mi aiutasse a tenere a bada un po’ questo grande fuoco che a volte non so dove mi porta.
Nello stesso tempo, sento molto di più l’amore per il Progetto e per alcune relazioni.
Sento di più e talvolta in maniera nuova e inedita.
Per me le morti di quest’ultimo anno sono state benefiche, io credo che la morte di Kebe sia stato come un suicidio, così come per mio padre.
Romano mi ha regalato negli ultimi giorni la sua parte sofferente e maltrattata, un bambino che grida aiuto perché in ultimo si sentiva perseguitato e che accanto ha avuto una madre maschile e violenta, un padre silenzioso, in disparte che lo hanno reso un uomo con tanti sogni e desideri ma senza poterli esprimere pienamente e veramente.
Un uomo dal cuore malato, dai tanti trombi, che non ha espresso il suo grande potenziale ma neanche si è voluto uniformare a tutto il resto.
Mio padre era un uomo dalle tante arti e potenzialità, con tanta rabbia che copriva con il bere, la rabbia, lo stare fuori casa.
È morto schiacciato dai debiti della famiglia d’origine che ha succhiato la sua luce, infatti nell’ultimo periodo tra le tante patologie cardiache si era unita la leucemia, così com’è stato nella coppia con mia madre e così come ha tentato di fare con noi figli in coppia con Antonietta. 
In passato mi sono sempre legata molto alle persone e meno a me stessa, forse proprio per la paura di perdere e la voglia di possedere qualcosa di esclusivo per me.
Per me, oggi lo posso dire che ci sono stati due grandi regali con le loro morti.
Mi sono abituata alle presenze assenze per me, presenze ingombranti che davano l’illusione di starci.
È così che si comincia ad accontentarsi di poco.


Mio padre me lo sento come una presenza dentro adesso, mi sento questa sua parte che non si arrende, che spinge e non subisce, ma io voglio fare di più, voglio dar voce ai miei sogni, alle mie ambizioni.
Sento forte la necessità di riprendere l’università perché è una cosa che ho lasciato in sospeso.
Avrei voluto fare psicologia ma ero troppo stupida e poco intelligente per i miei genitori: era meglio fare l’Isef, un qualcosa che venti anni fa era accessibile a tutti, legato alla pratica, al corpo.
È una cosa forte per me, ma ho pensato che sarebbe buono sia per la scuola, perché potrei avere maggior voce, e anche per la Scholè in futuro.
Quest’estate spesso ho pensato che mi piacerebbe ritornare in Puglia, ritornare nella mia terra, adesso non sento più la minaccia.
Fino a poco tempo fa quando rientravo ad Ancona sapevo di ritornare a casa.
Oggi che la mia casa interiore si è rafforzata sento che forse questa tappa anconetana non sarà la definitiva. 
Poi ci sono le comunità e l’ingresso in questa nuova scuola che è avvenuto a settembre scorso.
Sono partita con un’energia forte e continuativa, ho preso due prime con un’utenza di stranieri quasi totale e in una delle mie classi c’erano solo quattro bambine italiane degli archi, poi il resto bengalesi e africani.
Lavorare in una scuola multietnica è un’esperienza che dovrebbero provare tutti gli insegnanti.


Tutto ciò che è programmabile normalmente, con questi bambini lo devi rimettere sempre in discussione.
Mi sono dovuta immergere e mettermi in ascolto o meglio sintonizzarmi con loro e lì, dove la lingua non ti aiuta e con l’analogico devono prima fidarsi per farti entrare, bisogna inventarsi.
Partivo dal sole che entrava nell’aula e da lì inventavo una canzone, un saluto al sole e poi associavo una conoscenza come il calore, il giorno e i momenti della giornata.
Ho utilizzato l’ironia e la Realtea drammatizzando ed entrando in comunicazione molto con la mimica e le immagini.
Poi ho iniziato ad entrare interessandomi alla loro lingua perché tra di loro parlano il bengalese, ma se ti devono dire il significato di qualche parola o tradurre per i compagni, non lo fanno se prima non entri in relazione con loro, se non entri nel cerchio.
Non lasciano entrare se prima non si fidano, e fidarsi significa che non ci sia una minaccia per loro.
La minaccia può essere che tu puoi giudicare, voler cambiare o destabilizzare il loro stato quiete.

L’anno scorso sono andata a casa di una bambina bengalese che abita vicino casa mia per andare a trovare la madre che aveva partorito, il figlio era in ospedale e lei non poteva venire a prendere i figli.
Sono andata da lei, le ho portato dei libri e dei quaderni facendole capire l’importanza che la figlia venisse a scuola e la mia vicinanza.
Così mi sono conquistata la sua fiducia e la sua amicizia, mi ha aiutato con le altre mamme e con i bambini.

Tauss è una bambina dalle mille potenzialità e ha una forza e un carisma forte.
Così ogni giorno il buongiorno, un comando, una parolina in italiano, in inglese, in bengalese e tutti a ridere perché non ho una buona pronuncia.
Un giorno, durante la merenda, avvicinandomi a delle bambine, hanno cominciato a farmi il solletico, io sono rimasta sorpresa, m’incitavano a giocare e così da lì ho iniziato il primo approccio con il corpo.
Mi ha colpito la capacità di passare da una cosa seria al gioco, alla cura di piccole cose, al prendersi cura, alla festa non solo per loro ma la festa rituale anche rispetto a piccoli passaggi o momenti di condivisione.
Quest’anno mi hanno detto che la festa bisogna farla all’inizio della scuola, così oggi per il mio compleanno, assieme all’aiuto di una mia collega, hanno organizzato una festa per noi e non solo per me.


C’è molta solidarietà tra di loro.

Ritorno all’anno scorso.

