giovedì 11 agosto 2016

"Vedrai, strada facendo si accenderanno lanterne e troveremo vestiti nuovi": dal diario di Albagiuseppina, giugno 2016.

14:15:00 Posted by Francesca Internò , , , 1 comment
Ogni giorno fino a qui, nottetempo o all'alba, i pensieri che sono riuscita a fermare in parola, prendono forma nel presente in ciò che vivo e sento... dinamiche globali nel presente sul campo.
Quel che segue l’ho scritto d'impeto e con sofferenza sui fogli scarni di stampa di un libretto che avevo nel comodino.  
È stata la notte dopo l'impianto della nefrostomia, procedura che nonostante l'anestesia locale ho paragonato, canzonando Eliseo sulla passione di Cristo, alla lancia del centurione che trafigge il costato.
Non ci rompessero più le palle co ‘sta storia infinita che gira tutta intorno a tre ore di agonia... perdonatemi lo sfogo, ma "quando ce vó ce vó", come si dice qua a Roma!

Fino più o meno alla mezzanotte, nei momenti di veglia dolorante, mi gustavo, guardando lo spicchietto di cielo nero nero che vedevo dalla finestra, la bella notizia che forse il giorno dopo, quindi ieri, sarei potuta uscire dall'ospedale. 


Ho pensato alla "nota della festa" e a quanto a volte la interpretiamo come una manifestazione di gioia con cose anche belle ma esterne a noi: il ballo, le risate, il canto, il festeggiare, insomma in tutte le sue forme possibili.
Ho pensato che io avevo tanto tanto desiderio di aria aperta - se ci fosse stato un po’ di vento sarei stata più contenta - che avevo voglia di vedere questo brutto palazzone da fuori, che avevo tanto desiderio di sentire l'odore dell'erba e di riscaldarmi il volto con un po’ di sole. Avevo desiderio di un piatto di patate lesse... semplice... ma cucinato bene!
Ho pensato che forse la nota della festa la viviamo più quando si avvera un desiderio... o meglio quando riusciamo a chiudere bene una dinamica legata ad un desiderio intimo, vero, profondo... non importa se semplice come i miei ora, o meno... conta il quanto soddisfare quel desiderio ti nutre in tutti codici.
Ho pensato, sentendomi già un po’ in festa, che quando questo accade tutti i codici gioiscono... anche le cellule gioiscono


Ma... c'è sempre un…  "ma"!  C’era qualcosa che proprio non mi lasciava chiudere quella giornata... nonostante la buona notizia, nonostante l'antidolorifico, nonostante il sapore di festa per il giorno dopo. Intorno alle 2:00 ho letto la terza regola del gioco “La Vita è bella”, che è nato con Mariano in questa occasione di forte "anello diabolico" della mia vita… mi ha spiazzato. 
Non capivo perché proprio quella notte Mariano mi parlasse con chiarezza, appunto, di anello diabolico, di identità profonde che muoiono, del tunnel quantico, dello smarrirsi nel labirinto, di accogliere il dolore come doglie del parto.
Ho travagliato in silenzio, prima cercando di mescolare queste cose con quelle di prima, poi invece riconoscendo un magone profondo che man mano usciva... ad aiutarmi in questa discesa altri  stimoli… "quando dipendiamo da protesi esterne, quando il corpo è dismaturo-malato, quando sentiamo morire una identità profonda".
E poi... "È tempo di attraversare il tunnel quantico e fare il salto precipiziale".... "è facile smarrirsi in quei labirinti e perdere il contatto col disco placentare dell'In.Di.Co. e abortire" ..."non temere la definitiva perdita-scomparsa perché CIO CHE SOLO IO SONO si trasforma, ma non scompare"… "cordicella-fides"... "ricordarsi della placenta esistenziale e attendere-cercare l'In.Di.Co. aiutandosi con CITT 'A VOCC E FORZ 'E NERV".
È già, sarei uscita l'indomani dall'ospedale.... ma come uscivo??
Il tunnel quantico non è questo breve tratto fatto fin qui, seppur è stato impegnativo... una parte sì... un inizio... ma ora ci sta da incamminarsi... e sarà notte.


All'alba del 16 giugno 2016. Policlinico Agostino Gemelli, Roma.