In tutto questo le bambine italiane dove finivano? Le guardavano stupite ma facevano attenzione a non avvicinarsi. Ho dovuto molto lavorare sull’integrazione, la chiamerei avvicinamento.
La maggior parte dei bambini italiani, a sei anni, arrivano già sapendo che non potranno scambiare niente perché loro hanno tutto ciò che gli serve per stare nel loro piccolo e dispersivo mondo, purtroppo.
All’inizio è stato difficile farli mettere in ascolto l’uno dell’altro e creare dei giochi in condivisione.
All’inizio mi ha molto rattristato quello che vedevo e allora ho cominciato partendo dal fondo comune uguale per tutti: le emozioni.
Avevo preparato un cartellone con delle facce: oggi io mi sento triste, felice, annoiato, solo, stanco, energico ecc.
Così, anche chi non voleva parlare o non conosceva la lingua, si alzava indicando la faccina, magari univa poche parole per esprimere un fatto o uno stato d’animo e lì il silenzio calava, e poi un gesto di affetto, un abbraccio, un dono, una canzone o un disegno.
Devo dire che per i bambini più resistenti dopo ho scoperto che i genitori gli avevano detto di non socializzare con gli stranieri, quindi alla fine in classe si sentivano liberi mentre fuori, con la famiglia, mostravano un’altra parte.
Le bambine bengalesi erano lì ad attendere un cenno, uno sguardo per entrare nel loro gruppo e invece quelle più sicure entravano quando volevano con il gioco o prendendole in giro.
Il Crossing-over non è contemplato, si sta bene attenti affinché non avvenga, anche se poi è avvenuto comunque grazie al mio favorirlo a piccole dosi e con qualche imbroglio per la vita.
C’è una grande ignoranza dietro questo scambio alla pari.
Questa scuola ti obbliga ad un tempo lento e intenso, dilatato, ad un poco alla volta che poi ti viene ridato tante volte, ti obbliga a non dare importanza al compito a casa perché a casa non c’è chi aiuta quindi non tutti possono svolgere i compiti; ma la voglia d’imparare, di farcela, d’impegnarsi è forte e emozionante.

Dall’altra parte ci sono le bambine italiane ricche di esperienze, di giochi, sport e possibilità che le rendono più veloci ma meno di pancia, ma proprio per questo lo scambio sarebbe fruttuoso.
Quanto potrebbero arricchirsi in questo crossing-over?
E poi a metà anno qualcuno inizia a leggere, a scrivere spontaneamente, a riordinare il quaderno e i compiti da solo. Che meraviglia!
Ho fatto il massimo di quello che potevo con un tempo minimo, con un lavoro iniziale su ogni singolo bambino e la sua storia, tenendo conto del suo punto fragile che poteva rafforzare ma senza perdere di vista che sarei dovuta partire dal fondo comune delle emozioni, dal contatto del corpo per arrivare a far fluire ciascun piccolo e specifico Graal… Partire dal simbolico e scendere per poi potersi esprimere acquisendo la lettura, soprattutto con un proprio tempo, senza il timore di sbagliare o la pesantezza del compito, dando un senso ad ogni piccola crescita.


Alla fine dell’anno è stato bello vedere Tauss che leggeva a voce alta e si avvicinava a M. per alternarsi nella lettura.
È stato uno spettacolo vedere, mentre io raccontavo una storia, M. alzarsi e incominciare a disegnare il personaggio della fiaba alla lavagna e poi proporlo a tutta la classe, mentre la chiamavano per essere aiutati nel disegno.
È stato significativo vedere D. che finalmente dava la mano ad un bambino bengalese senza schifarsi e poi gli sguardi, i sorrisi.
Il mio più grosso impegno l’ho avuto proprio con le mamme di queste bambine italiane, sempre dubbiose che una scuola così mista potesse essere buona per i figli.

Adesso è iniziata la seconda delle mie due classi ma nell’elenco di quest’anno mancano tre di queste bambine italiane; da premettere che molti di questi bambini sono nati in Italia e parlano, leggono e scrivono molto bene.
Mi mancheranno, così come ho spesso ripensato ai tanti bambini che sono arrivati e andati via perché questa è anche una scuola di passaggio per qualcuno che arriva in Italia, resta sei mesi, e poi va in qualche altro paese.

Ma ognuno ha preso, donato e lasciato qualcosa ed iniziando quest’anno sono partita proprio dalla loro assenza con i bambini.
Il tempo lento è per la profondità, è per i ritmi più vicini alla vita e alla conoscenza, un tempo lento fa sedimentare, lascia spazio e fa entrare. E se fa entrare, arricchisce e fa venir fuori le tante arti di ciascuno che anno dopo anno raccoglieremo.

Qualcuno pensa che vado contro corrente ma questo adesso non mi spaventa più. Io parto dal fatto che ogni bambino ha un suo potenziale e un tempo per esprimerlo e che bisogna dargli le occasioni, il tempo, la possibilità e gli strumenti per accompagnarlo a esprimersi.

Non c’è un'unica strada o un solo modo di fare per stare a scuola ma io posso dire che è innaturale forzare e affrettare, è innaturale dare delle rigide regole o pretendere un ordine in classe quando è il caos che la molteplicità delle etnie e dei vissuti porta.

È dal caos che si crea l’ordine.


Se penso al grande lavoro fatto l’anno scorso, mi chiedo come ho fatto tra le settimane intensive, questi due lutti, la visita a Kebe a Bruxelles e poi lo stare vicino a mio padre mentre spegnendosi delirava.

A scuola ho sempre condiviso ai miei alunni i miei passaggi e le mie tristezze ma anche le mie soddisfazioni e gioie, mi sono fidata di me e di loro e penso che anche questo abbia contribuito a rafforzare il nostro legame.

Quest’anno ricomincio con due classi, con meno bambini e con  un’iniziale amarezza dovuta all’assenza delle bambine italiane sulle quali ho investito anche molta energia con le mamme, accompagnandole nei loro dubbi e invitandole ai vari incontri svolti in associazione con  il laboratorio di Emozionarte, un laboratorio espressivo e creativo nel quale, partendo da una fiaba  o da uno stato d’animo che loro vivevano a scuola o in famiglia, potevano esprimerlo attraverso l’arte creativa (il disegno, il canto, il ballo, le stoffe).

Riparto anche godendo dei frutti che la semina dell’anno scorso mi sta dando rispetto ai bambini stranieri e gli italiani di origine straniera.

Ripercorrendo anche la mia relazione con alcuni genitori dei bambini del quartiere, con i quali ho condiviso percorsi di vita e di fratellanza insieme e impegnati nel miglioramento del quartiere, ho pensato che avremmo potuto lavorare unendo le forze per costruire qualcosa di significativo per questi bambini e ragazzi, e non una spaccatura.
Insomma, le cose che per me erano prioritarie non lo erano per loro.
Bastava essere chiari ma evidentemente il globale massimo era un altro.

Per me c’è lo scambio con le etnie, uno scambio alla pari, un arricchimento, un qualcosa di inedito e nuovo, invece c’è stata la ritirata proprio da chi dice di avere a cuore il quartiere, la multiculturalità, lo scambio e la crescita disinteressata.
Tutto questo con non poche conseguenze anche negli altri genitori e con gli altri bambini perché sono dovuta ripartire da queste assenze non solo con i bambini e i genitori, ma anche con i colleghi, con i quali ho voluto fin da subito esporre le difficoltà d’integrazione che ci sono e che bisogna valorizzare la scuola mettendo l’attenzione sull’arricchimento dello scambio che avviene in questa scuola. 
Ma per me tutto questo è stato solo l’occasione per definire il lavoro che faccio e le responsabilità di tutti nell’offerta formativa e nel raccordo con il quartiere e le istituzioni.

Atre famiglie italiane del quartiere che hanno i figli alla scuola materna manderanno i loro figli ad un’altra scuola, e così la scuola degli archi è destinata a diventare una scuola ghetto perché emarginata da famiglie italiane spaventate dal fatto che i propri figli non hanno niente da scambiare ma da perdere.
Forse bisogna proprio cominciare dalle etnie.

Che significa scuola ghetto? Il ghetto è un posto definito brutto, sporco, lugubre dove c’è delinquenza, un posto isolato. 
Ma è una parte.
Io ci sono stata in un ghetto in Africa: il ghetto è anche un posto di condivisione, di festa, di molteplicità, un posto nel quale con poco si condivide e ci si aiuta, un posto dove è forte il senso della famiglia molteplice nel quale convivono tante diversità.
In un ghetto, una casa è anche un negozio, è un posto dove pregare o per riunirsi e parlare.

Parlano senza conoscere.

Poi potremmo dire o approfondire tanto altro. 
Le donne giovani bengalesi mi hanno accolto con grandi sorrisi, abbracci e doni che parlavano più delle parole, questa è una delle ricchezze, le poche parole e i fatti, la concretezza nell’esserci, la dignità e il rispetto sono dei Me.Me. (Mediatori Metastorici) importanti; d’altro canto, le bambine italiane con i tanti stimoli arricchivano di arte, bellezza e libertà.
Se penso al crossing-over che ci potrebbe essere mi emoziono!

Certo in questi mesi sono in crisi.

Mi chiedo ma io che ci faccio qui? Perché prima c’era lo scappare dalla mia famiglia, da Kebe, da mio padre e mia madre, dalle mie soluzioni.
C’era che mi dovevo salvare e che il mio globale massimo era salvarci io e i miei figli.

Ma adesso da dove riparto?

Nel territorio anconetano ci sono io e tante distanze.
È questa la scuola per me? Il lavoro per me? In classe io procedo, faccio, disfo, rifaccio ma in queste scuole c’è bisogno di stravolgere, di fare altro, di conoscenza, di tanti aspetti, di persone che ci credono e si buttano concretamente, come si fa?

Da dove riparto?

Riparto anche da questo scritto, riparto anche dal confronto con le persone che non hanno avuto fiducia in me e nel mio amore nelle cose che decido di fare.

Nello stesso tempo ho comunicato a mia madre che certe aspettative e attese che lei ha verso di me come quando era vivo Romano non ci saranno più, e che se lei vorrà e potrà, può almeno venire a conoscere il grande Progetto nel quale io e la mia famiglia, grazie al passato disagiato, siamo stati immessi, per fortuna.

Per me non è una cosa da niente ma un passaggio importante e delicato per guardare avanti.

Un taglio, un decido per scegliere, per lasciare il Senex e percorrere lo Iuvenis.

Con amore,
Nicoletta 

novembre 02, 2018

Benvenuta "Scooppierativa"

Benvenuta Scooppierativa!

                                                                               

Eh sì, il significato del titolo lo scoprirete alla fine, cercherò di essere sintetica nel raccontare un’esperienza unica come lo sono tutti i progetti di Nuova Specie, durata 5 giorni, dal 15 al 19 ottobre, e ripresa in questi giorni dopo le convivenze intensive.
                                                          

Come molti già sanno, la Fondazione si sta preparando a fare un altro salto precipiziale, in questo caso davvero un’acrobazia!  
Creare una cooperativa “Comunità Globale”, che dia delle prospettive ai ragazzi in trattamento coinvolgendoli in qualcosa di concreto, sia per la loro vita che di quella del villaggio che comunque deve autofinanziarsi e crescere come opportunità da offrire a chi si affida a questo punto di vista più globale della vita. In questo caso si attiveranno attività lavorative legate alla gestione del verde.

Il progetto della cooperativa è partito alle 16 del 15 c.m. a casa “dai nonni”, dove ci siamo trovati in mezzo ad un bel gruppo formato dai reduci del Rainbow, dai mosaicisti, da chi ha voluto festeggiare questa nascita… sarebbe troppo lungo l’elenco e non vorrei dimenticare alcuno. Dopo una prima fase di ascolto dei rainbonauti, siamo passati alla presentazione della Cooperativa, Grazia P., Barbara L., Francesca L., Cindy R. hanno spiegato il senso di quello che andavamo a fare e quello che più o meno avremmo fatto praticamente, i diritti e doveri, i tempi, l’organizzazione, il contributo economico. In maniera ancora informale la Cooperativa è costituita da Adriana, Barbara, Grazia, Mario e Mila
                                                       