"Cara Giuseppina mia, stamattina parliamoci un po' cuore a cuore e chiaro chiaro.
Giuseppina mia, sento che è tempo oggi di togliersi dei vestiti che ti hanno protetta e abbellita fino a qui. Sento un magone dentro, è un dolore profondo, un dolore buono però che mi accompagna a dirti la verità.
Giuseppina mia, ti accarezzo e ti dico che è tempo di togliersi il vestito della donna tuttofare, affidabile, sempre attenta, iperattiva, super efficiente ecc.
Lo so Giuseppina mia che un po' non ti riconosci senza questo vestito e che fa male, ma è tempo di accogliere il fatto che il tuo corpo, i tuoi codici profondi, il tuo viaggio, hanno bisogno di tempi lenti e di risorse nuove (diverse dalla forza che hai sempre dimostrato) per attraversare.
Fidati Giuseppina mia, tu non sei solo quel vestito... sapremo trovare un giorno alla volta modalità diverse per stare nel quotidiano.
Giuseppina mia, è tempo di togliersi il bel vestito della mamma perfetta onnipresente, a volte onnisciente. Ci sono cose che nei prossimi tempi non riuscirai a fare bene come prima.
Fidati Giuseppina mia, credimi, insieme ad Andrea e ad Alice imparerai ad amalgamare il tuo presente con i loro bisogni, e a trovare strade nuove per stare nella loro crescita. Non aver paura di perdere cose che ora non puoi avere da dare. Non aver paura.
Giuseppina mia, è tempo di lasciare il vestito della ragazzetta intelligente che vuole comprendere tutti e appunto comprendere in sé tutto ciò che può...
Lascia spazio a te, alle cose essenziali che ti servono per procedere.
Lascia soprattutto la responsabilità agli altri di crescere e comprendersi da soli se vogliono... non amareggiarti troppo se senti che deludi.
Fidati, so che è difficile per te che sei rimasta all'angolo tante volte. Ascoltami, è una cosa buona. Vedrai.
Giuseppina mia, è tempo di lasciare il vestito più bello. Il tuo corpo ben fatto, agile e forte, come hai potuto vedere-vivere negli ultimi mesi e soprattutto in questa settimana, ha dovuto lasciare spazio alla fragilità, ai limiti che pone la sofferenza, ai tatuaggi di vita, alla lentezza, al dipendere per alcune cose dagli altri, e da oggi, per un pezzo di strada, al dipendere da una protesi esterna.
Giuseppina mia, ti ho vista stamattina e mi hai fatto tenerezza quando ti sei guardata nel piccolo specchio del bagno e hai avuto nostalgia del tuo corpo di prima, magari vestito da trekking davanti a un bel sentiero. Piangi, piangi pure se vuoi, è una cosa buona quando si deve lasciare una cosa che è stata importante e ci piace.
Giuseppina mia, ancora ti dico... fidati. Anche se è doloroso, io sento, anche se non vedo, che il "fiore" rispunterà fuori... con colori diversi. E sì! Sarà un bel fiore!
Giuseppina mia bella, è tempo di togliersi il vestito della sessualità come l'hai vissuta e interpretata finora. Perdonami la crudezza, ma parlarsi chiaro chiaro è meglio che imbrogliarsi con i "Ma dai! Non fa niente!", "Va bene così!".
Il catetere per drenare il rene è un bel guinzaglio, il taglio profondo fino sopra al pube e l'intorpidimento all'inguine ci saranno ancora per bel po' di tempo ad infastidirti, e poi potranno esserci altri limiti da considerare.
Giuseppina mia, stai tranquilla. È tempo di non dubitare. Non dubitare del desiderio del tuo compagno di starti vicino per ciò che sei ora, non dubitare della sua capacità di amarti oltre questi aspetti. È un uomo luminoso, profondo, con una sua specificità piena e armonica che si esprime al meglio quando entra in relazione diretta con il corpo delle persone, e sa trasmettere amore in tanti modi. Tonino ha veramente a cuore la tua vita.
Fidati. Insieme saprete trovare il modo di stare vicini. E poi diciamocelo tra donne... per quanto riguarda la sessualità, si può sempre inventarsi qualcosa. No?!
Giuseppina mia bella, ancora di qualcosa bisogna che ti spogli ed è molto molto importante che tu lo faccia ora.
È tempo di togliersi il cappello regolare e ben cucito che rappresenta tutte le convinzioni, i protocolli, i paroloni di quelle che si definiscono verità medico-scientifiche.
Non ti spaventare, calma, non significa che queste cose non ti serviranno, anzi proprio ora anch'esse faranno la loro parte… ma... Giuseppina… non devono stare a coprirti la testa.
Ti ho vista desiderare di acchiappare quel foglio della relazione della sala operatoria, passare di mano in mano a tutti i camici verdi, bianchi, bianchi e blu, bianchi e rossi che hai visto passare davanti al tuo letto. E quando ci sei riuscita ad acchiapparlo, ti ho visto impallidire e tremare.
Fidati.
Giuseppina mia, ciò che sei o che sarai non sta scritto su nessun foglio... neanche quello.
Togliti quel cappello, fidati, anche se ti dice che vedrai cadere i tuoi bei capelli e vorresti tenerlo per nasconderti un po’.
Come ti diceva Cristiano molto tempo fa, i tuoi capelli sono il tuo angolo alfa... anch'essi, se non te ne dispiaci troppo, cadendo ti parleranno di cambiamento, di trasformazione... non di perdita.
Giuseppina mia, sei rimasta nuda.
Lo so, è doloroso e fa paura, d'altronde anch'io vedi ho solo una vestaglietta color dell'alba che ho indossato in ospedale.
Sono contenta che ci siamo parlate cuore a cuore e chiaro chiaro stamattina io e te.
Forse oggi usciremo da questo posto e sento che è buono che ce ne andiamo così... nude.
Abbracciamoci un po' io e te, aiutiamoci ad accogliere tutto questo dolore, ne abbiamo bisogno ma poi...
Giuseppina mia... andiamo… vieni… incamminiamoci anche se sarà notte.
Vedrai, strada facendo si accenderanno lanterne e troveremo vestiti nuovi.
Adesso è tempo di saltare-andare insieme. E sì! Come ha detto Mariano stanotte "Citt a vocc e forz e nerv”.
Fidati! Vedrai non ci perderemo... se ti fidi, la placenta esistenziale sarà con noi. Sai, io non l'ho vista ma l'ho sentita, so che c'è.
Giuseppina mia, ti voglio tanto bene e mi piace stare a braccetto con te". 

La tua Albagiuseppina.

mercoledì 10 agosto 2016

Marcello, un "autista" silenzioso, raccontato da Melissa, passeggera del "Bonfantibus".

16:30:00 Posted by Francesca Internò , 3 comments
Il mio mondo un po’ troppo chiuso, dietro a corazze troppo spesse, sta cominciando a sentirsi stretto. Gli ultimi quattro anni mi hanno dato modo di vedere come il mio sentirmi diverso sia lo stesso di chiunque. Tutti vivono nella condizione costante di abbandono, distinzione, chiusura e paura che vivo io tutti i giorni. Io sono solo il primo nella mia famiglia che ha cominciato a vedere le cose per quello che sono.

 - "Matrice" di Yusuf Hayate -
Il mio essere diverso non era una condanna solo per me.

Ho visto la mia famiglia disperarsi per la mia condizione: avrebbero voluto, ad un certo punto, che diventassi una persona normale e che vivessi la mia vita come tutti. Non riuscivano a capire che io sono normale a prescindere, sono normale perché sono io. Se per il mondo sono fuori posto è un problema del mondo. O forse è il mondo che è fuori posto persino per se stesso, se non riesce ad accogliere la mia unicità.

- "Il carnevale della solitudine" di Michela Garbati -
È questo che sento dentro di me. Io sono unico, non sbagliato. Io sono lungimirante, troppo avanti per le persone che mi hanno sempre definito malato.
Sono sensibile a tutto... ai suoni, agli odori, ai colori, al contatto, alla luce, tutto è troppo forte per me, tutto può farmi male; l’esistenza è troppo bella per essere veramente afferrata e se non la posso avere, è meglio chiudermi dietro le mie muraglie
È per questo che fino a poco tempo fa tenevo gli occhi sempre chiusi e le braccia attaccate al petto: come faccio a guardare il mondo se so che non lo avrò mai? Lui non mi vuole come sono, mi vuole alle sue regole! Come faccio ad abbracciare le persone se con uno sguardo mi feriscono? Sono troppo strano per essere abbracciato? Come faccio a crescere e a cambiare se per coloro che dovrebbero aiutarmi sono e sarò sempre etichettato come Autistico?

La mia famiglia avrebbe dovuto capire che ero quello che ero, indipendentemente da come loro avrebbero voluto che fossi. Purtroppo non è una cosa facile da fare o da capire. Il razionale ci comanda, ci possiede più di quanto crediamo. Non c’è più stupore, non c’è più gioia, c’è solo quello che si può e non si può fare. C’è solo quello che si è e non si è. C’è chi è normale e chi non lo è.

- "La gabbia infernale" di Michela Garbati -
La cosa che non ho mai capito è il concetto di normalità che le persone hanno. Cosa vuol dire essere normali? Ognuno di noi ha degli atteggiamenti che per qualcuno sono incomprensibili o strani, ma questo non significa essere fuori dalla norma. Ognuno è normale proprio perché è se stesso, senza giudizi

Ma il giudizio è l’ancestrale bisogno di mettere un’etichetta ad una persona con uno sguardo

Una cosa che purtroppo tutti quanti hanno dentro di sé, una cosa difficile da abbandonare.
Persino io avevo cominciato a sentire il giudizio come la sola verità. La consapevolezza di aver disatteso le aspettative della mia famiglia, fin dalla più tenera età, è stata per me la sofferenza più grande; la mia presenza li appesantiva e li faceva soffrire. Mi sentivo sempre più inadeguato e fragile.
La falsa consapevolezza che nulla in me sarebbe potuto cambiare e che tutto sarebbe rimasto invariato, era diventato un pensiero costante.  

Senza cambiamento non c’è vita, non riuscivo a provare altro che una sensazione di morte

Non la sentivo solo dentro di me, era una cosa che vedevo dappertutto: nella mia famiglia, nella scuola, nei miei coetanei. Desideravo tanto che l’esterno mi accettasse, ma allo stesso tempo lo vedevo come qualcosa privo di vita, un vortice che ti prosciuga senza lasciarti respiro

- "Il pozzo di San Parizio" di Michela Garbati -
Ogni relazione importante per me era sempre circondata da una forza centripeta che tentava di risucchiarmi. Gli specchi che avevo intorno a me erano distorti, rotti, con dei pezzi mancanti a causa di quella forza. Nessuno era pronto a darmi quello che mi serviva. Non riuscivano a darsi da soli quello che necessitavano, occuparsi anche di me era impossibile. Tenere gli occhi aperti e vedere un tale sfacelo in chi amavo era una cosa che mi rendeva impossibile vivere.

Però non volevo arrendermi, non potevo credere che non ci fosse una soluzione. Se mi fossi arreso e avessi lasciato andare la mia vita, chi sarebbe riuscito a far capire ai miei cari quello che è veramente importante, quello di cui hanno veramente bisogno?

Come dicevo, negli ultimi quattro anni sono entrato in contatto con una realtà diversa - il Progetto Nuova Specie - una realtà che ti fa sentire che non sei da solo. Una realtà, che con tutti i limiti, tenta di darti una rete di persone con cui confrontarti, che non ha paura della tua diversità. Una realtà in cui tutti sono sullo stesso piano. Ognuno dà il proprio contributo, ci mette le proprie energie, ricevendo sempre qualcosa in cambio, nel bene e nel male. 

Ho conosciuto tante persone, ho imparato a lasciarmi andare, ho visto che il senso di morte è una cosa che c’è dentro ognuno di noi, bisogna solo conoscerla. Questa realtà sta aiutando me e la mia famiglia come nessuno è mai riuscito a fare. Questa realtà mi ha dato la possibilità di crescere, imparare, migliorare e cambiare.

È una realtà dove persino un diverso come me può fare la differenza e aiutare.


Melissa Bonfanti

Celle di San Vito (FG), 8 luglio 2016. IX edizione del progetto "Rainbow": sesto giorno. Ciurma! Via con le Scialuppe!

“E fu sera e fu mattina”. Sesto giorno di navigazione. 

Dopo gli intrecci e scambi fusionali avvenuti durante la SPA, i Rainbownauti sono pronti a ripartire. 
Accompagnati da quel dolce sentire, si ritrovano la mattina nella sala in cui si svolgono le attività di gruppo. Come di consuetudine, si procede con l’ascolto dello stato quiete


In questo viaggio, i bambini o pre-adolescenti fungono da enzimi e il loro spirito leggero alleggia sul gruppo. 
Iniziamo dunque la mattina muovendo il corpo al ritmo della gettonatissima canzone “Andiamo a comandare”, proposta da Benedetta! Ed è bello ballare tutti insieme, giovani adulti ed adulti più anziani, riconoscere nei ragazzi delle parti nostre (estrose, introverse, talvolta anche bloccate) e lasciarci andare o perlomeno tentare. 
I nostri pre-adolescenti (Andrea Ci, Andrea Co, Camilla, Flavio, Maurizio, Ulrike, Valentino e il Capitan Francesco) salpano per primi insieme al timoniere Raffaele e ai suoi coloratissimi mozzi (Ripalta, Roberto, Giulia, Luigi, Marco e Nicola).


Salgono poi sulla seconda imbarcazione Milena, Rosanna, Giorgia, Titta, Ivan C. e Feliciano. È un momento importante per Milena che oggi è l’“embrione”, ovvero la persona verso cui sono rivolte le attenzioni e intorno a cui si crea la dinamica. Raffaele saggiamente ricorda che più si immergono i singoli e più aiutano l’embrione: vige la regola della solidarietà
Prima di alzar le vele, è importante che i membri dell’equipaggio ascoltino il loro stato quiete e ragionino insieme sulle fila da poter tessere durante la dinamica.   