I protagonisti di questa novità, qui a Troia, già sperimentata nelle Marche tempo fa, siamo stati: io Rita T. e Sandra V. come accompagnatrici, Mauro G. come referente del verde, Mario C. come coordinatore accompagnatore esperto nei lavori dei campi, Ornella, Tobia, Pietro come gli embrioni  che hanno voglia di provare quanto il lavoro di squadra possa soddisfare bisogni da troppo tempo negati, e quanto sia possibile uscire da condizioni statiche, e provare a dire :-  il lavoro non solo nobilita, ma anche sana  l’uomo e la donna!
                                                     

Sempre per la sintesi, ma non troppo, descriverò ciò che più mi ha emozionato ed intenerito, come il momento della  stipula di un vero e proprio contratto da firmare (sempre informale) da parte dei ragazzi chiamati a questo vero e proprio atto di adultità, Pietro, seduto davanti a Cindy, la nostra efficiente segretaria traduttrice,  parla in perfetto inglese e contratta, dandosi valore, il tempo che non sarà più di otto ore ma di cinque, come giustamente la Nuova Specie di cui facciamo parte pretende per non vivere troppo di obblighi doveri.
                                                     

Poi è la volta di Tobia che dovrebbe firmare il foglio garantendo la sua presenza sul lavoro, completamente in preda a L.I.D.I.A.  tentenna, si oppone e contrappone alle regole e gli orari che dovrebbe rispettare, un po’ non si fida mettendo in atto difese resistenze ma sappiamo che chi come lui vive ancora molto nell’ anello diabolico e non vede nessuno spettacolo all’ orizzonte, fa difficoltà a fidarsi di un esterno che chissà quante volte l’avrà deluso; ma la nostra strategica segretaria riesce a cambiare stanza suonando la nota della leggerezza che in un canto spazza via altre sirene indesiderate (capisca chi può) e gli strappa un sì e la sua firma nero su bianco!
                                                     
E’ la volta di Ornella e con lei la prova che il femminile sa accogliere il nuovo meglio del maschile, che sa difendere il suo territorio, ma oggi è tempo di andare verso nuovi orizzonti e confini e Ornella si fida e accetta la sfida andando incontro ad un inedito con un bel sorriso
                                                         
  
I successivi due giorni siamo andati di buon’ ora al villaggio, e dopo aver letto la pillola e il bellissimo commento di Pietro, abbiamo seguito Mauro che con grande professionalità e serietà ci fa vedere, contare e prendere gli attrezzi da lavoro spiegandoci l’uso e il nome che hanno, ci regala qualche nozione sulle piante e sul loro ciclo vitale, poi andiamo dietro la foresteria dove verranno piantate le piante officinali su un terreno pieno di sassi. Mario ci spiega come meglio fare un lavoro comunque duro, e per quasi due giorni armati di rastrelli, secchi, carriola cerchiamo di liberare il terreno dai sassi di varie dimensioni che ci ricordano che le pietre fanno parte del cammino.
(una provvidenziale pioggia ci salverà almeno per mezza giornata dal lavoro!)
                                                     

E’ stata una bella emozione vedere i ragazzi lavorare con tanto impegno e serietà. Noi accompagnatori, coordinatori, referenti abbiamo lasciato i ruoli e ci siamo calati in un gioco di squadra dove si cercava di aiutarsi e rispettare i tempi di ognuno.
Il giorno dopo Mario ci ha portati in un orto urbano a Troia per farci conoscere ed estirpare le piantine che verranno poi piantate nel terreno ‘spietrificato’. Splende un bellissimo sole autunnale e questo ci fa sentire un accompagnamento devoto dei nostri cari antenati.
                                                 
  
L’ultimo giorno ci ha visto ospiti di Sabrina e Francesco ad Ordona per il bilancio finale di questa prima settimana, che, con la loro speciale accoglienza, fatta di un buonissimo pranzo, coccole, battute a non finire, scambi profondi, incontri con una sua amica e un ex alunno venuti a conoscere una realtà globale come la nostra, sono stati la ciliegina sulla torta di questa esperienza più unica che rara.
                                                    

Il negativo? Ceeeertooooo! Non poteva mancare, ma come sappiamo, lui è il vento che dirige il veliero nella giusta direzione, e come tutte le prime volte, ci servono a vedere i limiti e le prospettive future. Sempre per la sintesi, perché, se avessi potuto e voluto condividere tutto non sarebbero bastati 10 fogli, dico infine questo in elenco:
Durante le giornate al villaggio, ci sono state dinamiche fra Pietro e Tobia per la mole di lavoro del primo che voleva sopperire alla mancanza o lentezza di Tobia che fra le varie pause sigarette provava a lavorare. C’è stato il loro allontanamento, il terzo giorno, dal posto di lavoro, senza avvisare, con mia grande preoccupazione. (uno è ritornato spontaneamente all’ ovile, l'altro siamo andati a riprenderlo…) 
                                                   


Altra insofferenza e rabbia di Mauro, che ci convoca come in un’assemblea sindacale dove rivendicare i nostri diritti lesi da aspettative e angoli alfa che non tengono conto del valore della persona, a prescindere da quello che fa, che non rispetta i tempi, la specificità di ognuno e neanche le difficoltà da tenere in conto come ancora e purtroppo l’uso di psicofarmaci, che rallentano e affaticano.
                                                     

Mauro, durante il bilancio, terrà un vero e proprio trattato sulla storia e i diritti dei lavoratori veramente interessante, e ci fa riflettere sul fatto di quanto questa economia finanziaria, l’efficienza, i tempi veloci, abbiano fatto fuori tante persone di valore, estremamente sensibili come i nostri tre embrioni. Sempre Mauro darà voce anche agli altri, del fatto che non sapere bene cosa dove quando fare qualcosa, lo metta in ansia e disagio, riportandolo indietro nella sua storia dove si sentiva ai margini del caos, dove il silenzio da parte di chi lo avrebbe dovuto accompagnarlo soprattutto nel negativo, in realtà invece di proteggerlo spesso lo ha fatto vivere di rappresentazioni e poi in seguito di frantumazioni.
                                                       

Di Ornella, oltre a questo, è stato chiaro come: avere un progetto, condividerlo sia con coetanei, che con figure adulte, essere valorizzata e incoraggiata, sia la strada giusta per tornare al proprio sarvas intero. 

Per il resto è stato tutto uno spettacolo: il pianto profondo di Pietro e il suo abbandonarsi all’abbraccio paterno di Mario l’ultimo giorno del bilancio, i giorni passati lo hanno riportato a ricordi  dolorosi della sua breve ma intensa vita, un’opportunità questa anche di fare teoria alleggerendosi di tanta inutile pesantezza.

Tobia che si apre e racconta un po’ alla volta le esperienze che lo hanno portato alla chiusura e al disagio, grazie all’utero devoto che sente intorno a lui e di persone che ci tengono alla sua vita
                                                         

La “scooppierativa” è anche questo, anzi soprattutto questo: un'altra opportunità di crescita, uscendo da dinamiche di vecchia specie per provare ad essere una Nuova Specie, vale la pena crederci, lavorare avere coraggio, essere solidali, per poi stupirsi e godere di sempre più incredibili spettacoli.

Un applauso sonoro a chi si è cimentato, in primis Mario che ci ha accompagnato nel lavoro nei campi e non solo, a Daniela M che ci ha accolto e ci ha fatto da mamma alla casa “dai nonni”, a Grazia P sempre presente, a Barbara l’anima del progetto, alle altre persone che umilmente si stanno dedicando e sempre più cercheranno di migliorare la cooperativa tenendo conto dei bilanci e delle tante variabili e bisogni soggettivi.
Infine, sono stata molto contenta nel fare questa esperienza, l’ho vissuto come un privilegio, la consiglio davvero, fra le mie prime volte al percorso: progetti, convinte, questa esperienza mi sarà molto cara, vedere prospettive di vita più che dignitose per i nostri ragazzi, è questo il vero spettacolo oltre a quello che già di spettacolo loro sono.
                                                     

Rita T.





ottobre 30, 2018

"Non ho più paura di bruciarmi gli occhi ora che ci sono le stelle"...

ottobre 30, 2018 Posted by F. I. , No comments
Oggi rientro definitivo nella storia, dopo una giornata cuscinetto a casa, pur fra preventivi di lavori di ripristino allagamento, eccomi qui in ufficio. Ancora però me la prendo con calma, rimandando a data da destinarsi la lettura delle infinite email ricevute nelle ultime 2 settimane. Mi mette un po' di ansia sapere di avere tutti quei messaggi da leggere, quindi non li leggo.
Questa immagine della forza che fuoriesce dalla fessura che c’è fra 2 opposti è fortissima e mi accompagna da qualche giorno. Mentre scrivo mi viene in mente l’alba, quel filo di luce che separa la notte dal giorno, che rappresenta quel salto quantico che rompe la frantumazione, ricreando un nuovo spettacolo. Voglio provare a scriverla, proprio partendo da Noè (o meglio da Atrahasis, suo alterego sumerico – che a me i sumeri mi attraggono parecchio e la loro mitologia mi convince molto di più perché più antica e aperta rispetto alle mitologie successive che tendono troppo a chiudere, a spiegare).


Nel viaggio verso il mio Adamo, la mia umanità, sto passando proprio dalla fase Noè, che visse dieci generazioni dopo il primo uomo e che ripercorro tornando verso la mia semplice essenza.

L’israelita Noè ricevette dal suo dio l’ordine di costruire un’arca, un’imbarcazione in cui avrebbe dovuto caricare la sua famiglia e tutti gli animali e gli uccelli, due di essi per ogni specie, uno maschio e uno femmina. Poiché Jahvè intendeva punire l’umanità per i suoi peccati, scatenando un terribile diluvio che avrebbe spazzato via tutto dalla faccia della terra. Tutto, tranne Noè e la sua arca. Quella era l’ultima speranza per il genere umano. Soltanto Noè, il giusto, una volta cessato il diluvio, poteva riportare la vita sul pianeta distrutto.
Intorno al 1500-1200 a.C. il poeta Sin-leqe-unnini, sacerdote della città di Uruk, scrisse il poema ‘Gilgamesh’, capolavoro letterario racchiuso in undici tavolette d‘argilla. Sin-leqe-unnini aveva raccolto antiche leggende e miti sumeri e li aveva debitamente adattati per costruire il suo epos incentrato sulla figura di un eroe, Gilgamesh, ‘colui che vide l‘abisso’, sa naqba imuru.
La versione più antica del mito del diluvio, che risale circa al 2000-1800 a. C. è contenuta nell’epos ‘Atrahasis’ e presenta una differenza fondamentale: contiene tutta una premessa che spiega il vero motivo che condusse alla catastrofe naturale.


Ecco un riassunto della storia, che mi aiuta a raccontarmi...

Enki, fedele al suo buon sacerdote, avvertì Atrahasis (Noè) dell’imminente catastrofe e gli spiegò che doveva essere pronto a rinunciare alla propria casa e a tutti i suoi beni, a costruire un’imbarcazione di forma cubica, completamente impermeabile e chiusa, sia sopra che sotto.
Voglio difendere la mia Faama, con la forza dell’arcangelo Michele, difendere i miei figli e mia moglie, come non ho mai fatto, per via dei meccanismi ereditati dalla famiglia di origine. Sono pronto a rinunciare alla casa che mi ha tenuto legato a loro e a tutti i bene e gli agi economici che ne conseguono. È dura, ma ci posso provare.

Per sette notti Atrahasis avrebbe dovuto ospitare nella sua imbarcazione animali, pesci e uccelli, 2 per ogni specie, uno maschio e uno femmina. 
Voglio intraprendere questo viaggio con la forza del maschile e del femminile insieme. Li ho visti entrambi su di me. Voglio unire anche gli altri opposti, come tante specie di animali, di antenati da salvare.

Dunque Atrahasis costruì l’arca. Poi invitò amici e parenti a un grande banchetto.
Non appena vide che il cielo si riempiva di nuvole, intimò a tutti di salire nell’arca, quindi la sigillò per bene con della pece. 
Voglio costruire la mia arca senza lacerare. Farlo per me e la mia famiglia in primis, ma lasciando aperta la porta a chi vorrà banchettare con noi, fermo restando che la tavola è mia, l’arca è mia e la priorità è mia e che quando è ora di chiudere la porta poi si parte e chi c’è, c’è. Il maschile, il Michele, è ora di mostrarlo, di tirarlo fuori e di metterlo al servizio della protezione dell’esterno.