 

Ed ecco che Nadia chiama i mozzi della terza scialuppa: Angela, Liliana, Benedetta, Francesco e... l’embrione di questa barchetta chi sarà? Giuseppe! Egli viene incoraggiato ad approfittare di questa opportunità e a lasciarsi andare in questo meritato viaggio nelle sue profondità, mentre lo cullano le note de “La cura” di Battiato.


Avanti il prossimo! Ci aspetta ora una vera e propria “scialuppona” adolescenziale, bizzarra e sbarazzina! Su questa nave si imbarcano dei frutti maturi (nonché deliziosi): Rosa, Vivette, Carla, Chiara, Livia, Antonietta e Nadia… le solite fortunate, perché salgono anche Raniero, Enrico e Ivan G.! La Natura sarà anche matrigna, ma la Metastoria a volte non lo è affatto: anzi, ti regala proprio delle belle opportunità ;-)! 
In questa scialuppa, tutti sono embrioni e devono divertirsi! La loro meta è il mare e poi, come recita l’adagio francese, “qui vivra verra”…


L’ultima scialuppa, infine, è costituita da un equipaggio ristretto (Daniele, Giovanni e Cindy) ma devoto al prezioso embrione (Maria Antonietta) affidatogli e che intende accompagnare a ri-nascere. Bene-detta augura ai quattro Rainbownauti di regalarle e regalarsi un meritato Kairòs (tempo favorevole). 
Avventurarsi in mare aperto e paradossalmente ritornare al porto da cui si era scappati o che, per svariati motivi, si era lasciato necessita coraggio e fiducia. Non è facile ritornare sui propri passi e attraversare il negativo: ri-provare quel dolore e quella rabbia che ci ha tanto dilaniati. Ma se ci affidiamo, la Vita ci premia permettendoci, passo dopo passo, di riprenderci “i pezzi sparsi della nostra integrità”.

- "Autoritratto" di Yusuf Hayate -
Quella sera, ci siamo ritirati più o meno tardi e non abbiamo trovato il tempo di condividere e raccontare al gruppo le nostre scialuppe. Le condivisioni ci sono state in ogni caso e, seppur ristrette, sono state importanti. Inoltre sono state documentate, come sempre, nei diari di bordi affidati ad ogni scialuppa. Quella sera abbiamo comunque cenato insieme (mancava soltanto la scialuppa adolescenziale al femminile-maschile insieme) e si è respirata un’aria alquanto festosa. 
La serata si è conclusa con dei balli scatenati, in attesa di poter coinvolgere e sfidare gli adolescenti ancora in fuga!

Cindy

P. S. Ringrazio tanto te, Marco, che nonostante il tuo “piede ferito” hai fatto un giro a Celle insieme a me e al bastone dell’amicizia. Mi è piaciuta molto la nostra inattesa condivisione, leggera e alla pari.  

Celle di San Vito (FG), 7 luglio 2016. IX edizione del progetto "Rainbow": quinto giorno. La "SPA".

Oggi ci siamo svegliati più tardi perché i conduttori ci hanno concesso una mezza giornata di meritato riposo.  
Abbiamo potuto rilassarci, rimanere in sede o fare una passeggiata nei dintorni.  


Il nostro capitano Francesco ha avuto la febbre e ha deciso di passare tranquillamente qualche ora a letto.  
Rosanna, insieme a un team di adolescenti, ha fatto una passeggiata nello splendido bosco di Faeto passando prima per un campo di grano e divertendosi a camminare sulle balle di fieno in movimento. Ci siamo davvero divertiti e nel piccolo gruppo abbiamo avuto modo di condividere emozioni e bisogni profondi che sono emersi nei giorni trascorsi, scombussolandoci e confondendoci un po’, per poi arrivare a trovare un fondo comune tra tutti noi. Il bisogno di accogliere, nutrire, valorizzare il nostro corpo supera ogni ruolo o tabù e soddisfarlo ci fa tornare a contattare i nostri bambini interiori spesso ingessati  e imprigionati in un corpo pieno di bisogni e desideri non riconosciuti e mal nutriti.


Tornati alla base il rilassamento è continuato con il pranzo che le nostre bravissime cuoche ci hanno preparato. 
Dopo ancora qualche ora di riposo, ci siamo incontrati all’ingresso della sede dove ci aspettavano i conduttori, che avevano preparato per noi la sala comune con gli aromi e i colori di un bazar orientale. 
Infatti, dopo esserci divisi in coppie su suggerimento dei conduttori, espressione dell’In.Di.Co., abbiamo iniziato un pomeriggio di SPA: massaggi e abbracci cuscinosi a volontà...


Ascoltando i nostri stati quiete, abbiamo scoperto come un fondo comune a molti sia il bisogno di essere accolti nel corpo come bambini che si abbandonano alla devozione di una madre o di un padre

- "Cum Pater" di Emanuele Marinò -
Per cui in un’atmosfera di sacro ascolto e rispetto della persona che ognuno di noi aveva accanto, abbiamo iniziato un meraviglioso viaggio verso un mondo fatto di sensazioni, emozioni, odori. 
Il pomeriggio ci ha permesso di sentire il nostro corpo come magico tempio ed espressione della nostra essenza, delle nostre ferite antiche o ancora aperte e doloranti. Abbiamo sentito e sperimentato come sia davvero semplice arrivare a contattare emozioni profonde attraverso la strada dell’ascolto e della cura del corpo


E’ una strada per sanarci. 
Con il corpo possiamo allenarci a provare ad esprimere le nostre specificità ancora spesso offuscate dai tagli e dai condizionamenti della famiglia d’origine, culturali, ambientali.
A questa consapevolezza siamo arrivati grazie alla teoria globale a cui ci ha guidato il "Grande Faggio" Raffaele

La giornata si è conclusa con la meravigliosa cena preparata dalle cuoche del Rainbow.
 
Rosanna & Francesco

lunedì 25 luglio 2016

Celle di San Vito (FG), 6 luglio 2016. IX edizione del progetto "Rainbow": quarto giorno. Il rito tratto da "La mela Gimagiona".

La giornata inizia con il rito tratto dalla favola "La mela Gimagiona" e condotto da Nadia e Titta.


La stanza è in penombra. Siamo scalzi e in piedi. 

Nadia spiega il significato dell'occhio dipinto ad ognuno di noi sulla fronte: rappresenta il passaggio dallo sguardo esterno dei genitori, della società, della cultura, allo sguardo interiore che ci vede e guarda dall'interno.


La voce di Titta, che recita in forma diretta brani della favola, accompagna il nostro muoverci nello spazio ad occhi chiusi, ci invita a sentire il nostro corpo, il contatto con quello degli altri...  a sentire… sentirci…


E da qui in molti fanno sentire la propria voce... anche attraverso il pianto... come micce innescate. 
Il rito continua...

Chi si sente, va da B. e da C., si impegna a lasciar andare qualcosa che tiene imprigionata la nostra parte sorgiva, e riceve una mela intera e spaccata che possiamo tenere spaccata e sanata, o con le parti ancora sepolte.


Ci viene donato anche un biglietto con una frase tratta dalla favola "La mela Gimagiona".
Il rito sacro si compie con la musica che ascoltiamo uniti, tenendoci per mano.


Riprendiamo nel pomeriggio con gli auguri per Liliana, per il suo compleanno.
Daniele racconta di come ha vissuto fino adesso i compleanni della madre Liliana, non sentendola mai realmente presente. 
Infatti, anche in questa giornata, non sembra realmente gioiosa per questa sua festa: ascoltando il suo stato quiete, si vede come Liliana sia presa dalle preoccupazioni per l'altro figlio Davide.
Raffaele le fa notare come riesce a non viversi mai il presente, essendo sempre preoccupata per altro, e la invita quindi a apprezzare quello che ha vicino in quel momento; inoltre le chiede di dire con chi vuole condividere un ballo per il suo compleanno, e Liliana sceglie Daniele.  

Successivamente vengono accolte nella sala Dina, Lucia, Giovanna e Gina per poterle ringraziare del lavoro e della devozione con cui stanno contribuendo al progetto Rainbow. 


Viene infatti riconosciuto l'amore con cui si sono dedicate a queste attività: chi con la preparazione del cibo, e chi come Gina e Giovanna, con la creazione del materiale per fare il rito... egregiamente riuscito!

Chiara e Giorgia

Celle di San Vito (FG), 5 luglio 2016. IX edizione del progetto "Rainbow": terzo giorno.

Abbiamo iniziato la giornata con svariate canzoni e con la prima comunicazione di Gianni, che si è sentito abbandonato dal gruppo della passeggiata mattutina.

Poi Raniero ha raccontato un divertente episodio tra i suoi vestiti e Luigi.

Come al solito, Ivan è stato invitato a cantare una canzone: “Il Niente” di Masini, ma non ha concluso la canzone perché, preso da un impeto emotivo e con la sua reazione istintiva, ha spaventato i bambini.


Raffaele ha così sollecitato i bambini ad esprimere quello che hanno provato: l’emozione comune è stata la paura. 
E così quando Ulrike ha mostrato la sua paura indifesa, Raffaele l’ha spinta a difendersi partendo con una lotta giocosa, per far uscire la sua capacità di poter difendere il proprio territorio per superare l’insicurezza e la chiusura che la porta prima a svendersi anche con il corpo per poi vendicarsi delle delusioni subite.
Poi è toccato a Flavio che, spinto inizialmente da Feliciano e poi dal gruppo, ha cercato di combattere con la sua parte di chiusura e di non voler uscire, che ancora si è dimostrata troppo forte per sciogliere quel ghiaccio che tiene bloccate le sue emozioni.
Però col calore del gruppo abbiamo fiducia che nei prossimi giorni possa esprimere tutte le sue parti senza limitarsi alla chiusura e alla rabbia.


Così abbiamo iniziato la giornata con la canzone scelta per questo Rainbow, “A modo tuo” di Elisa, riprendendo poi con l’ascolto dello stato quiete.
Quest’ultimo è andato avanti per tutta la giornata ed abbiamo concluso l’imbarco sulla nave: adesso dobbiamo salpare!


Alcune delle persone che si sono presentate ed hanno mostrato il loro stato quiete sono: Marco, che ha mostrato la sua parte di bambino dolorante; Giorgia, che ha mostrato la sua parte che non le permette di viversi le giornate, con il "tradimento" di Giulia che le ha mostrato il negativo che la tiene ferma; Enrico, che vuole portare avanti quello che ha fatto nel Solstinizio e ha fatto capire la sua voglia di sperimentarsi con il corpo.


Livia si è mostrata addolorata per l’episodio di suo figlio ma con la voglia di mettersi in gioco e sperimentarsi; Rosa Paola deve far tramontare la sua parte psicotica della tutto fare, che già in questi primi giorni la sta stancando molto.

Livia ha raccontato la sua tristezza per le potenzialità represse di Raffaele e di tanti ragazzi che non riescono ad esprimere la loro grande sensibilità, ma anche la sua voglia di vivere e di continuare un viaggio che le sta insegnando tanto.

Carla ha raccontato come ha vissuto la morte del figlio, il suo dolore, e come è riuscita e sta riuscendo ancora ad andare avanti anche in nome del figlio che ha lottato tanto anche per lei.


Chiara ha raccontato la sua esperienza vissuta da piccola, la difficoltà nel proteggere la madre, ma anche la forza che ha avuto nel relazionarsi con il "padre-bestia", e questa parte che le è poi rimasta appiccicata.

Roberto e Ripalta hanno espresso il loro amore e la grande voglia di stare qui, anche se Roberto sente forte anche il desiderio di tornare a casa.

Così adesso ci aspetta solo di imbarcarci e scoprire questo viaggio infinito, dinamico e complesso...

Ciao
Enrico & Giulia NATURE

giovedì 14 luglio 2016

VI RACCONTO LA MIA FESTA P.U.M.