Quando i venti iniziarono a soffiare con forza, Atrahasis tagliò la gomena e l’imbarcazione prese a galleggiare, sbattuta di qua e di là dalle onde del diluvio. L’arca raggiunse il monte Nisir e si fermò.
E quando i vortici iniziano a frullare, perché son già arrivati in questi giorni come al Rainbow. Quando le soluzioni si tagliano allora nei vortici bisogna starci, sfruttarne addirittura le correnti, sapendo che sono solo rappresentazioni di emozioni forti, con le quali voglio stare e delle quali sfrutto la potenza, trasformando i picchi maggiori in poesia.

Al termine dei sette giorni Atrahasis mandò tre uccelli fuori dall’arca: una colomba, una rondine e un corvo. Il corvo non tornò più indietro e il re-sacerdote capì che il diluvio era finito. 
E poi sfruttare le emozioni per trovare nuove terre. Le positive che prima o poi tornano come la colomba, le negative nelle quali occorre stare per scioglierle, come il corvo e la rondine che sparisce verso nuove primavere.

Atrahasis allora uscì dall’arca e presentò delle offerte agli dèi. Questi scesero giù, fin sull’altare. Enlil era infuriato con Enki che aveva salvato la razza umana. Per ripristinare la pace, Enki fece sì che gli esseri umani perdessero il dono dell’immortalità e vivessero soggetti a dolore e morte. 
E poi capire di potersi mettere alla pari, anche con coloro che prima sembravano irraggiungibili, come dei, perché ci sarà sempre un pezzo dell’infinito ciò che solo io sono, che potrò scambiare con un pezzo di vita di qualcun altro.

Ci sarà sempre, come i miei genitori e mia sorella, qualcuno che si infurierà perché io voglio crescere e per questo dovrò soffrire ogni volta che attraverserò quel canale da parto, perché nulla è immutabile e sono consapevole di volermi godere un po' queste energie recuperate, per poi rimettermi in moto verso un nuovo FUI.

D‘ora in poi, molte donne della terra dovevano perdere il dono della fertilità, di modo che ci fosse una sorta di controllo delle nascite e il genere umano non potesse moltiplicarsi con tale velocità, come aveva fatto fino a quel momento. 
E sarà sempre più difficile rinascere.

Soltanto allora Enlil ed Enki fecero la pace.
Ed è anche bello accontentarsi e godere, almeno per un po'.


Provo ad ipotizzare qualche momento della mia vita e del mio Rainbow in cui ho attinto dall’energia della breccia fra gli opposti. Premettendo che c’è ancora un mare da attraversare, ma che ho iniziato.

INcluso - escluso
Ho sempre cercato l’inclusione nei gruppi, senza mai sentire di riuscirci fino in fondo, per quello che realmente sono io. Poi ho mollato, come a questo Rainbow, che me ne sono fregato di far parte del gruppo, pur riuscendo a scambiare con tutti.
VIaggio - immutevole
Provando a cambiare sono sempre state più forti le difese/resistenze, mentre iniziando a scardinare inizio a riconoscerle. Iniziando il viaggio si viaggia e si viaggia iniziando a viaggiare.
SOlitudine - dipendenza
Dalla stampella e alla ricerca di un compagno di viaggio, a cui delegare un pezzo di strada, ho imparato a starci da solo. Non sempre, ma uccidendo alcuni mostri da solo, ho attinto la loro forza.
ATTIvo - passivo
Godendo dei doni degli altri, senza dover per forza ricambiare (e non è nemmeno detto che ad una persona serva ricevere), ma dando solo con il piacere di dare si passa dall’essere attivo per obbligo dovere ad essere passivo, o comunque a starci con il minimo delle energie, mantenendo le scorte per i momenti di bisogno.
COntinuo - discontinuo
Dal dover collezionare il maggior numero di conoscenti, alla forza data da compagni di viaggio di cui mi prendo regolarmente cura. Stare in relazione continuativa mi permette di dosare le energie per via della crescita della fiducia reciproca.
SIlenzio - rumore
Dal dover parlare per evitare di trovarsi in momento di silenzio in una conversazione, al godere del guardarsi negli occhi. Forse di sta cosa ne approfitto troppo sentendo il potere che da l’aspettare che sia l’altro a cadere nella “trappola” del parlare per primo. Scopro che questo è un mio meccanismo sirena.
FAme - sazietà
Sto migliorando, addirittura dopo la forte immersione sul desiderio e poi la delusione e rabbia della carenza di amore materno, non ho cenato e per me è un successo enorme. Mi sono sempre riempito la pancia per evitare di lasciare troppo spazio alle emozioni, fin da piccolo. Ora lo faccio ancora, ma sono anche in grado di limitarmi. Ad esempio riesco a fare a meno di fumare (cosa che collego al cibo – oggi applauso a me per i 10 giorni senza sigarette), con il globale massimo, selezionato in profondità, di starci nelle mie emozioni, di qualsiasi tipo siano.
BUio - luce
Ho sempre avuto paura del buio della cantina di casa mia, con l’ossessione di qualcuno (ladri) mi attaccasse alle spalle. Ce l’ho ancora, ma siccome sono anagraficamente uomo non lo dovrei mostrare. L’unica cosa che mi da energia nel buio è la presenza di qualcuno con me, specialmente una donna che mi abbraccia, oppure le stelle, che mi fanno sentire parte di qualcosa di infinito.
CAlore - freddo
Il brivido di freddo, quello vero, profondo, ancestrale.. quello passa solo con una coperta umana. Solo un abbraccio forte è in grado di darmi la sufficiente energia per attraversare tale sensazione di freddo.
REspiro – non respiro
Quando il respiro sembra cessare, i polmoni sgonfiarsi e non riuscire a riprendere aria, le forze abbandonare il corpo… quando tutto sembra finire, di respirare sembro aver perso la speranza, ecco una nuova linfa che attraversa il corpo e che fa circolare un’energia nuova piena e in favore della vita. Bisogna regredire al momento del primo e doloroso respiro per riuscire a trarre l’energia di confine che permette di fare il salto quantico.