19 giugno 2016

Come si fa a trasformare in parole delle emozioni forti? 
Ci sto pensando da giorni, mesi, e non riesco a trovare una “formula magica” che possa aiutarmi. 
Comunque ho deciso di provarci e, a rischio di scrivere una cacata, oggi lo farò.

Tutto è partito un giorno in macchina nel mese di novembre quando, durante un bilancio, mia sorella Barbara mi fa una proposta “indecente”: mi dice che secondo lei ho fatto tanti passaggi importanti e che vado festeggiata. 
Lei, che in adolescenza non mi ha mai riconosciuta, mi dice che per me vorrebbe istituire le “feste P.U.M.”, e che la prima a festeggiare devo essere io.


Cominciano così i bombardamenti emotivi! Uno tsunami che ha continuato a stravolgermi fino a ieri sera, giorno in cui ho potuto godere dell’ultimo regalo.
Il riconoscimento di mia sorella è stato davvero forte perché so che se dice una cosa la pensa davvero, e già se ci fossimo fermati lì, per me sarebbe stato un gran bel regalo, soprattutto se penso a come siamo partite io e lei, se penso a quanto ci siamo combattute, a come siamo arrivate ad odiarci dopo esserci tanto desiderate e mai incontrate. 
Quando ci penso, mi rendo conto che la nostra è proprio una bella storia: una storia di donne che pur essendo sorelle erano lontanissime
Oggi siamo sorelle-amiche e questo è uno dei doni più belli che sono venuti dopo anni di lotte, sofferenze, gioie, tentativi e cambiamenti difficili, per cui tutto quello che è venuto dopo la sua proposta mi è sembrato un sovrappiù, nel senso che già la proposta era per me un “regalone”. 
Ovviamente Barbara quando decide di fare qualcosa la fa alla perfezione!


Ha coinvolto tante persone, ha creato un vero gruppo di lavoro e ha coordinato e seguito tutto con amore e devozione. I giorni passano e della festa io non ne so più niente, fino a quando, una mattina di aprile, torno a casa e nella cassetta della posta trovo una busta da lettere abbastanza grande.
La prima reazione è stata: “Oh no! Qualcuno mi ha invitato ad un matrimonio!”. Poi mi sono avvicinata, e sulla busta ho riconosciuto la grafia di mia sorella. Di nuovo lo tsunami! Non sapevo ancora cosa ci fosse scritto e già mi stavo emozionando di nuovo. 
Entro di corsa in casa, apro la busta e trovo una locandina bellissima con un invito a partecipare alla mia festa P.U.M. il 25 aprile presso la sala “Gianna Stellabotte” nell’ospedale D’Avanzo.


Che emozione! Addirittura era stata fatta una spettacolare locandina tutta per me, e per la prima volta leggevo anche i nomi del gruppo che da un po’ stava dedicando del tempo ad organizzare la mia festa: Barbara, mamma, zia Adriana, Francesca Internò, Giusi Pascolla, Grazia Pietroforte, Marina Mangiulli, Francesco De Gregorio, Sabrina Cela e, dall’estero, Sandra Recchia.
Ancora tsunami!! Le emozioni così belle succede che non sempre ce le godiamo fino in fondo
Sono nati i primi sensi di colpa: tutte queste persone sono già impegnate in tante cose, ci mancava solo la mia festa ad appesantirle. Cosa posso fare io per disobbligarmi? Il mio cervellino comincia a pensare… Realizzerò a mano degli oggetti da regalare ad ognuno… ma no! Che idea del cavolo! Allora comprerò qualcosa… seeee ancora peggio! Allora farò ad ognuno un “buono” in qualche negozio… Insomma penso davvero a tutto ma il mio cervello mi boccia ogni proposta.

I giorni passano e io vado sempre più in ansia. Non solo stanno impiegando tante energie per me, non riesco nemmeno a ripagarli in qualche maniera. Madò faccio proprio schifo! Sensi di colpa da vendere! Il tormento continua fino alla mattina della festa, ma di concreto nulla.

Prima dinamica metastorica: ricevere un regalo immenso senza riuscire a ricambiare. Per me che ho sempre attivato dinamiche al contrario, che magari donavo soltanto, senza sentirmi degna di prendere nulla, sapere “lucidamente” che stavo per godermi una giornata di festeggiamenti senza poter ricambiare mi ha mandata in tilt.
Questo mio psicotizzarmi ha però prodotto una cosa buona: non sono riuscita a immaginare come si sarebbe svolta la festa e mi sono presentata quel giorno senza alcuna aspettativa.
Anche questa è stata per me una novità: in genere penso a come potrebbero andare le cose, a quello che gli altri forse hanno preparato per me, e mi perdo il bello della diretta perché sto lì a “controllare” se avevo indovinato, se quella cosa che mi sarebbe tanto piaciuta fosse arrivata oppure no… Insomma paranoie su paranoie.

Quel giorno niente di tutto questo. Avevo in testa le scimmie urlatrici che mi ricordavano quanto fossi ingrata. Stop! Il resto dei pensieri era in stand-by.
Dopo una serata di pre-festeggiamenti a casa mia, la mattina mi faccio bella (si fa per dire!), indosso il vestito che ho comprato con mamma apposta per l’occasione e parto per Foggia.
Lì mi aspetta lo chauffeur Vincenzo che mi accompagna a destinazione.
Finalmente le scimmie urlatrici si zittiscono e ricominciano le emozioni.

Vedere che tante persone erano venute lì solo per me, che tutti stavano lì perché mi vogliono bene, che il “comitato organizzatore” era emozionato quanto me, mi ha mandata completamente in tilt. Bombardamenti ogni secondo!

Mi sono lasciata trasportare dagli eventi godendomi ogni attimo.
Mamma e Francesco avevano scritto la storia della mia vita e quella mattina, mentre Francesca leggeva, io “recitavo” la mia parte. Dalla nascita in poi… Ho ripercorso tutte le mie tappe ricordando gli episodi più significativi, ridendo e piangendo per quanto la vita mi aveva già fatto vivere, ripercorrendo episodi dolorosi e felici.