Ahora hay estrellas. 
Pero nadie miran.
Todo el mundo tiene miedo de quemarse los ojos… 
[Dicembre 2004]

E MENTRE SONO QUI AD AMARTI,
vita, mi saluti
scuotendomi la pancia
e mostrandoti, non come dolore,
non come paura,
non come ansia,
ma come un’alba antenata.
Spogliato delle mie soluzioni
mi è bastato aspettarti
e appena ho smesso di immaginarti,
tu sei arrivata a prendermi per mano
per accompagnarmi al di là…
Al di là della mente,
al di là della realtà,
per accompagnarmi nel tempo del sogno.
E come un bambino che muove i primi passi,
mi ci accompagni per mano,
stai un po' lì con me
e mi mostri, che non c’è nulla da temere
mi insegni ad amarti, ad amarmi, ad amare.
Mi sento nuovamente autorizzato
a sognare e, nel tempo del sogno,
a danzare insieme all’In.Di.Co.,
alla pari,
come alla pari è stato con te.
Ti guardo negli occhi attraverso
quest’alba antenata,
vita,
e piango, piango di gioia,
perché non ho più paura
di bruciarmi gli occhi
ora che ci sono le stelle.


Noè
[Atrahasis]

ottobre 27, 2018

La vita al Villaggio Quadrimensionale: Troia, domenica 14 ottobre 2018: "ma è stato un giorno… o una settimana???"

Questa è la domanda con cui ho fatto il viaggio di ritorno da Troia verso San Severo, ripensando alle tante cose successe durante la giornata.


Erano le 8.20 quando sono arrivata al Villaggio Quadrimensionale.
Ero molto emozionata perché mi trovavo lì anche per fare un rito per me…Wow, un rito per me!!!
Ad accoglierci Mariano, sempre puntualissimo, con Rachele e Grazia Z.
Aveva in mano un cartoncino arrotolato…cosa sarà mai??


Arrivano piano piano anche gli altri che, come me, hanno dovuto fare un viaggetto in macchina di mezz’ora. Sì…siamo fortunati, è vero!
Arriva anche Mattia S. la co-commentatrice della pillola del giorno.
Sotto il bellissimo porticato della ex masseria, mettiamo qualche sedia in cerchio e ci sediamo…Che la pillola abbia inizio. 
Man mano il porticato si riempie…Da dove arrivano tutte queste persone??? Ma ovvio, da tutta Italia! Erano i Rainbownauti che ci raggiungevano tutti assonnati dopo una nottata di feste e balli.


La pillola parla di “conigli”, ma non quelli carini, bianchi, con la coda a batuffolo… NO!
Parla dei conigli della vita. Noi che non abbiamo l’aggressività (da Ad Gradior: Salire Verso) per vivere la vita nello specifico di ciò che siamo e sentiamo. “Spesso gli altri ci tagliano proprio le cose che avrebbero voluto fare loro. Diventiamo cammelli per gli altri e viviamo di obblighi-doveri perché non sappiamo dove vogliamo andare”. Le parzialità religiose ci hanno trasmesso che l’aggressività è violenza e non è buona. Ci vuole solo la pace… porgere l’altra guancia!
Ma così non vivo per ciò che solo io sono! Dobbiamo riprenderci l’aggressività per vivere la vita al pieno della sua espressione ed evitare che diventi “vita repressa”… Violenza!


Il porticato è pieno di gente che si è riunita lì per ascoltare la pillola, ma ognuno avrebbe poi fatto cose diverse nel corso della giornata.

Proprio i Rainbownauti propongono un breve rito di passaggio per il nostro maestro mosaicista Dario, dal Rainbow al Villaggio Quadrimensionale/Mosaico. E’ qui che Mariano ci svela cosa c’è rappresentato su quel cartoncino arrotolato che portava amorevolmente con sé: il disegno di Alberto Re, quello presente nella pillola di Lunedì 8 ottobre.


Chiede a Dario e Gino, che insieme ad Alberto hanno rappresentato il trio che ha accompagnato molti di noi a fare mosaico, di posare il suo disegno nel mosaico, in modo da consegnarlo alla “Stalla della Teofondità” e lasciarlo andare per sentirlo come una “presenza dentro”.
E così Dario prende due pietre, le riduce in piccoli pezzi, come tessere del mosaico e le consegna ad ognuno di noi per essere “lapidato”. Un atto simbolico che rappresenta la vita che si scaglia contro di lui con aggressività, per farlo risvegliare in tutti i suoi codici. Ovviamente siamo stati molto delicati, chi più chi meno, ma è stato emozionante vedere come Dario ha vissuto questo rito sulla pelle… in tutti i sensi!

Cambiamo stanza e ci dirigiamo verso l’Uliveto in cui Mariano e Valentina L. ci presentano L’A.P.P. (Area Percorsi di Profondità), che va dal Pozzo di Agar, passa per la porta dell’uliveto davanti la quale nascerà una statua rappresentante Giano Bifronte (futura creazione dell’artista Simona B.), alla Iurtana (che sta prendendo forma), alla nascente Fontana dell’Eterno Ritorno a cui stanno lavorando, con passione, Valentina L. e Cristian O. Una fontana che rappresenterà il senso dell’esistenza come passaggio per nutrire la G.U.K. (Gravidanza Universale Kosmica).
La descrizione dell’ A.P.P. è parziale, lo so, ma non si può descrivere a parole…Vedere per credere!


Nell’A.P.P. sarà presente un nuovo amico: “Angelo Custode”
Chi è?!?!?


E’ la palma che ho piantato io! Per sancire l’inizio di un mio passaggio profondo.
Che bello che è stato il rito!
Almeno per me è stato bellissimo…


Questa palma rappresenta, attraverso la mia storia, ciò che tutti noi abbiamo vissuto nell’arco della nostra esistenza! In più, però, ci regala una prospettiva, una speranza. Porta un messaggio importante.
Vi racconto brevemente la sua storia:
Trent'anni fa, una giovane coppia di neo sposini, fece un viaggio alle Isole Canarie (un arcipelago spagnolo al largo della costa nord-occidentale dell’Africa) da cui tornarono con un seme di palma. 
La piantarono nel piccolo giardino del loro condominio familiare, pensando che sarebbe nata una piccola palma di grandezza modesta. 
Sorpresa delle sorprese, la palma nacque e crebbe moltissimo, toccando gli 8 metri di altezza e 3 metri di circonferenza. Una cosa maestosa!
Tutta la famiglia era orgogliosa e affezionata a tanta bellezza…! Ma nel corso degli anni qualcosa iniziò a non andare più bene! La coppia di sposini, da cui erano nate due splendide bambine, si sgretolò e tutta la maestosità della palma rischiava di distruggere il recinto in cui era nata e cresciuta. Così decisero di tagliarla! Di tutta quella bellezza, ormai, era rimasto solo un triste moncone usato per appoggiare vasi di pianticelle!
Ma come tutte le favole, dopo il massimo del negativo, c’è la svolta!
Dopo circa un anno, dall’altra parte del giardino in cui giaceva la vecchia palma ormai morta, una sorpresa: si videro spuntare, dal terreno, delle foglioline! Oddio!! E’ lei! Ma com’è possibile!! La forza della vita può tutto: l’aggressività con cui vivono la vita il vento, gli uccelli, la terra, l’acqua e il sole, ha permesso il viaggio di qualche semino, dalla vecchia palma al terreno! E così è nato lui: Angelo Custode.

Come ogni nuova vita e come è capitato a tutti noi, rischiamo, se non accompagnati, di replicare quello che hanno fatto i nostri genitori. Infatti, Angelo Custode, avrebbe fatto la stessa fine della vecchia palma: nascere e crescere in un posto troppo stretto per la sua potenza.
Per questo l’ho piantata al Villaggio Quadrimensionale, così potrà esprimere tutta la sua potenza ed essere accolta come un dono e non un fastidio o un pericolo!


Questa è anche la mia storia e la storia di tanti giovani che oggi si trovano a vivere in un mondo che non è più adatto!
Infatti ho scelto di fare il rito insieme ad alcuni dei giovani presenti, proprio in rappresentanza di questo. Ad accompagnarci c’è stato Francesco G., un uomo che, con la sua esperienza, ci ha indirizzati e guidati passo per passo nel piantare la giovane palma.


Angelo Custode porterà con sé il messaggio di ciò che di negativo abbiamo vissuto e di come, nonostante ciò e se accompagnati, è possibile continuare a vivere con AGGRESSIVITÀ.


La giornata continua….
Il Villaggio Quadrimensionale è in movimento!
La Comunità Globale raccoglie, tra una risata e un quiz di cultura generale, le olive che quest’anno l’uliveto è riuscito a generare (pochine rispetto all’anno scorso…ma sappiamo che il Ciclo Esistenziale Universale è composto anche dall’anello meiotico, catabolico…della perdita).


Valentina e Cristian continuano il loro lavoro tra il Pozzo di Agar e la Fontana dell’Eterno Ritorno.

I Rainbownauti, dopo due settimane di viaggio nelle loro profondità, risistemano la Foresteria del Villaggio che li ha accolti e ospitati.

Rachele che, con trapano alla mano, prepara il Planetario che sovrasterà le nostre teste nella “Stalla della Teofondità”… tra un pianto e una risata!


Luigi Antonio Tartaglia…è Luigi Antonio Tartaglia! Non c’è bisogno di commento…!

I bambini corrono e giocano come dei piccoli uragani che passano in tutti i punti del Villaggio, liberi e protetti!

E le donne della cucina… che meraviglia! Ci preparano un pranzo che sa di premio per tutto quello che ognuno di noi viveva fuori e dentro di sé!

Il Villaggio Quadrimensionale riposa un paio d’ore. 

Ci risvegliamo e lentamente, quasi come se ci fosse una calamita, ci ritroviamo tutti nella stanza del mosaico. 
In realtà la calamita è stata la proiezioni di un film che ha inaugurato il nuovo pannello che in futuro servirà per proiettare le Unità Didattiche… il Villaggio si modifica e cresce insieme a noi.
Il film, che si intitola “Domani”, ce lo ha proposto Filippo M. Un bel film/documentario che evidenzia come anche il pianeta Terra vive un enorme disagio a causa dell’inquinamento e di come vengono mal sfruttate le sue enormi risorse dall’economia finanziaria. Che tristezza! Questo film può essere un bello spunto per la Comunità Globale per riuscire a fare meglio a partire dal nostro Villaggio!


Chiudiamo la giornata con l’ultima storia:
La storia di Annarita e Francesco che festeggiano 20 anni di matrimonio! 


Molti direbbero: "ah, che bello…auguri!"
Noi abbiamo fatto di più!
Ci siamo riuniti nella Casa Gi.Gi. e con la conduzione di Mariano, Annarita e Francesco ci hanno raccontato la loro lunga e travagliata storia d’amore, piena di ostacoli, incomprensioni da parte delle famiglie d’origine, dolori antichi e profondi, dipendenze pesanti da alcool e droga …in cui sono nati anche Martina e Giovanni che da subito hanno respirato il dolore. Una storia destinata a precipitare nel buco nero della morte.


Per fortuna la disperazione e la tenacia di Annarita l’hanno spinta a cercare fino a trovare il Metodo alla Salute in cui, accompagnati dalla rete e dalla famiglia ontologica, sono riusciti a mettere in discussione la loro vita fino a cambiarla. Oggi tutti e quattro danno tanto al Progetto Nuova Specie nei vari ambiti: Annarita è una delle referenti della Cucina, Francesco si occupa di dirigere i lavori nel Verde del Villaggio, Martina ha co-coordinato progetti di convivenze intensive e Giovanni è stato enzima in tante edizioni della Scholè Globale.
Questo abbiamo festeggiato ieri! L’AGGRESSIVITA’ DELLA VITA.


E allora…dopo tutto questo, voi cosa rispondereste?!?!

E’ stato un giorno… o una settimana?

Felicemente,
Serena