La festa, per me, è stata un vero sballo! Non riesco a raccontare tutto perché per me sono state essenzialmente emozioni che si susseguivano. E le emozioni non riesco ancora a trasformarle in parole.
È stato un vero sballo. Ho riso, pianto, cantato, lottato contro i diavoletti, mangiato, ballato…
Una festa completa! Gli organizzatori avevano pensato davvero a tutto.
Ogni invitato aveva una busta che conteneva oggetti da utilizzare durante la storia. La scenografia era spettacolare! Tutto era perfetto… Possibile che tutto questo fosse stato fatto proprio per me? Lo meritavo davvero? Per tutta la durata della storia non ho avuto tempo di “accendere” il cervello. Ho vissuto e basta.
Poi a fine storia le scimmie urlatrici sono tornate all'attacco! Così nei pensieri finali l’ho detto e sentire le risposte degli altri un po’ mi ha liberata.
È stato bello ascoltare anche i pensieri che mi avevano dedicato le persone che non erano potute venire e ricevere, oltre al tanto già ricevuto, anche dei regali: molti hanno pensato di portarmi un pensierino e gli organizzatori addirittura avevano stampato la mia storia con delle illustrazioni bellissime e avevano realizzato un CD tutto su di me. Per non parlare del pranzo delizioso chiuso con una torta buonissima e bellissima.


L’ultimo regalo è stato quello che mi sono goduta ieri: il concerto di Laura Pausiniii!! Lei è stata una delle mie cantanti preferite in adolescenza. Purtroppo, come tante volte ho fatto, ho dovuto metterla da parte perché venivo presa in giro per il fatto che non piaceva agli altri. Il mio desiderio di essere accettata e adeguarmi a quello che gli altri desideravano da me è stato sempre più forte del mio desiderio di rispettare e ascoltare me stessa.
Ieri, durante il concerto, ho cantato a squarciagola ma anche pianto perché quell'esterno che spesso non mi aveva riconosciuta, adesso mi dava valore ed esaudiva desideri ormai sopiti. Ho capito ieri che anche un concerto può trasformarsi in una dinamica metastorica. Quelle canzoni urlate, quelle lacrime scese senza controllo rappresentavano anche il mio modo di fare pace con la mia bambina interiore, quella bambina che io per prima non ho accolto e voluto bene, che io per prima ho messo da parte dando più valore a quello che gli altri volevano da me che a quello che desideravo io
Perciò grazie di cuore a chi mi ha regalato questa forte emozione e dinamica metastorica: Barbara, Giusi, Cristiano, Sandra, Raffaele, Giuseppina, Tonino, Marina, Grazia, Giovanna, Francesco, Sabrina, Adriana V., Francesca I. e Cindy.

A tutti voi dedico la canzone “Innamorata”: “tu non sai cosa può faaare una donna innamoraaata, una donna innamorata della viiita come meeeee” (Laura Pausini)
Come al solito ho scritto troppo! Non so mai che scrivere e poi… Vabbè, se sei arrivato a leggere fin qui, grazie anche a te!

Francy P.U.M.

mercoledì 13 luglio 2016

Celle di San Vito (FG), 4 luglio 2016. IX edizione del progetto "Rainbow": secondo giorno.

Stamattina la giornata è cominciata con la canzone scelta per questo progetto Rainbow, "A modo tuo" di Elisa, che ci ha introdotto all'ascolto del nostro stato-quiete.


Raffaele ha coinvolto i bambini chiedendo loro le impressioni e le emozioni sul film "Il piccolo Principe", guardato insieme la sera precedente, ed è stato molto bello vedere i bambini interagire tra loro in modo leggero e giocoso anche sulle note della canzone "La vita è bella".


Di seguito, ci sono state diverse dinamiche che hanno coinvolto i rapporti forti madri-figli e padri-figli.
I figli hanno potuto riconoscere ed esprimere il desiderio e il bisogno di uno specchio riconoscente da parte dei genitori che, per le loro parti pukizzate, non sono ancora in grado di soddisfarlo.


Nel pomeriggio siamo stati accompagnati attraverso la musica, partendo da quella rap scelta non a caso per il suo ritmo più potente e per la possibilità che offre di muoversi senza alcuno schema, a scendere più in profondità e a mettere in campo il corpo in tutte le sue espressioni. 


Raffaele, dopo queste forti dinamiche legate all'analogico, ha accompagnato alcune persone a condividere le proprie difficoltà rispetto a come avevano vissuto il mettere in gioco il corpo.
Questa condivisione ha dato vita ad altre dinamiche metastoriche e ha aiutato le stesse a iniziare a sciogliere nodi antichi.  


Un altro momento importante è stata la dinamica con Francesco, il quale non avendo vissuto il rapporto con i coetanei in maniera positiva, ed avendo avuto una delusione amorosa, ha dovuto congelare i suoi desideri/bisogni adolescenziali, sostituendoli con rappresentazioni virtuali, per cui è stato invitato ad utilizzare il proprio corpo attraverso scambi più concreti e meno virtuali. 

Questa giornata dedicata all'ascolto dello stato-quiete ha fatto riconoscere ad ognuno di noi l'importanza del fermarsi in modo da separarsi dall'ordinario, e fare vuoto per cominciare a scendere più facilmente nelle nostre profondità.

Abbiamo anche sperimentato che il movimento del corpo, e quindi l'attivazione del codice analogico, è condizione imprescindibile per poter collegare il simbolico con il bio-organico e poter vivere in maniera completa e armonica il Graal della Vita.



Raniero, Carla, Giuseppe, Angela

martedì 12 luglio 2016

Celle di San Vito (FG), 2 e 3 luglio 2016. IX edizione del progetto "Rainbow": accoglienza e primo giorno.

2 luglio 2016, ore 16.30: arrivano le prime macchine e ad attenderle ci sono Raffaele, Cindy, Benedetta, Ripalta, Roberto e Nadia. 
Titta invece arriverà con Vincenzo, Raffaele, Livia, Giovanni e Feliciano.

Prima di cena, due cenni da parte di Raffaele su cosa faremo durante la serata e su cos'è il progetto, giunto alla sua IX Edizione (la terza qui a Celle di San Vito)!


Si fa un breve giro per il paese (il più piccolo della Puglia con appena 150 residenti) ed il secondo per altezza (750 m.), dopo Faeto, che dista pochi km.
Immerso tra le basse montagne del subappennino dauno, il paese è l'ideale per fare un bel viaggio nelle profondità, in quanto il silenzio regna e la voce degli antenati (natura, vento e alberi) la fanno da cornice.

Breve giro con Cindy a farci da Cicerone: nel paese ci sono ancora residui di popolazione che parlano il franco-provenzale, una lingua antica che affonda le sue radici nel 1250, quando un gruppo di Angioini, sconfitti in battaglia da re Manfredi, indietreggiando, si stabilisce in queste terre.
Il franco-provenzale veniva parlato anche in Francia e nel Piemonte.

Poi arrivano anche Raniero, Flavio e Camilla: in tutto siamo 41 (Enrico arriverà il mattino dopo) con ben 9 fra adolescenti e preadolescenti: è la prima volta che ci sono così tante persone al Rainbow e così tanti bambini e adolescenti.



Dopo cena, festa con karaoke, in cui Ivan C. si esibisce in interpretazioni di Marco Masini, molto sentite nei codici profondi, tanto da sembrare molto meglio di Masini stesso...
Qualcuno (Marco) va a vedere la partita dell'Italia contro la Germania (finita poi male per noi: sconfitta ai calci di rigore). Peccato...
Poi, dopo la sistemazione nelle varie camere, con sorteggio dei letti casuale da parte dei partecipanti, si va tutti a nanna.

A Giovanni C. si rompe la brandina, in segno di un patatrac annunciato la sera prima da Raffaele, che come per il libro "La mela Gimagiona", ci dice che se non cadiamo dall'albero e ci spacchiamo in due, non possiamo ricominciare il nostro viaggio alla ricerca...


3 luglio 2016.

Al mattino successivo, dopo la colazione, comincia l'excursus dei vari precedenti Progetti Rainbow fatto da Raffaele, che per ogni progetto ci farà ascoltare la colonna sonora del progetto stesso. 
Sono presenti in sala anche gli antenati dei vari progetti, tra cui Nadia e Benedetta.

Per questo progetto la colonna sonora scelta è "A modo tuo" di Elisa.

La mattinata si conclude così e andiamo tutti a pranzo.

Nella pausa pranzo Marco M., Raniero e Angela fanno il cartellone dei servizi che verranno svolti durante le due settimane.

Nel pomeriggio, inizia finalmente l'ascolto dello stato quiete, cominciando dai bambini e adolescenti: l'unico adolescente è Francesco T.
Questa è una fase molto importante perché aiuta a staccare dall'esterno-ordinario per entrare e immergerci nel progetto che dovrà essere un viaggio.


Siamo tutti come navi che stanno per salpare dal porto ma, prima di salpare, raccogliamo i ricordi e i pensieri che ci mandano i genitori dei bambini, e nel fare questo ci emozioniamo tutti, perché tutti siamo stati adolescenti e i loro piccoli dolori e i loro rapidi meccanismi ce li riconosciamo tutti. 


Dopo i bambini inizia l'ascolto del nostro stato quiete, di noi "cosiddetti adulti", ma è ormai sera e quindi c'è tempo solo per l'ascolto dei primi due, Rosanna e Giulia. 

Giulia, che si era molto emozionata per le letterine ricevute dai ragazzini, riceve una bellissima sorpresa dalla mamma presente al progetto: infatti anche lei ha scritto per Giulia una lettera molto lunga e sentita, ed è stato un po' come ripartorirla. 
L'impegno che si prendono è di stare vicine con il corpo andando oltre la repulsione e la rabbia che ci può essere, e di sciogliere e sciogliersi nei codici del corpo e delle emozioni.

Anche Rosanna si emoziona molto nell'ascoltare le lettere per i ragazzini, riconoscendo di non aver ricevuto queste attenzioni e questo accompagnamento quando lei era adolescente, e si sente anche toccata e riconosce che, per uscire dal ruolo di figlia, abbia usato la soluzione di fare la mamma, ma era una mamma arrabbiata, e per questo si impegna a viversi la parte adolescente per riprendersi i suoi colori, e poi per riportare questo arcobaleno anche alla sua famiglia. 

Dopo la cena alcuni vedono il film "Il piccolo principe", mentre altri 's vànn a dòrm che stìm stanc. 

Ciaoo
Marco e Giovanni, i due foggiani
  

giovedì 7 luglio 2016

Giulia si guarda allo specchio

19:22:00 Posted by Francesca Internò 2 comments
Tu specchio... non mi vedi...

"Mi specchio ma non mi rispecchio" - FI -
Lo specchio dovrebbe farci capire chi siamo: i nostri colori, i nostri confini, la nostra sagoma, le nostre movenze, le nostre caratteristiche e peculiarità… ma se non ci riflette, faremo di tutto per farci vedere da lui! 

... Perché abbiamo il desiderio di conoscerci prima di fare qualsiasi altra cosa... 

Quindi cercheremo di essere come vuole lo specchio per osservare il nostro riflesso senza alcun risultato. 

Allora cercheremo di farci vedere stando male, facendo pena, incazzandoci! 

Quindi, infine, rinunceremo a specchiarci in lui, non facendoci più vedere o cercando spasmodicamente qualcuno che ci descriva... ma lo farà sempre a suo modo e così anche lì ci adatteremo o scapperemo perché ancora non ci conosciamo! 

Così l'antico desiderio deluso di capire come siamo fatti, 
si trasformerà per assurdo nell'opposto: 
essere come gli altri ci riescono a vedere! 

Continueremo a pensare di essere sbagliati perché quello specchio non ci riflette, e mai penseremo che è lo specchio che non riesce a vederci, perché limitato...

Tu specchio non mi vedi perché anche io sono uno specchio che riflette la tua immagine che non vuoi vedere... e non la vuoi vedere perché anche tu sei stato deluso come me!

Gioele